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Bufera nel mondo del vinile, cosa diavolo succede in MoFi?

MoFi, MFSL o Mobile Fidelity, comunque vogliate chiamarla, è in mezzo alla tempesta in questi giorni per la mancanza di trasparenza sulle sue prossime produzioni di dischi in vinile.

Attenzione: aggiornamenti in calce all’ articolo

Sono oramai giorni che viene fatta una domanda da tutta la cosiddetta “vinyl community” e ancora non è arrivata nessuna risposta ufficiale da una delle aziende più rispettate del settore.
Sebbene non si vogliano fare processi alle intenzioni, soprattutto a chi ha sempre dimostrato di lavorare molto bene, siamo di fronte a un autogol nel campo della comunicazione?

Premesse storiche

Una vera e propria bufera si è abbattuta negli ultimi giorni sulla Mobile Fidelity Sound Labs, quella che forse si può considerare l’azienda che ha inventato il concetto di “disco in vinile per audiofili” sin dalla fine degli anni ’70 (oggi è proprietà di Music Direct), realizzando produzioni strepitose (beh non tutte tutte, ma la maggior parte senza dubbio) a livello di remastering ed utilizzando i migliori materiali vergini per il vinile e un packaging sempre di alto livello.
Insomma, il loro intento è stato mettere nelle mani degli appassionati la miglior versione possibile di un disco, prima di tutto in vinile ma poi anche in cd, producendo i cosiddetti SACD (super audio cd), che utilizzano la tencologia digitale DSD (Direct Stream Digital) di cui parleremo tra poco.

Come si colloca la MoFi nell’ambito delle produzioni discografiche quindi? Per esperienza personale posso assicurare ad alti e anche altissimi livelli. Chiaramente i costi di queste produzioni sono altrettanto alti, non sono dischi che si comprano tutti i giorni e ci si riserva di acquistare quelli che sono i nostri LP da isola deserta (beato chi invece può averli tutti).

Etichette come Analogue Productions (la preferita di chi scrive), Impex, ORG, ecc… sono specializzate in produzioni in cui si predilige il cosiddetto A/A/A, dove ogni A sta per “analogue” e vuol dire che tutto il processo di produzione è analogico, a partire dai nastri su cui è stata registrata la musica fino al prodotto finito.

Concentrandoci sulla MoFi, negli anni il loro approccio è stato esplicitato grazie alle due strisce poste in cima alla copertina del disco – da non confondere con roba feticcia e senza senso come “living stereo” o altro usato nei decenni da altre compagnie – cioé:

  • Original Master Recording: indicante che il nastro utilizzato è esattamente il nastro originale, il cosiddetto “master”
  • Mobile Fidelity Sound Lab: nei casi in cui non si è sicuri al 100% che il nastro sia il master originale e non una copia oppure che si sia scelto di usare la migliore fonte tra quelle a disposizione.

MoFi non ha mai escluso a prescindere l’uso di fonti digitali, ufficialmente, o per quel che finora era presunto da tutti, nei casi in cui il master del disco fosse stato prodotto in origine con questa tecnologia (benché ancora oggi ci siano molte discussioni ad esempio sui vecchi remaster dei Beatles e relativo box, voci mai chiarite sul trattamento delle sorgenti e, a dirla tutta, dischi probabilmente che si può evitare di rincorrere in quanto non rappresentano il massimo di MoFi, non solo a mio parere…).

MoFi labels
Le due differenti indicazioni sulla fascia superiore della cover

Prima di proseguire facciamo chiarezza su un dettaglio spesso ignorato: tantissimi dei dischi storici che bramiamo, parlando degli originali dell’epoca, sono stati sin da subito stampati da nastri copia degli originali. Questo per un motivo di conservazione (usandoli i nastri si degradano ovviamente) e anche per il fatto che un disco veniva stampato in più nazioni del mondo e certo non si faceva girare per tutto il pianeta il master originale, i rischi sono ben immaginabili.

Così, quando leggete “from original master tape” dovete pensare che è probabilmente più una scelta odierna di volersi avvicinare alla fonte originale – e teoricamente al miglior suono – che un ritorno dei vecchi metodi di produzione.
Ma d’altronde vi ho già parlato tempo fa della questione dei “remaster dai nastri originali“.

Il problema e l’inizio della tempesta

Da un po’ di tempo la MoFi sta producendo i cosiddetti Ultradisc One Step, cioé dei dischi in vinile che utilizzano un particolare processo di produzione (anzi, dimezzano il processo normale per l’esattezza) così da non avere perdite sonore nei vari passaggi e dare vita a un vero e proprio “supervinile” per così dire, sia per le qualità sonore, sia per la silenzionsità di fondo, sia per il suo packaging molto curato.
Di questi One Step vi ho parlato in questa puntata di Ti Consiglio un Disco.

MoFi One Step

Quest’anno MoFi ha annunciato una lista davvero incredibile di queste produzioni, i cui pre-order si esauriscono sempre molto velocemente.
Uno degli album che ha maggiormente attirato l’occhio di appassionati e collezionisti è sicuramente Thriller di Michael jackson, che per il suo 40° anniversario riceverà, appunto, il “trattamento” One Step.

Tutto cristallino se non fosse per un solo particolare: ne sono state annunciate ben 40mila copie!

MoFi Thriller

Ora, bisogna capire questo, in produzioni del genere con uno stamper (consultate il glossario del vinile per questi termini) si può arrivare a produrre al massimo un migliaio di copie. Sono numeri bassi per le produzioni standard, ma per l’alta qualità (o fedeltà, come vi pare) non si può davvero oltrepassare questo numero se si vuole garantire che il disco numero 999 suoni come il numero 001.
Anzi, diciamola tutta, probabilmente anche meno di mille copie, forse un numero di 500 sarebbe maggiormente accurato, ma questo non è dato saperlo con precisione.

A causa della filiera corta del processo di produzione One Step, il nastro originale dovrebbe quindi essere ripreso e fatto nuovamente girare svariate volte per ottenenere i nuovi mezzi di stampa. Ciò vuol dire che il nastro di Thriller dovrebbe essere sottoposto a 40, 50, 60 o anche più usi.
È letteralmente impensabile che la Sony abbia concesso a terzi di utilizzare in questo modo il nastro originale di un disco epocale come questo, qualunque tecnico ed esperto del settore ve lo confermerà.

La reazione del web

Da qui sono iniziati i dubbi sul web di alcuni degli YouTubers e giornalisti più famosi del settore, a partire dal canale 45 RPM Audiophile, passando per The ‘In’ Groove (che è stato addirittura più pessimista e ha esteso il dubbio a tutte le produzioni post-2015) fino al decano della musica in vinile, ovvero il guru Michael Fremer.

Il dubbio è: se escludiamo che il nastro originale possa essere utilizzato in questo modo, cosa dobbiamo immaginare?
Abbiamo due opzioni:

  • è stata creata una copia del nastro, così da non degradare l’originale
  • verrà usato nel processo uno step digitale, ovvero il riversamento del master in DSD

Chiariamo subito cosa significa DSD, prima che qualcuno se ne esca con qualche teoria bizzarra su vinili e trasferimenti diretti (impossibili) da cd o altro.

Il Direct Stream Digital è di sicuro uno dei migliori metodi in cui l’analogico può essere convertito in digitale con minor perdita sonora possibile. Il DSD può avere un sampling rate centinaia di volte maggiore di quello di un cd, per intenderci.
Non c’è niente di male nell’utilizzare un DSD anche per il vinile se non è possibile, per vari motivi, utilizzare i nastri originali o copie ben suonanti e in buono stato. Ci sono album così prodotti che suonano in maniera strepitosa su vinile, senza alcun tipo di dubbio, provare per credere. Anche perchè sarà poi la bravura dei tecnici a decretare il risultato finale (si possono cucinare cose orribili anche con i migliori ingredienti).

Ora il punto è: perché la Mobile Fidelity non chiarisce questo aspetto della questione? Perché non fa chiarezza?
È incredibile che negli ultimi due mesi si siano rincorsi comunicati stampa “rinnegati” o chiacchiere di corridoio mai confermate e poi ora, dopo già una settimana di terremoto in tutta la comunità del vinile, ancora non ci sia una risposta ufficiale.

Se un disco suona bene, suona bene. Questo è fuori discussione. Ma per rispetto dei consumatori, soprattutto nel caso di dischi assai costosi e difficili da accaparrarsi anche durante i pre-order, è necessaria la massima trasparenza.
Questo è quello che tutti stanno chiedendo e che la Mobile Fidelity deve garantire.

Qui sotto riportiamo uno degli ultimi video usciti in cui Fremer viene intervistato e racconta la sua versione dei fatti finora.
Il “finora” è estremamente importante, visto che per adesso nessuna voce è stata confermata o smentita.

Restiamo quindi alla finestra aspettando una “voce dall’alto” ma una cosa dobbiamo dirla alla nostra (comunque amata) MoFi: la vostra velocità di comunicazione, nell’era dei social, non è accettabile. Tutto ciò che fate si basa sulla fiducia con un parco clienti che è comunque una nicchia nella nicchia nel mondo dell’industria musicale.
Siate meritevoli di tale fiducia, anche perché i vostri prodotti meritano tale attenzione.

Aggiornamenti

Finalmente la Mobile Fidelity si è fatta sentire e lo ha fatto invitando Mike del canale The ‘In’ Groove nella propria sede, proprio in mezzo ai macchinari di lavoro, per chiarire la questione.

La domanda è molto chiara: c’è un passaggio digitale nel processo di produzione?
La risposta, come già ipotizzato, è stata , lo step digitale viene gestito con la conversione dei nastri originali in formato DSD256, con una risoluzione che è 256 volte più alta di quella di un cd.
Per i più tecnici, si tratta di un trasferimento a un sampling rate di 11.2 MHz. Per rendere la differenza di prestazioni ancora più chiara:

  • CD = 44.1kHz
  • SACD = 2822.4 kHz
  • DSD256 = 11289.6 kHz

N.B. attenzione, quanto appena elencato non è in alcun modo un confronto diretto tra cd/sacd e vinile!

Riassumiamo quindi come avviene questo processo: i tecnici della Mobile Fidelity ottengono dall’etichetta che ne detiene i diritti (e la proprietà) l’accesso al master tape originale, ma spesso questo non può essere portato al di fuori del luogo dove viene conservato.
Così, sono i tecnici stessi a recarsi in loco con i macchinari per un riversamento in DSD su cui poi potranno lavorare in sede MoFi con le macchine che utilizzano oramai da anni, con un sistema proprietario.
Questo ovviamente dopo un processo di autenticazione, per capire se effettivamente è il master originale o una copia (sembrerà strano, ma a volte le case discografiche fanno confusione).

A questo punto facciamo un’importante precisazione: alla Mobile Fidelity non esiste alcun macchinario o software dedito al remix o all’editing delle tracce musicali. Niente viene ritoccato, non ci sono interventi digitali in questo senso e almeno su questo si può tirare un sospiro di sollievo.
Al di là della parte di controllo e gestione della fonte DSD, tutto il resto dei macchinari funziona in maniera analogica, e alcuni di essi sono ancora quelli sviluppati con il compianto guru Tim De Paravicini (maggiori info sul sistema proprietario Ultra Analog GAIN 2 a questo link).
Da qui in poi l’iter di realizzazione delle lacche e dei dischi è lo stesso di sempre, One Step o normale che sia, chiaramente con l’alto controllo qualità che richiede un prodotto di questa fascia.

A questo punto cambierà radicalmente l’opinione sulla Mobile Fidelity? Per chi scrive, no. Si tratta sempre di dischi in vinile che superano abbondantemente qualsiasi produzione standard, sia livello di suono che di packaging.
Si badi bene, la mancanza di trasparenza rimane un atto gravissimo nei confronti dei clienti, soprattutto in un segmento di nicchia dove i particolari contano moltissimo.
Pur tuttavia, è uno dei migliori casi in cui si può citare il detto “non si deve buttare via il bambino con l’acqua sporca“, poiché ciò che viene prodotto dalla MoFi è comunque indubbiamente di alto livello, bastano pochi secondi di ascolto a dimostrarlo.

E, ancora più importante, queste produzioni viniliche non sono in alcun modo assimilabili ad altre in commercio in cui l’apporto dell’editing digitale è molto più pesante e nelle quali le fonti primarie non sono per nulla le originali analogiche, con processi di mastering eseguiti da ignoti che spesso lavorano in maniera disinteressata e massiva.
In ogni caso, è bene precisare che anche avendo il nastro originale, se messo in mano a un tecnico senza esperienza esso diventa completamente irrilevante ai fini del suono finale.
La componente umana resta fondamentale.

Chiaramente, come dicevo, una sonora tirata d’orecchie ci sta tutta per non aver esplicitato prima la questione e aver così indirettamente preso in giro molte persone, ma almeno è apprezzabile il fatto di averci messo la faccia e aver dato le info con la trasparenza che veniva richiesta.

Io personalmente posso solo dire che chi non ha mai ascoltato un disco della Mobile Fidelity, beh, dovrebbe farlo, non se ne pentirà.
Purtroppo questo è stato un brutto scivolone da parte di un’azienda che stavolta si è davvero messa il bastone tra le ruote da sola, un po’ (tanto) stupidamente.

Uno scivolone peraltro pericoloso non solo per la MoFi ma per tutto il mondo delle produzioni in vinile di alta qualità, visto che indirettamente mette nelle mani di persone che poco sanno ma tanto parlano le armi per sostenere che oramai tutto il mondo è paese.
Ci sono, invece, aziende come la Acoustic Sounds (per citare la più grande, produttrice per Analogue Productions e altri) che senza alcun dubbio producono in altissima qualità e con l’intera filiera analogica A/A/A e hanno fatto della trasparenza il loro baluardo, tanto da poter visitare le fabbriche personalmente semmai qualcuno capitasse in zona e volesse verificare con i propri occhi.

In futuro si spera che non risucceda un fatto del genere e io aspetto comunque di ascoltare le prossime uscite in vinile targate MoFi, perchè voltargli le spalle e tapparsi le orecchie a prescindere sarebbe altrettanto stupido.