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Sting, quando il frontman suona il basso

... e che frontman, viene da dire quando si parla di Sting, ma anche un bassista tutt'altro che trascurabile: allora perché non parlarne in Partiamo dal Basso?

Ascoltiamo Sting… ma proviamo a concentrarci sul basso

Lo so, è uno sforzo non indifferente: quando si parla di Sting vengono in mente anzitutto il compositore che ha segnato un’epoca, inizialmente con i The Police e in seguito come solista, e poi la sua inconfondibile vocalità.
E pur trattandosi di un polistrumentista di grande spessore, non va dimenticato che nella maggior parte delle occasioni lo si è visto imbracciare il basso elettrico.

La storia di Gordon Matthew Thomas Sumner (ma pare che nessuno lo chiami in maniera diversa da Sting) passa per l’incontro con la chitarra in tenera età e la successiva formazione come cantante e bassista nel mondo Jazz, avvenuta tra innumerevoli esibizioni live negli anni trascorsi tra il college e l’insegnamento nella natìa area di Newcastle, nord dell’Inghilterra.

Ma il percorso musicale di Sting prende una svolta decisa grazie a un incontro avvenuto nel 1976: quello con un batterista chiamato Stewart Copeland.

Sting e i Police: ritmo, dinamica, espressività

Dall’incontro con Copeland nascono i Police, completati inizialmente da Henry Padovani che sarà rapidamente sostituito alla chitarra da Andy Summers; non si tratta però della semplice venuta al mondo di una band, ma della creazione di una realtà musicale dalle caratteristiche più uniche che rare, le quali beneficeranno dell’apporto di Sting come bassista influenzandolo a loro volta.

Quanti sono gli artisti che possono raccontare di aver spaziato dal Reggae al Punk, mescolando suggestioni jazzistiche ai più ruvidi approcci dello scenario Rock dell’epoca, restando in tutto questo all’interno di un contesto (positivamente) mainstream?
Una simile varietà di soluzioni comporta anzitutto la capacità di padroneggiare il pensiero ritmico in maniera solida e intelligente; in questo senso ha sicuramente aiutato la joint venture con un titano della batteria come Stewart Copeland, ma possiamo ugualmente cogliere nel senso ritmico espresso dal basso di Sting la versatilità consolidata dalle sue precedenti esperienze e in generale da una formazione musicale che ha saputo guardare al di là dei generi.

È anche interessante valutare come la formazione in trio regali sì più spazio alle singole espressioni, ma anche più responsabilità ai singoli strumentisti: anche qui, la padronanza tecnica di Copeland e la capacità di Summers di creare atmosfere e tessiture ampie col solo uso di chitarra ed effettistica sono state senz’altro di valido supporto al bassista, che tuttavia non si è comunque mai potuto (né sicuramente voluto) accontentare di restare sullo sfondo, pur dovendo corrispondere nelle situazioni live a un impegnativo ruolo di vocalist.

La performance che ascoltiamo qui sotto è a mio avviso un ottimo assaggio dell’incisività dei Police in generale e del bassista Sting in particolare: sul palco soltanto tre musicisti, ma il risultato è tutto il contrario di “povero”.

L’approccio tecnico e lo stile di Sting al basso

Soffermiamoci per qualche riga sull’approccio tecnico di Sting al basso, caratterizzato da un elemento che salta all’occhio durante le sue performance dal vivo e che merita una piccola valutazione dal punto di vista di ritmo, dinamica e suono.
Benché in diverse occasioni lo si veda pizzicare a due dita in maniera tradizionale (quasi da contrabbassista, posizionando la mano molto vicina alla fine della tastiera), una delle soluzioni da lui più utilizzate consiste nel suonare col pollice, collocando la mano destra sul ponte.

Sono varie le ragioni che possono aver portato a un simile approccio. Anzitutto, per un musicista impegnato a suonare il basso mentre canta può risultare meno gravoso utilizzare un solo dito piuttosto che due, dimezzando di fatto il movimento che impegna la mano destra e garantendosi un appoggio più solido allo strumento.

Da non sottovalutare anche il fatto che utilizzare il pollice può sì richiedere più sforzo al dito in questione (soprattutto quando le linee di basso si fanno più serrate), ma comporta anche una maggior precisione ritmica e la possibilità di applicare una dinamica e una caratteristica timbrica più omogenee, proprio in virtù del fatto che a entrare in contatto con la corda è sempre lo stesso dito e sempre nello stesso punto.

Inoltre è bene notare come, atteggiando la mano in quella posizione, l’indice sia in grado di intervenire sulle corde più acute al bisogno, magari in presenza di parti più articolate come quella che possiamo ascoltare qui sotto, la quale tra l’altro rivela un aspetto quasi funky dello Sting bassista.

Ma quali bassi ha suonato Sting?

Quando penso a Sting sono due le immagini che immediatamente mi sovvengono alla mente. La prima è la fisionomia più datata del giovane Gordon che imbraccia uno strumento divenuto cult nel circuito dei bassisti: sto parlando dell’Ibanez Musician Bass, un modello ormai fuori produzione da un bel pezzo e che l’artista ha utilizzato nei primi anni della storia dei Police in alcune varianti, una delle quali fretless.

L’altra immagine è più recente ed è ben rappresentata nel video qui sotto: un maturo Sting che imbraccia il Fender Precision ispirato alle prime elaborazioni di questo storico modello, quelle che presentavano un pickup single-coil diversamente dallo split che in seguito avrebbe fatto la storia dello strumento.
Non sono mancate le eccezioni a queste due scelte, come il Jazz Bass che abbiamo visto nel video precedente e l’appariscente Spector NS-2 dal body bianco e particolare, utilizzato nell’epoca di Synchronicity.

Va notato come si tratti di strumenti anche molto differenti tra loro per caratteristiche di costruzione e di riproduzione del suono.
Non ho ancora accennato a quel “banale”, vecchio adagio secondo cui è anzitutto il musicista che fa il suono? Bene, adesso l’ho detto, e Sting ne è una delle innumerevoli conferme.

Sting e i grandi musicisti che suonano il basso

Abbiamo parlato della storia dell’artista e della band, facendo riferimento allo stile, alla tecnica, alla strumentazione. A valle di tutto questo, voglio lanciare una domanda al limite del provocatorio: possiamo affermare che Sting abbia lasciato un segno nella storia del basso?
La mia personale risposta, che immagino sia ampiamente condivisa, è no, soprattutto se rapportiamo il suo contributo al basso elettrico con quello che è stato capace di consolidare come artista della musica e come vocalist.

Questo non significa affatto che Sting sia un bassista trascurabile (anche perché se lo ritenessi tale non gli avrei dedicato un simile omaggio): anche nel video qui sotto possiamo apprezzare un’abilità per nulla scontata in tutte quelle caratteristiche che a mio avviso rendono grande un bassista; e vale la pena ribadirlo, tutto questo cantando nel frattempo…

Al di là di questo, vorrei concludere con un’altra domanda-riflessione: è importante che nella musica ci siano grandi personalità che suonano il basso?
Stavolta la mia risposta è sì, anche alla luce degli spazi dedicati in questa rubrica a figure come Paul McCartney e Roger Waters, non esattamente dei virtuosi delle corde grosse ma di certo solidi bassisti che hanno anche regalato a questo strumento così spesso “di sfondo” una visibilità di grande rilevanza.

Cover Photo by NTNU – Norwegian University of Science and Technology – CC BY 4.0