Firenze Rocks si presenta come festival, ma nei fatti resta una manciata di concertoni con qualche opening act, senza palchi multipli, campeggio o servizi gratuiti di base. Token a numero fisso, prezzi gonfiati, pit e super pit a pagamento, audio diseguale tra chi sta davanti e chi sta dietro, scalette tagliate: una riflessione editoriale su cosa distingue davvero un festival da una serie di concerti.
Il Firenze Rocks potrebbe essere preso come esempio di come non si debba organizzare un festival, volendo evitare che il giorno dopo i propri canali social risultino invasi da commenti a dir poco pungenti…
D’altronde, ciò avrebbe senso se questo evento organizzato da qualche anno al bel Parco delle Cascine di Firenze fosse, appunto, un festival.
I concertoni
Roberto De Luca di Live Nation, parlando del Firenze Rocks in confronto al Lucca Summer Festival, ha dichiarato alla stampa locale che “…è sbagliato fare confronti: il nostro è un festival, il Lucca Summer no, è una serie di concerti.“
Non si sa bene come prendere questa affermazione, perché siamo oltre la semplice comicità involontaria, siamo letteralmente alla presa in giro e alla distorsione della realtà. Visto che parliamo di un “festival” che da quando è nato non è stato altro che una serie di pochi concertoni con qualche opening act.
Forse per le sue prime due edizioni si poteva ancora dire che partiva da buone basi per diventare un festival, prevedendo di arricchire di anno in anno cartellone, strutture e servizi. Ma invece…
Al Firenze Rocks non ci sono altri palchi se non quello principale, non c’é un nutrito programma – come nei veri festival – che vede esibirsi decine di band e artisti lungo gran parte della giornata; non è previsto un campeggio, non ci sono i servizi gratuiti di base necessari per affrontare molte ore e più giornate sotto il sole (il minimo per la sopravvivenza), e potrei continuare a elencare mancanze su mancanze… Il tema, in fondo, è lo stesso che attraversa la musica live tra numeri e crisi di identità.
Al posto di tutto questo ci sono una serie di stand a dir poco esosi per cibo/bevande/merchandising, zone d’ombra grandi come una cartolina in un pratone completamente scoperto e sotto il sole, che in giugno è già piuttosto aggressivo, e bagni… a pagamento. Sì, avete letto bene, esiste anche una serie di bagni a pagamento.
Ce l’hai mezzo token?
Ah, il pagamento! I famosi “token“. Tali “gettoni” vengono venduti in numero fisso di 5, 10 o 20 e, chiaramente, tutti i costi sono adeguatamente calcolati in modo che parte di questi token vi restino in tasca, poiché inutilizzabili.
Ma chissà, magari avete fatto l’abbonamento per tutte le giornate del “festival” (e cercate di cogliere l’ironia in questo “tutte”) e l’indomani potrete riusare i token avanzati. Ah, poveri illusi. I token cambiano e quelli di ieri potete darli ai piccioni, che a Firenze non mancano mai del resto.
In pratica, immaginate una persona davanti a voi che strappa i vostri soldi, perché di questo si tratta.
I costi (tradotti da token a euro, perché in questo articolo eviterò di prendervi per i fondelli giocando coi soldi del Monopoli…): 8 euro per una birra da 33cl, 8 euro per un panino farcito – anche quando hanno finito la farcitura – 3 euro per una bottiglietta d’acqua da 0,5Lt e così via.
Se poi hai avuto l’ardire di arrivare al concerto mangiando un panino acquistato all’esterno o che ti sei preparato da solo a casa, sei costretto a buttarlo via prima di entrare. Si sa, del resto, che i panini potrebbero essere usati come armi improprie, ci mancherebbe, soprattutto quelli con la porchetta visto che la cotenna potrebbe davvero far male a qualcuno… no?
La decrescita esponenziale
Il “festival”, comunque, è cresciuto negli anni… Ah no! Scusate, gli artisti – spesso gli stessi dell’anno precedente – sono diminuiti, le giornate si sono dimezzate…
Allora cosa è cresciuto? Ma naturalmente l’area pit, che da zona minore sotto al palco venduta a prezzo più alto, ora si sta prendendo quasi metà dell’intera location. Poi si sono inventati anche il “super pit“. Non c’è bisogno di commentare, come con i bagni a pagamento il Firenze Rocks sembra avere la mission di creare al suo interno una netta differenziazione di “ceto sociale” .
Il problema è che di punto in bianco diventa un lusso quello che era del tutto normale (con che coraggio mi chiedi un sovrapprezzo per stare comunque a 100mt e rotti dal palco?); al contempo quello che prima era “vip”, ora è “semi-vip”.
Poi, cos’altro è cresciuto negli anni? Beh i prezzi, di tutto. Diminuendo la qualità, di tutto.
E poi? Ah sì ecco, le file, ovunque, mal gestite, italian style.
Ci vedi? Ci senti?
Sul discorso della qualità audio, sono almeno 3 edizioni che il pubblico è letteralmente spaccato a metà: chi è più vicino al palco (aree pit e ora super pit) gode di un impianto frontale che funziona più o meno come dovrebbe (il più o meno dipende dalle scelte dei fonici delle singole band ma anche dai limiti di decibel dettati da una normativa italiana sicuramente da riformulare…), mentre chi si trova da circa metà venue in poi lamenta un audio scarso o pessimo. Non è un dettaglio da poco: la qualità del suono è parte di ciò che rende un concerto memorabile, come ricordiamo parlando di eventi che hanno cambiato la storia della musica dal vivo.
In una delle edizioni passate, durante il concerto di un grande headliner internazionale, fuori dal pit ci si è chiesti se le torri di ritardo fossero addirittura spente: di sicuro erano decisamente depotenziate, tanto che durante il concerto si poteva parlare a volume di voce del tutto normale.
Non è mai stato il solo concerto oggetto di critiche e ciò che si legge ogni anno è più o meno sempre uguale: chi paga di più e sta davanti sente il concerto; quelli dietro (decine di euro a biglietto più spese accessorie), che già non vedono bene e spesso ostacolati addirittura dal tendone centrale dei fonici, cercano di captare il possibile, ma senza quell’emozione dell’onda sonora che ti travolge.
I limiti in decibel possono essere una concausa, ma non certo la sola motivazione e comunque tutto questo si sa da prima, però i biglietti si continuano a vendere a prezzo pieno assicurando uno spettacolo perfetto fino alle retrovie.
Qualcuno ha addirittura ipotizzato che questa sia una strategia per vendere più biglietti per il pit, ma non voglio essere così malizioso e non ci sono prove a riguardo…
Anche le scalette “depotenziate”
E infine, alle 23 tutti a casa, poco importa se come headliner c’è un gruppo che ovunque fa mezz’ora in più di concerto (con l’aggravante di un opening act che nulla ha a che fare col genere della serata e che suona inspiegabilmente più del dovuto).
Quindi si tagliano le scalette, zac zac, via anche dei brani che hanno fatto la storia della band e tutti a letto “felici”. Eppure il palco resta uno specchio e un maestro tanto per chi suona quanto per chi ascolta.
Si può solo migliorare…
Cari organizzatori, abbiamo parlato finora di “festival”, ironizzando e mettendo in dubbio la definizione che vi auto-attribuite senza alcuna auto-critica.
Ma non è questo il punto. Il punto non sono le parole, sono i fatti. E qui i fatti parlano chiaro: siete attualmente il “festival” più odiato della penisola (e cè chi si chiede dove nascerà la musica di domani se la scena dal vivo continua su questa strada) e i motivi ci sono tutti.
Potete continuare così e fare quei “pubbliconi” da prime serate semivuote, oppure fare più spettatori riportando ancora una volta lo stesso grande nome, ma tanto, il giorno dopo, sono tutti incazzati come iene.
Ah sì, poi ci saranno sempre quelli “ma vabbé, ho visto i Metallica/Tool/Guns/etc… e sono felice lo stesso“.
Purtroppo (per loro) sì, ci sono anche questi fan(-atics). E tornano sempre. Ma a quanto pare, quelli che invece non tornano iniziano a essere parecchi, una maggioranza e neanche così silenziosa…
Ogni anno ricominciate a progettare l’edizione successiva, immagino. Ecco, credo che non possiate permettervi un altro errore.
Per chi ha fretta: 5 cose da sapere su Firenze Rocks
- Festival o concertone? Manca tutto ciò che definisce un festival: palchi multipli, programma diffuso lungo la giornata, campeggio, servizi gratuiti di base. Cè un palco solo e pochi headliner.
- Cosa sono i token? Gettoni venduti in tagli fissi da 5, 10 o 20, calcolati perché una parte resti inutilizzabile in tasca, e che cambiano da un giorno all’altro.
- Quanto si spende dentro? Prezzi gonfiati per cibo e bevande, bagni a pagamento, divieto di portare cibo da casa.
- Perché l’audio divide? Chi sta nel pit sente un impianto frontale decente, chi sta da metà venue in poi spesso lamenta un suono scarso, anche per torri di ritardo depotenziate.
- Si può migliorare? Sì: meno logica del lusso artificiale, scalette intere, audio omogeneo e servizi reali renderebbero la definizione di festival finalmente onesta.
p.s. sempre De Luca, nello stesso articolo, dice: “Sogno Springsteen“. Posso sentire da qui le gonadi di Claudio Trotta di Barley Arts girare come le pale degli elicotteri su Hanoi…
Il dibattito sulla musica dal vivo non finisce qui
Festival veri, concertoni travestiti, economia del live e identità della scena: continua a leggere le riflessioni e gli approfondimenti della redazione Musicoff sulla musica dal vivo.
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