Nel novembre del 1982 tre musicisti texani arrivano a Los Angeles e si ritrovano nello studio di Jackson Browne senza sapere che stanno per registrare uno dei dischi destinati a segnare il blues degli anni Ottanta. Si sistemano quasi come sul palco, uno di fronte all’altro, e cominciano a suonare. Alla chitarra c’è Stevie Ray Vaughan, alla batteria Chris Layton, al basso Tommy Shannon.
Il Down Town Studio di Browne è un grande ambiente con il pavimento di cemento, qualche tappeto e molto spazio. Shannon lo ricorderà quasi come un capannone. Browne mette a disposizione tre giorni gratuitamente: il primo serve in buona parte per preparare tutto, poi la band registra due brani in una giornata e gli altri otto nella successiva. L’idea non è costruire minuziosamente un album, ma documentare il gruppo nel modo più vicino possibile a ciò che fa ogni sera dal vivo. Quel nastro diventerà Texas Flood.
Chi ha consumato quei dischi ricorda naturalmente soprattutto la Stratocaster di Vaughan. Ma se quella chitarra poteva permettersi di accelerare, fermarsi, lasciare vuoti e ripartire, una parte del merito era del basso alle sue spalle: un suono presente, un tempo saldo e una conoscenza del blues costruita attraverso club, dischi, Woodstock e parecchie cadute. Nel 2015 la Rock and Roll Hall of Fame ha accolto Stevie Ray Vaughan and Double Trouble, e insieme a Chris Layton e Reese Wynans è entrato anche Shannon.

Un ragazzo di Dumas nei club di Dallas
Tommy Shannon nasce a Tucson, in Arizona, il 18 aprile 1946, con il nome di Thomas Lafitte Smedley. A nove anni la famiglia si trasferisce a Dumas, nel Texas Panhandle, ed è lì che comincia a suonare. All’inizio, però, non è un bassista: imbraccia la chitarra nelle prime formazioni adolescenziali.
Dopo il liceo si trasferisce a Dallas e passa stabilmente al basso, suonando fra l’altro nei New Breed e negli Young Lads insieme al batterista Uncle John Turner. Sono anni di cover soul, serate interminabili e prime registrazioni professionali: un apprendistato in cui il basso viene imparato prima di tutto come elemento della sezione ritmica, non come strumento da mettere in vetrina.
Proprio al The Fog di Dallas avvengono due degli incontri decisivi della sua vita. Il primo è con Johnny Winter. Il secondo arriva nel 1970, dopo la fine dell’esperienza con Winter: Shannon entra nel locale e ascolta un chitarrista di circa quindici anni che lo colpisce immediatamente. È Stevie Ray Vaughan. I due diventano amici e negli anni successivi finiscono anche nelle stesse formazioni, prima che le loro strade tornino a separarsi.
Per chi ha fretta: 5 risposte su Tommy Shannon
1. Chi è Tommy Shannon?
È il bassista statunitense nato nel 1946 e conosciuto soprattutto per il lavoro con Johnny Winter e con Stevie Ray Vaughan and Double Trouble. Nel 2015 è entrato nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Double Trouble.
2. Tommy Shannon ha suonato a Woodstock?
Sì. Nel 1969 era il bassista del trio di Johnny Winter insieme al batterista Uncle John Turner.
3. Quando è entrato nei Double Trouble?
All’inizio del 1981, sostituendo Jackie Newhouse dopo aver rivisto Vaughan al Rockefeller’s di Houston pochi mesi prima.
4. Qual è il basso più famoso di Tommy Shannon?
Un Fender Jazz Bass del 1962 acquistato per 125 dollari dopo il furto del suo precedente basso Gibson. Lo ha utilizzato con Johnny Winter, Stevie Ray Vaughan e in numerose registrazioni successive.
5. Come otteneva il suo suono con Stevie Ray Vaughan?
Oltre al Jazz Bass, erano fondamentali il tocco, l’accordatura mezzo tono sotto e il rapporto con Chris Layton. Shannon utilizzava corde Rotosound più pesanti e, quando necessario, spostava il punto di pizzicato verso il pickup al ponte per controllare meglio le corde gravi.
Con Johnny Winter, fino al palco di Woodstock
La prima grande svolta arriva con Johnny Winter. Nel 1968 il chitarrista forma un trio con Shannon e il batterista Uncle John Turner. Winter possiede una conoscenza enciclopedica del blues e Shannon racconterà che proprio l’ascolto sistematico della sua collezione di dischi gli permette di entrare davvero dentro quel linguaggio.
Il 18 e 19 agosto 1968 il trio registra al Vulcan Gas Company di Austin buona parte del materiale destinato a The Progressive Blues Experiment; altri due brani vengono completati il 1° settembre nello studio Sonobeat di Western Hills Drive. Le registrazioni sono essenziali e volutamente poco elaborate, con il gruppo libero di suonare a volume da concerto. Sonobeat realizza inizialmente poco più di cento copie promozionali in copertina bianca; dopo l’esplosione dell’interesse intorno a Winter, il disco arriva alla distribuzione nazionale attraverso Imperial nel marzo 1969.
Il 1969 è l’anno in cui tutto accelera. Nella notte fra il 17 e il 18 agosto il trio sale sul palco di Woodstock e Shannon, ventitreenne, si ritrova davanti a una delle folle più celebri della storia del rock. Durante il set si unisce al gruppo anche Edgar Winter, fratello di Johnny.
Riascoltando oggi quelle incisioni si riconoscono già alcuni elementi del bassista che verrà. In un blues lento come It’s My Own Fault il basso mantiene leggibile la struttura, scandisce fondamentali e accordi e aumenta la densità soprattutto nei passaggi fra una sezione e l’altra. Non cerca di competere con la chitarra: costruisce lo spazio nel quale la chitarra può muoversi.
È una lezione che vale ancora per chi suona blues in trio. Il giro di dodici battute sembra semplice proprio perché lascia immediatamente scoperto chi perde la forma: un riempimento funziona soltanto quando musicista e ascoltatore continuano a percepire senza esitazioni dove si trova il primo movimento.
Gli anni difficili e l’ingresso nei Double Trouble
Nel 1970 Winter cambia direzione e passa alla formazione con Rick Derringer e altri ex McCoys. Shannon e Uncle John Turner si ritrovano fuori dal gruppo e, insieme al cantante Bruce Bowland e ad altri musicisti texani, danno vita ai Krackerjack. La band passa inizialmente da San Francisco e poi torna in Texas; nelle sue successive incarnazioni vi entrerà per qualche tempo anche il giovanissimo Stevie Ray Vaughan.
Sono però anche gli anni più difficili della vita di Shannon. Le dipendenze lo trascinano in un lungo ciclo di arresti, libertà vigilata, riabilitazione e ricadute. Per un periodo le condizioni della probation gli impediscono di frequentare l’ambiente musicale e lavora nell’edilizia. Alla fine degli anni Settanta riesce progressivamente a tornare a suonare, passando anche dalla band di Rocky Hill, fratello di Dusty Hill degli ZZ Top.

Nell’ottobre del 1980 va al Rockefeller’s di Houston per ascoltare Double Trouble. Vede Vaughan sul palco con Chris Layton e ha quella che descriverà come una sorta di rivelazione: è convinto che quello sia il gruppo nel quale dovrebbe suonare. Lo dice direttamente a Stevie. Poche settimane dopo arriva la chiamata e all’inizio del 1981 Shannon prende il posto di Jackie Newhouse.
Nasce così il power trio destinato a portare Vaughan fuori dal circuito texano. Shannon non entra come semplice bassista di accompagnamento: alle spalle ha già Johnny Winter, Woodstock e oltre dieci anni di mestiere. Soprattutto ha imparato quanto possa essere importante fare poco, purché quel poco arrivi nel punto esatto.
Da Montreux a Texas Flood
Il 17 luglio 1982 i Double Trouble suonano al Montreux Jazz Festival. L’accoglienza non è quella che ci si aspetterebbe rileggendo oggi la storia: una parte del pubblico reagisce con fischi al volume e all’aggressività del blues elettrico della band. Ma proprio quella trasferta europea innesca due incontri decisivi.
David Bowie rimane impressionato da Vaughan e lo chiamerà a registrare le parti di chitarra di Let’s Dance. Jackson Browne, a sua volta, ascolta il gruppo e gli offre gratuitamente del tempo nel proprio studio di Los Angeles.
Quando la band arriva in California nel novembre successivo non sta ancora entrando in studio come un gruppo sotto contratto impegnato a realizzare il proprio debutto. L’obiettivo è preparare un nastro capace di documentare quello che i tre fanno dal vivo. Si dispongono in cerchio, con pochissimo isolamento fra gli strumenti, e registrano quasi tutto in presa diretta.
Anche il setup mantiene un’impostazione molto pratica. Vaughan utilizza soprattutto la sua Stratocaster Number One e combina i Fender Vibroverb con il potente Dumbleland Special di Jackson Browne. Shannon porta invece il Jazz Bass del 1962 che lo accompagna fin dagli anni di Johnny Winter.
Il nastro arriva nelle mani di John Hammond, il produttore e talent scout che aveva già contribuito alle carriere di artisti come Bob Dylan e Bruce Springsteen. Hammond si interessa al gruppo e favorisce il passaggio verso Epic. Quelle registrazioni, nate sostanzialmente come demo, diventano così Texas Flood, pubblicato il 13 giugno 1983.
La forza del disco sta anche in ciò che lo studio non cancella: l’interazione istantanea fra tre musicisti abituati a osservarsi e reagire in tempo reale. Gli interventi successivi sono ridotti e l’impressione rimane quella di una band fotografata mentre sta realmente suonando.
Seguono Couldn’t Stand the Weather nel 1984 e Soul to Soul nel 1985, quando l’ingresso del tastierista Reese Wynans trasforma il trio in un quartetto senza modificare l’asse fondamentale formato da Shannon e Layton.
Cinque dischi per iniziare
1. Johnny Winter, The Progressive Blues Experiment (1968)
Il trio degli inizi, registrato quasi interamente al Vulcan Gas Company di Austin con mezzi essenziali. È il punto di partenza per ascoltare Shannon prima che il suo nome venga legato a quello di Stevie Ray Vaughan.
2. Stevie Ray Vaughan and Double Trouble, Texas Flood (1983)
La fotografia quasi dal vivo di tre musicisti che si conoscono abbastanza da non avere bisogno di riempire ogni spazio. Il disco indispensabile per capire il rapporto fra Shannon, Layton e Vaughan.
3. Stevie Ray Vaughan and Double Trouble, Couldn’t Stand the Weather (1984)
Il trio ormai pienamente maturo, con una sezione ritmica ancora più sicura e un basso che rimane leggibile sotto una chitarra sempre più libera.
4. Stevie Ray Vaughan and Double Trouble, In Step (1989)
Il disco della sobrietà e del Grammy. Crossfire mostra inoltre Shannon non soltanto come accompagnatore, ma come musicista coinvolto direttamente nella nascita del materiale.
5. Arc Angels, Arc Angels (1992)
Il primo grande capitolo dopo Vaughan: Shannon e Layton conservano la propria identità ritmica senza trasformare il progetto in una copia dei Double Trouble.
Carnegie Hall e una sezione ritmica che può cambiare pelle
Il 4 ottobre 1984 arriva un altro passaggio simbolico: Stevie Ray Vaughan and Double Trouble suonano alla Carnegie Hall di New York. Nella seconda parte dello spettacolo la formazione si allarga con Jimmie Vaughan alla chitarra, Dr. John alle tastiere, George Rains come secondo batterista, Angela Strehli alla voce e la sezione fiati dei Roomful of Blues.
Per Shannon è una situazione molto diversa dal trio. Quando aumentano strumenti, frequenze e arrangiamento, il basso non deve necessariamente suonare di più: spesso deve fare l’esatto contrario. La registrazione, pubblicata ufficialmente nel 1997 come Live at Carnegie Hall, permette di ascoltare quanto la coppia Shannon-Layton sappia mantenere identità e peso anche all’interno di una formazione molto più affollata.
Dipendenze, sobrietà e In Step
Nel 1986 le dipendenze raggiungono un punto non più sostenibile. Durante il tour europeo Vaughan ha un grave crollo fisico e interrompe l’attività. Anche Shannon è arrivato al limite. Il 13 ottobre 1986 i due iniziano il percorso verso la sobrietà nello stesso giorno, anche se in strutture diverse.
La ripartenza musicale culmina in In Step, pubblicato nel 1989. Il titolo stesso rimanda alla nuova fase personale e artistica vissuta da Vaughan e l’album vince nel 1990 il Grammy nella categoria Best Contemporary Blues Recording.
È anche il disco che mostra con particolare chiarezza come Shannon non sia soltanto il bassista incaricato di sostenere Vaughan. Il suo nome compare fra gli autori accreditati di Crossfire, insieme a Chris Layton, Reese Wynans, Bill Carter e Ruth Ellsworth. Carter ha raccontato che il brano nacque durante alcune jam della sezione ritmica senza Vaughan e che alla base c’era proprio una figura di basso proposta da Shannon.
Fondamentali, shuffle e quella sensazione di stare nel posto giusto
In un power trio il basso non ha molto spazio per nascondersi. Quando la chitarra smette di accompagnare e parte per un assolo, sotto rimangono batteria e basso: è soprattutto quest’ultimo a mantenere percepibile la struttura armonica. È qui che il lavoro di Shannon diventa interessante da studiare.
La sua forza sta prima di tutto nei fondamentali. Shannon possiede una pulsazione molto solida, conosce la forma del blues al punto da potersi muovere senza renderla meno leggibile e costruisce con Chris Layton un pocket che non dà mai la sensazione di essere meccanico.
«Alla fine credo che il ruolo del bassista sia fare da ponte fra la batteria e la chitarra» (Tommy Shannon).
La frase riassume bene la sua idea di accompagnamento. Uno dei terreni più riconoscibili è lo shuffle texano: Shannon lavora su fondamentali, note stoppate, piccoli hammer-on, passaggi cromatici e anticipi ritmici senza perdere la pulsazione principale. Il risultato sembra semplice finché non si prova a riprodurne esattamente il peso.
Il dialogo con Vaughan è altrettanto importante. Shannon raddoppia spesso il riff della chitarra, segue le linee discendenti dei turnaround e utilizza note cromatiche per collegare i cambi armonici. In brani come Pride and Joy il basso non deve inventare continuamente materiale: deve far sì che lo shuffle continui a camminare anche quando la chitarra comincia a prendersi libertà ritmiche e dinamiche.
In Crossfire emerge invece un’altra faccia del suo stile. La linea si avvicina maggiormente al funk, costruita attorno a figure brevi, pause e accenti che lasciano respirare il groove. Nel corso del brano il tempo tende anche ad accelerare: Shannon ha raccontato che la band lo fece notare a Vaughan, ma Stevie preferì lasciare tutto com’era. Un dettaglio piccolo ma significativo, perché racconta una filosofia nella quale il feel viene prima della precisione matematica.
Mezzo tono sotto: anche il setup cambia il modo di suonare
C’è poi un dettaglio tecnico importante. Con Vaughan, Shannon accorda il basso mezzo tono sotto: Eb-Ab-Db-Gb. La tensione inferiore delle corde, soprattutto sulle due più gravi, può però aumentarne l’escursione e provocare rumori contro i tasti.
Shannon compensa utilizzando corde Rotosound di scalatura più pesante e modificando anche il punto in cui pizzica. Normalmente preferisce la zona vicina al pickup al manico, ma quando ha bisogno di maggior controllo sulle corde E e A sposta la mano destra verso il pickup al ponte, dove l’escursione della corda è minore e l’attacco diventa più definito.
È un particolare apparentemente secondario, ma racconta bene il rapporto fra setup e tecnica. Il suono di Shannon non dipende da una formula misteriosa: nasce dall’adattamento dello strumento alle esigenze della band e dal modo in cui le mani reagiscono a quell’assetto.
Il Jazz Bass del 1962 comprato per 125 dollari
Lo strumento simbolo della carriera di Tommy Shannon è un Fender Jazz Bass del 1962 bianco, con battipenna tortoiseshell. La sua storia è decisamente meno romantica di quanto suggeriscano oggi le quotazioni dei Fender pre-CBS.
Prima di acquistarlo Shannon utilizzava un basso Gibson double cutaway, che gli venne rubato mentre viveva a Dallas. Rimasto senza strumento e con pochi soldi, seppe di un Jazz Bass bianco in vendita e riuscì a comprarlo per appena 125 dollari. Sarebbe diventato il basso utilizzato con Johnny Winter e, molti anni dopo, in gran parte delle registrazioni con Stevie Ray Vaughan, oltre che negli Arc Angels, negli Storyville e in numerose altre sessioni.
Attorno a quello strumento esiste anche un aneddoto notevole, confermato direttamente da Shannon: Jimi Hendrix ebbe occasione di suonarlo. Non male per un basso acquistato quasi per necessità e diventato, senza alcun programma, un pezzo di storia del blues-rock americano.
Nel corso degli anni Shannon ha naturalmente utilizzato molti altri strumenti, ma è sempre tornato al vecchio Jazz Bass. Più che il collezionismo, in questo caso conta la continuità: è un basso che attraversa quasi per intero la sua storia professionale.
Dopo il 27 agosto 1990
Il 27 agosto 1990 Stevie Ray Vaughan muore nell’incidente di un elicottero dopo il concerto all’Alpine Valley Music Theatre, nel Wisconsin. Per Shannon non è soltanto la fine della band: Vaughan era uno dei suoi amici più stretti e il bassista racconterà di aver perso, almeno per un periodo, anche il desiderio di fare musica.
La sezione ritmica dei Double Trouble, però, non scompare. Shannon e Layton tornano insieme negli Arc Angels con Doyle Bramhall II e Charlie Sexton. L’album omonimo esce nel 1992 per Geffen e mostra quanto quella coppia ritmica possa funzionare anche senza tentare di ricostruire il suono di Vaughan.

Subito dopo arriva l’esperienza degli Storyville, costruita attorno alla voce di Malford Milligan e completata, nella formazione più conosciuta, dai chitarristi David Grissom e David Holt. Il debutto Bluest Eyes esce nel 1994; seguono A Piece of Your Soul nel 1996 e Dog Years nel 1998.
Nel 2001 il nome Double Trouble ritorna su un disco in studio con Been a Long Time, realizzato da Shannon e Layton insieme a numerosi ospiti. Nel frattempo il bassista continua a collaborare con musicisti appartenenti a generazioni diverse, mentre nel 2015 arriva l’ingresso di Stevie Ray Vaughan and Double Trouble nella Rock and Roll Hall of Fame.
Per capire che cosa significa servire un brano senza sparirci dentro basta prendere un pezzo di Texas Flood e provare ad ascoltarlo seguendo soltanto il basso dall’inizio alla fine. Shannon raramente chiede attenzione, ma continuamente determina ciò che gli altri musicisti possono permettersi di fare. È forse questa la parte più difficile del suo stile da imitare: non le note che suona, ma la capacità di sapere quando una nota in più non serve.










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