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Foto: Alberto Cabello via Wikimedia Commons (CC BY 2.0)

L’addio al palco di Glenn Hughes: storia di una Voice of Rock e del suo basso

Glenn Hughes ha lasciato i concerti per motivi di salute: la storia del bassista e cantante dai Trapeze ai Deep Purple, fino ai Black Country Communion.

Il 4 agosto 2026 Glenn Hughes ha annunciato il ritiro dai tour e dalle esibizioni dal vivo per motivi di salute. La decisione, presa su indicazione dei medici, è arrivata dopo una serie di accertamenti che hanno evidenziato la necessità di un nuovo intervento al cuore. Lo ha spiegato lui stesso attraverso un comunicato:

“Nell’ultimo anno ho avuto alcuni problemi di salute. I risultati di numerose risonanze magnetiche, TAC e di un ecocardiogramma hanno messo in allarme la mia équipe medica: ho bisogno di un altro intervento a cuore aperto” (Glenn Hughes).

L’annuncio ha comportato anche la cancellazione del concerto dei Purple Daisies previsto il 2 ottobre al Canyon Club di Agoura Hills, in California. Dopo oltre cinquant’anni di attività, una delle voci più riconoscibili dell’hard rock ha quindi deciso di fermarsi, almeno per quanto riguarda il palco.

Per chi suona il basso, Hughes rappresenta un caso particolarmente interessante. Nei Deep Purple degli anni Settanta riusciva a conciliare due ruoli tutt’altro che semplici da gestire contemporaneamente: costruire una linea di basso ritmicamente solida e cantare con una voce capace di contendersi il centro della scena con quella del frontman. Se il suo nome rimanda soprattutto a Burn, vale la pena ripercorrere anche quello che è accaduto prima e dopo. La sua storia attraversa alcuni dei capitoli più importanti dell’hard rock, ma comprende anche dipendenze, occasioni perdute e una lunga rinascita artistica.

Da Cannock ai Trapeze: un bassista che cantava

Hughes nasce il 21 agosto 1951 a Cannock, nello Staffordshire, nell’Inghilterra centrale. Comincia a suonare la chitarra, ma nella seconda metà degli anni Sessanta passa al basso per entrare nei Finders Keepers, dove ritrova il chitarrista Mel Galley. Da quell’esperienza nasceranno i Trapeze, il gruppo con cui incide tre album fra il 1970 e il 1972. È qui che prende forma la sua identità musicale: un hard rock che assorbe elementi di funk, soul e rhythm and blues, con linee di basso che non si limitano a sostenere la chitarra, ma partecipano attivamente alla costruzione dei brani.

La formazione dei Trapeze attraversa diversi cambiamenti, ma è soprattutto il trio composto da Hughes, Mel Galley e Dave Holland, futuro batterista dei Judas Priest, a sviluppare quella miscela di rock e groove che attira l’attenzione anche negli Stati Uniti. Il gruppo trova un pubblico particolarmente ricettivo in Texas, dove i concerti diventano un passaggio importante per la crescita musicale di Hughes. In quegli anni il giovane bassista assimila influenze molto diverse: dal rock britannico dei Beatles e dei Cream al soul americano della Motown.

In questa esecuzione dal vivo di “Medusa”, Glenn Hughes torna al repertorio dei Trapeze, mettendo in evidenza le radici blues e soul della sua formazione musicale.

Il suo primo basso è un Fender Jazz Bass del 1962, di colore rosa salmone, acquistato dal precedente bassista dei Finders Keepers. Nel 1973 passa temporaneamente a un Rickenbacker 4001, che utilizzerà anche nelle registrazioni di Burn e nelle prime esibizioni con i Deep Purple, prima di tornare ai Fender. Al California Jam del 1974, per esempio, suona un Fender Precision Bass del 1963.

Proprio quel Rickenbacker è al centro di un curioso aneddoto. Nel 1976, dopo lo scioglimento dei Deep Purple, Hughes lo cede a Geezer Butler dei Black Sabbath. Molti anni dopo, incontrando nuovamente il collega, gli chiede se sia disposto a restituirglielo o a rivenderglielo. Butler rifiuta, pur concedendogli la possibilità di andare a vedere lo strumento. Una risposta comprensibile: non capita tutti i giorni di possedere il basso utilizzato per registrare Burn.

Il segreto del suo basso: plettro, groove e poche note al posto giusto

C’è un particolare tecnico che merita attenzione: Glenn Hughes utilizza prevalentemente il plettro, ma ha sviluppato un attacco che molti ascoltatori associano al suono delle dita. In un’intervista ha raccontato di suonare con il plettro per circa il novanta per cento del tempo. La scelta nasce anche dalla sua formazione iniziale come chitarrista, ma negli anni è diventata una componente riconoscibile del suo stile.

Fra i bassisti che hanno influenzato maggiormente il suo modo di suonare compaiono James Jamerson, Paul McCartney e Jack Bruce. Da Jamerson, in particolare, arriva l’attenzione per le linee melodiche e per un groove che deve sostenere il brano senza occupare tutto lo spazio disponibile. Hughes ha citato anche Carol Kaye fra i musicisti che hanno contribuito a formare il suo gusto per le linee di basso della musica americana.

La sua tecnica comprende un uso espressivo di bending e vibrato, elementi con cui dà alle frasi di basso una qualità quasi vocale. L’obiettivo non è esibire velocità o riempire ogni pausa, ma rendere lo strumento capace di dialogare con la melodia. Lo slap non costituisce invece una caratteristica centrale del suo linguaggio.

Per Hughes il rapporto con la batteria è fondamentale. Le sue linee possono essere movimentate, ma raramente perdono il riferimento al groove. È interessante soprattutto il modo in cui lascia spazio alla voce, costruendo parti che continuano a funzionare anche mentre canta. Chi ha provato a cantare e suonare il basso contemporaneamente sa quanto sia difficile mantenere indipendenti ritmo, fraseggio e linea vocale. Hughes ha costruito buona parte del proprio linguaggio proprio su questo equilibrio.

Deep Purple Mark III: due voci e un basso che spinge

Nel 1973 i Deep Purple perdono Ian Gillan e Roger Glover. Ritchie Blackmore, Jon Lord e Ian Paice cercano una nuova direzione e chiamano Hughes dai Trapeze, inizialmente pensando anche alla possibilità di coinvolgere Paul Rodgers come cantante. Il progetto cambia e alla fine viene scelto l’allora poco conosciuto David Coverdale, mentre Hughes assume il ruolo di bassista e cantante. Nasce così la formazione che i fan conoscono come Mark III.

Il primo risultato è Burn, registrato a Montreux nel novembre 1973 utilizzando lo studio mobile dei Rolling Stones e pubblicato il 15 febbraio 1974. Il disco raggiunge il terzo posto nella classifica britannica e il nono in quella statunitense. Non è soltanto il debutto di due nuovi componenti: è anche l’inizio di una trasformazione nel linguaggio musicale dei Deep Purple, che alle strutture dell’hard rock affiancano una sensibilità ritmica e vocale maggiormente influenzata dalla musica afroamericana.

Una curiosità riguarda proprio la composizione dell’album. Hughes contribuì alla scrittura di diversi brani, ma il suo nome non comparve nei crediti originali per questioni contrattuali ancora legate all’esperienza con i Trapeze. Il suo contributo compositivo sarebbe stato riconosciuto nelle successive riedizioni, in particolare in quella realizzata per il trentesimo anniversario del disco.

Burn è un disco a due voci nel senso più concreto del termine. Coverdale affronta le parti maggiormente legate al blues e al rock, mentre Hughes porta un registro più acuto, con inflessioni soul particolarmente evidenti. In You Fool No One le due voci si intrecciano, mentre in What’s Goin’ On Here si alternano. La differenza fra i rispettivi timbri contribuisce a definire l’identità della nuova formazione. Nel frattempo, il basso introduce un groove più mobile e sincopato rispetto a quello che aveva caratterizzato buona parte del repertorio precedente.

Il 6 aprile 1974 i Deep Purple partecipano al California Jam, all’Ontario Motor Speedway, davanti a una folla enorme. Il festival viene ripreso dalle telecamere della ABC e parte delle esibizioni sarà successivamente trasmessa in televisione. Burn apre il concerto ed è uno dei documenti più interessanti per osservare Hughes in azione: il Fender Precision, il plettro, il continuo movimento sul palco e quella capacità di passare dalle linee di basso alle parti vocali senza perdere il controllo ritmico.

Stormbringer e la frattura sul funk

Il secondo album della Mark III, Stormbringer, esce l’8 novembre 1974 e porta il gruppo ancora più vicino al funk e al soul. Il contributo di Hughes diventa particolarmente evidente, sia nella scrittura sia nell’interpretazione vocale e nelle parti di basso. Un brano come You Can’t Do It Right (With the One You Love) testimonia bene questa direzione, mentre Holy Man, cantato interamente da Hughes, permette di apprezzarne il registro più soul.

A Blackmore, però, quella direzione non piace. Il chitarrista è sempre meno convinto dell’identità musicale che il gruppo sta assumendo e nel 1975 decide di andarsene per fondare i Rainbow. Anni dopo Hughes commenterà con una certa ironia proprio il rapporto fra Blackmore e il funk:

“Ritchie Blackmore è dannatamente funky, che gli piaccia o no. Su quell’album ha suonato magnificamente” (Glenn Hughes).

Una battuta che sottolinea una contraddizione interessante: anche quando non apprezzava quella direzione musicale, Blackmore era perfettamente capace di interpretarla con il proprio stile.

Al posto di Blackmore arriva il chitarrista americano Tommy Bolin, con cui il gruppo registra a Monaco di Baviera Come Taste the Band, pubblicato il 7 novembre 1975. È probabilmente il lavoro dei Deep Purple in cui l’influenza funk risulta più marcata, anche grazie al contributo compositivo e chitarristico di Bolin.

Per capire il ruolo di Hughes in questa fase conviene ascoltare Gettin’ Tighter, scritto insieme a Bolin e interpretato vocalmente dal bassista. È uno dei brani in cui il dialogo fra chitarra, basso e batteria rende più evidente l’influenza del funk. Altrettanto significativa è You Keep On Moving, composta da Hughes e Coverdale, che ne condividono anche le parti vocali. Due esempi di come la formazione con Bolin stesse cercando un linguaggio diverso da quello dei Deep Purple degli esordi.

Quasi mezzo secolo dopo Come Taste the Band, “Gettin’ Tighter” continua a trovare spazio nei concerti di Glenn Hughes. Questa ripresa del 2023 permette di ascoltare come il musicista abbia mantenuto il carattere funk del brano, scritto insieme a Tommy Bolin.

Il tour successivo, però, è segnato da problemi personali, dipendenze e tensioni interne che finiscono per compromettere la tenuta del gruppo. L’ultimo concerto della Mark IV si tiene il 15 marzo 1976 al Liverpool Empire Theatre. La formazione si scioglie e nel luglio dello stesso anno il management rende pubblica la decisione. I Deep Purple torneranno insieme soltanto nel 1984, con la ricostituzione della Mark II e quindi senza Hughes.

Gli anni perduti e la seconda vita

Nel 1977 esce Play Me Out, il primo album solista di Hughes, un lavoro in cui le influenze soul e funk trovano ancora più spazio. È però anche il periodo in cui la sua dipendenza dalla cocaina, cominciata durante gli anni nei Deep Purple, assume proporzioni sempre più gravi. Gli effetti si faranno sentire per buona parte degli anni Ottanta e anche nel decennio successivo, compromettendo rapporti personali, collaborazioni e opportunità professionali.

I progetti musicali non mancano. Nel 1982 pubblica Hughes/Thrall insieme al chitarrista Pat Thrall, un album che unisce hard rock, funk e sonorità più vicine all’AOR dell’epoca. Hughes ricorderà in seguito quel disco con grande affetto, ammettendo però che il duo riuscì a tenere soltanto diciassette concerti a causa dei problemi di dipendenza di entrambi. Collabora inoltre con Gary Moore nell’album Run for Cover del 1985 e l’anno successivo presta la voce a Seventh Star, il disco pubblicato come Black Sabbath featuring Tony Iommi, originariamente concepito come progetto solista del chitarrista. L’esperienza dal vivo con i Black Sabbath dura appena cinque concerti, prima della sostituzione con Ray Gillen.

Una prima svolta arriva alla fine del 1991, quando Hughes viene colpito da un infarto durante le festività natalizie e intraprende un percorso per uscire dalla dipendenza. Nello stesso periodo presta la voce a America: What Time Is Love? dei KLF, pubblicato inizialmente negli Stati Uniti nel 1991 e diventato un successo anche nel Regno Unito nel 1992. È un incontro apparentemente lontanissimo dall’hard rock, ma importante per la sua carriera: il duo elettronico lo presenta come The Voice of Rock, definizione destinata ad accompagnarlo negli anni successivi.

Il videoclip di America: What Time Is Love? documenta uno degli incontri più insoliti della carriera di Hughes: la sua voce rock inserita in una produzione elettronica dei KLF.

Il recupero personale, tuttavia, non è immediato. Hughes attraversa diverse ricadute e ha raccontato di essere riuscito a liberarsi definitivamente da droghe e alcol soltanto il 23 novembre 1997. Nel frattempo aveva già ripreso a pubblicare dischi con regolarità, ricostruendo progressivamente anche la propria attività concertistica.

Il ritorno in studio: Tony Iommi, Chad Smith e Soul Mover

Fra le collaborazioni più importanti della seconda parte della carriera di Hughes c’è ancora quella con Tony Iommi. Dopo l’esperienza di Seventh Star, i due tornano a lavorare insieme negli anni Novanta. Alcune registrazioni realizzate nel 1996 vengono pubblicate ufficialmente nel 2004 con il titolo The 1996 DEP Sessions, mentre nel 2005 arriva Fused, un album in cui il chitarrista dei Black Sabbath e Hughes possono sviluppare il loro rapporto musicale fuori dai vincoli imposti dal nome della storica band.

Il 2005 è anche l’anno di Soul Mover, uno dei dischi più rappresentativi della maturità solista di Hughes. Alla batteria troviamo Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, mentre il chitarrista Dave Navarro compare nella title track. Il risultato è un lavoro in cui le radici hard rock convivono con un’impronta ritmica decisamente più vicina al funk e al soul, senza che nessuno dei due aspetti risulti estraneo all’altro.

La collaborazione con Chad Smith prosegue anche in altri progetti, fra cui Music for the Divine del 2006, che vede inoltre la partecipazione di John Frusciante. È un periodo importante perché dimostra come Hughes riesca a lavorare con musicisti appartenenti a generazioni e ambienti diversi, mantenendo una propria identità sonora. La sua voce continua a essere il principale elemento di riconoscibilità, ma il basso torna ad avere un ruolo centrale anche nella costruzione dei brani.

Cinque dischi per conoscere Glenn Hughes

Se Glenn Hughes per voi è soprattutto un nome sulla copertina di Burn, questi cinque album permettono di attraversare le diverse fasi della sua carriera e di seguire l’evoluzione del rapporto fra il suo basso e la sua voce.

  1. Trapeze – Medusa (1970)

    Il secondo album dei Trapeze, con Hughes al basso e alla voce. È il punto di partenza per capire come le influenze soul e funk entrino nel suo linguaggio musicale, ancora prima dell’esperienza con i Deep Purple.

  2. Deep Purple – Burn (1974)

    L’esordio della Mark III, con le due voci che si alternano e un basso che introduce nuove possibilità ritmiche nell’hard rock della band.

  3. Hughes/Thrall – Hughes/Thrall (1982)

    L’unico album in studio realizzato dal duo con Pat Thrall, fra hard rock, funk e AOR. Una testimonianza delle capacità musicali di Hughes anche durante uno dei periodi più difficili della sua vita.

  4. Glenn Hughes – Soul Mover (2005)

    Un album fondamentale per conoscere la sua produzione solista. Con Chad Smith alla batteria e Dave Navarro ospite nella title track, Hughes riunisce le sue principali influenze musicali in una scrittura che valorizza tanto la voce quanto il basso.

  5. Black Country Communion – Black Country Communion (2010)

    Il debutto del gruppo con Joe Bonamassa, Jason Bonham e Derek Sherinian. Un buon esempio dell’Hughes maturo, ancora capace di sostenere contemporaneamente il ruolo di bassista e quello di cantante.

Black Country Communion, California Breed e Dead Daisies

Nel 2009 prende forma uno dei progetti più importanti della sua maturità artistica: i Black Country Communion, con Joe Bonamassa alla chitarra, Jason Bonham alla batteria e Derek Sherinian alle tastiere. Il debutto discografico arriva nel 2010 e riporta Hughes a un hard rock costruito su riff, dinamiche e una sezione ritmica particolarmente presente.

È anche un’occasione per ascoltare il suo basso con particolare attenzione. Nell’album d’esordio Hughes utilizza soprattutto un Fender Precision del 1965, cercando un suono diretto e ricco di frequenze medio-basse. In brani come Black Country emerge quella combinazione di attacco, sustain e fraseggio melodico che caratterizza il suo modo di suonare. La voce rimane in primo piano, ma il basso non è affatto relegato a un ruolo secondario.

Dopo tre album in studio il gruppo si interrompe nel 2013, in seguito all’uscita di Bonamassa, per poi ritrovarsi nel 2016. Nel 2017 pubblica BCCIV, mentre nel 2024 arriva il quinto lavoro, intitolato semplicemente V.

Con Letting Go, tratto dall’album V del 2024, i Black Country Communion mostrano una delle espressioni più recenti del loro hard rock. Il video ufficiale permette anche di osservare Hughes alle prese con il doppio ruolo di bassista e cantante.

Nel 2013 Hughes affronta anche un primo importante intervento al cuore, che comprende la sostituzione della valvola aortica. Nello stesso anno forma i California Breed, un trio con Jason Bonham e il giovane chitarrista Andrew Watt. Il progetto pubblica un album omonimo nel 2014 e si conclude nel 2015.

Nel settembre 2019 Hughes entra nei Dead Daisies come cantante e bassista. Con il gruppo registra Holy Ground, pubblicato nel gennaio 2021, e Radiance del 2022. Lascia poi la formazione, che torna a collaborare con John Corabi per il successivo Light ’em Up del 2024. Non sarà però un addio definitivo ai compagni di quella esperienza, come dimostreranno le esibizioni speciali del 2026.

In parallelo continua anche la carriera solista. Nel 2016 pubblica Resonate e, il 5 settembre 2025, torna con Chosen, il primo album a suo nome dopo nove anni. Al suo fianco ci sono Søren Andersen alla chitarra, Ash Sheehan alla batteria e Bob Fridzema alle tastiere. È un disco saldamente radicato nell’hard rock, nel quale Hughes continua a occuparsi personalmente delle parti di basso e affronta nei testi temi come l’amore, la fede e l’accettazione. Presentandolo, ha anche ipotizzato che potesse essere il suo ultimo album rock, senza escludere del tutto la possibilità di tornare in studio per musica di altro genere.

Nel frattempo Hughes aveva ricevuto anche due riconoscimenti importanti per la propria storia: nel 2011 aveva pubblicato l’autobiografia Deep Purple and Beyond: Scenes from the Life of a Rock Star, scritta con il giornalista Joel McIver, e nel 2016 era entrato nella Rock and Roll Hall of Fame come componente dei Deep Purple.

Il ritiro: quando la salute impone di fermarsi

I primi segnali erano arrivati nel gennaio 2026, quando Hughes aveva cancellato il tour primaverile negli Stati Uniti per problemi di salute. Il 30 maggio torna comunque sul palco dell’Arcada Theatre di St. Charles, in Illinois, insieme ai musicisti dei Dead Daisies. La serata, presentata con il nome di Purple Daisies, prevede due set dedicati rispettivamente al repertorio dei Dead Daisies e ai classici dei Deep Purple. Sarà il suo ultimo concerto completo.

L’ultima apparizione dal vivo risale invece al 1º agosto 2026, quando Hughes partecipa al concerto dei Kings of Chaos all’Agua Caliente Casino di Rancho Mirage, in California. In quell’occasione interpreta quattro brani dei Deep Purple: Highway Star, Stormbringer, Smoke on the Water e Burn.

Tre giorni dopo arriva l’annuncio del ritiro dai tour e dalle esibizioni dal vivo, accompagnato da parole che lasciano trasparire la difficoltà della decisione:

“Non ho davvero alternative né scelta, perché la salute è la mia priorità assoluta. Sono grato di aver ricevuto il dono di una vita piena di musica. Grazie per aver camminato al mio fianco” (Glenn Hughes).

A metà ottobre arriva un aggiornamento sulle sue condizioni. Hughes comunica di essere tornato a casa dopo otto giorni di ricovero e un intervento a cuore aperto durato dieci ore presso l’UCLA Ronald Reagan Medical Center di Los Angeles. L’operazione ha riguardato nuovamente la sostituzione della valvola aortica, la stessa procedura affrontata nel 2013. Il musicista ha ringraziato il cardiochirurgo Richard Shemin e la sua équipe, spiegando di recuperare progressivamente le energie.

Il ritiro annunciato nell’agosto 2026 riguarda dunque l’attività concertistica. Non equivale a un addio ufficiale alla musica, anche se Hughes aveva già espresso dubbi sulla possibilità di realizzare un altro album rock dopo Chosen. Quello che cambia con certezza è il rapporto con il palco, che per oltre mezzo secolo è stato una parte essenziale della sua vita professionale.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Glenn Hughes

1. Perché Glenn Hughes si è ritirato dai concerti?
Per motivi di salute. Nell’agosto 2026 ha annunciato di dover affrontare un nuovo intervento a cuore aperto e, su indicazione dei medici, ha deciso di interrompere l’attività dal vivo a tempo indeterminato.

2. Con quali album ha suonato nei Deep Purple?
Ha registrato tre album in studio: Burn e Stormbringer del 1974 e Come Taste the Band del 1975, come bassista e cantante accanto a David Coverdale.

3. Perché lo chiamano The Voice of Rock?
Per la sua voce dall’ampia estensione e dalle marcate influenze soul. La definizione acquistò particolare notorietà grazie ai KLF, che la utilizzarono per presentarlo nel singolo America: What Time Is Love?.

4. Che cosa è successo dopo l’intervento?
Nell’ottobre 2026 Hughes ha comunicato di essere tornato a casa dopo otto giorni di ricovero e un’operazione durata dieci ore all’UCLA Ronald Reagan Medical Center. L’intervento ha riguardato la sostituzione della valvola aortica, già operata nel 2013.

5. Da quale disco conviene partire per ascoltarlo?
Burn dei Deep Purple è probabilmente la porta d’ingresso più immediata. Per approfondire il suo stile di bassista vale la pena ascoltare anche Medusa dei Trapeze, Soul Mover e il primo album dei Black Country Communion.

Per capire che cosa Glenn Hughes abbia portato al basso elettrico non basta ascoltarne la voce. Bisogna prestare attenzione a quello che succede sotto: le note scelte per sostenere un accordo, gli accenti che spostano il groove, le piccole frasi che rispondono alla melodia senza sovrastarla.

È un modo di suonare che nasce dall’incontro fra rock, soul e rhythm and blues e che ha trovato nei Deep Purple degli anni Settanta una delle sue espressioni più conosciute. Se non lo avete mai fatto, rimettete Burn sul piatto e provate ad ascoltarlo seguendo il basso dall’inizio alla fine. Potreste scoprire un disco diverso da quello che ricordavate. Buon ascolto.



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