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I Living Colour sul palco durante un concerto del 2023 a Sint-Niklaas, in formazione elettrica

Living Colour senza distorsione: il set acustico registrato al Power Station

Nel dicembre 2024 i Living Colour hanno registrato un set acustico al Power Station di New York. La sessione serviva a collaudare un impianto hi-fi.

Il 5 dicembre 2024 i Living Colour hanno suonato un set in gran parte acustico dentro il Power Station di New York, davanti a una platea di giornalisti specializzati in audio. La sessione è stata registrata da Ron Saint Germain attraverso il Custom Neve 8088 dello studio e riprodotta poco dopo in Studio B sull’impianto che quella sera andava presentato: i primi diffusori di Oneiros, nuovo marchio nato dal lavoro di Jerry Bloomfield con il progettista Graeme Bridge.

Il racconto della serata arriva dalla stampa invitata dal costruttore. Una delle cronache, firmata da Harris Fogel, è uscita su Copper, la rivista pubblicata da PS Audio, costruttore di elettroniche e diffusori. Nessuno dei presenti era lì per condurre una prova indipendente, e su tutto quello che riguarda la resa dell’impianto la cosa va tenuta presente. Resta però la parte che a noi interessa: quattro musicisti in una stanza, un fonico che quella band l’aveva già registrata più di trent’anni prima e un modo abbastanza insolito di mettere alla prova una catena di riproduzione.

Quattro musicisti, un set quasi unplugged, una platea di giornalisti

Le fotografie della serata mostrano la formazione al completo: Corey Glover alla voce, Vernon Reid alla chitarra, Doug Wimbish al basso, Will Calhoun alla batteria. Niente palco tradizionale: lo Studio A era contemporaneamente sala di ripresa e luogo della performance, con la regia a controllare ciò che arrivava dai microfoni.

Per una band cresciuta su un suono elettrico, saturo e spesso molto elaborato, un set in gran parte acustico non significa semplicemente abbassare il volume. Cambia il rapporto tra tocco, dinamica, strumenti, microfoni e ambiente. Con un arrangiamento più spoglio e un uso ridotto di distorsione, effetti e amplificazione, transienti, articolazione e differenze dinamiche diventano più evidenti. La chitarra deve affidarsi maggiormente al fraseggio e alla dinamica, il basso espone ogni dettaglio dell’attacco, la batteria interagisce direttamente con la stanza e la voce di Corey Glover si ritrova molto più scoperta rispetto a un normale concerto dei Living Colour.

Ovviamente il formato non era nato soltanto per ragioni artistiche. La sessione era il perno di una presentazione alla stampa: i diffusori Oneiros furono utilizzati come monitor nella control room di Studio A e, dopo la registrazione e un primo mix, per il playback in Studio B. Il prezzo di listino annunciato al lancio, 650.000 dollari la coppia, dà la misura di quanto il costruttore avesse deciso di esporsi con una dimostrazione di questo tipo.

Living Colour, un repertorio nato elettrico

Se in Italia il nome vi dice qualcosa, quasi certamente è per un riff. Il progetto Living Colour prende forma a New York nella prima metà degli anni Ottanta attorno a Vernon Reid, chitarrista proveniente dal jazz elettrico e dalla scena sperimentale della città. Nel 1985 Reid cofondò inoltre la Black Rock Coalition insieme al giornalista Greg Tate e alla produttrice Konda Mason, con l’obiettivo di rivendicare maggiore libertà creativa per gli artisti neri, spesso confinati dall’industria discografica dentro categorie rigidamente definite.

Il disco che li porta fuori dal circuito dei club è Vivid, del 1988. Contiene “Cult of Personality”, che è valso alla band il Grammy per la migliore performance hard rock e, con il relativo videoclip, tre MTV Video Music Awards nel 1989: Best Group Video, Best New Artist e Best Stage Performance in a Video. Il seguito, Time’s Up, ha conquistato lo stesso Grammy nella categoria Best Hard Rock Performance nel 1991.

Guardare quel video e poi immaginare gli stessi quattro nomi seduti in un assetto quasi unplugged dentro uno studio aiuta a capire perché la serata di New York fosse una scelta curiosa. Le versioni originali dei Living Colour fanno largo uso di chitarre distorte, effetti, basso processato e una sezione ritmica capace di sviluppare una notevole energia. Ridurre questa infrastruttura significa togliere una parte degli attrezzi abituali e verificare quanto reggano arrangiamenti, interplay e scrittura quando rimangono molto più esposti.

Power Station, una centrale elettrica diventata stanza di ripresa

Lo studio non era un dettaglio logistico. Il Power Station apre nel 1977 al 441 di West 53rd Street, a Manhattan, dentro un edificio precedentemente utilizzato dalla Consolidated Edison. Tony Bongiovi, insieme a Bob Walters, lo trasformò in uno studio di registrazione progettato con una particolare attenzione all’acustica delle sale. La reputazione dell’indirizzo si è costruita proprio su quegli ambienti, oltre che su una dotazione tecnica diventata a sua volta parte della storia del recording. Da quelle stanze sono passati lavori fondamentali: una parte dei mix di Tattoo You dei Rolling Stones venne realizzata al Power Station, gran parte delle sessioni di Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen si svolse lì e anche So di Peter Gabriel passò dallo studio per alcune sovraincisioni.

Nel 1996 il complesso cambia nome in Avatar Studios. Nel 2017 viene acquisito con il coinvolgimento del Berklee College of Music e torna al nome storico come Power Station at BerkleeNYC; dopo una profonda ristrutturazione viene rilanciato nel 2021, affiancando all’attività professionale quella formativa. Per la sessione dei Living Colour, Saint Germain ha utilizzato un classico Decca Tree insieme a una microfonazione ravvicinata, combinando quindi un array principale stereofonico con il maggiore dettaglio fornito dai microfoni dedicati alle singole sorgenti.

È esattamente il tipo di ambiente in cui una sessione con un arrangiamento più spoglio può diventare interessante. Con sorgenti fortemente amplificate il rientro tra gli strumenti richiede maggiore controllo; in un assetto meno dipendente dall’amplificazione, invece, la risposta della sala può essere incorporata consapevolmente nella ripresa. In questo caso il Power Station non è stato soltanto il contenitore della performance: è diventato uno degli elementi del suono registrato.

Ron Saint Germain, dai Living Colour di Stain alla sessione del 2024

A tenere i fader c’era Ron Saint Germain, produttore e ingegnere del suono, attivo sia in ripresa sia al mix dalla fine degli anni Settanta e legato ai Living Colour da una storia precisa. Per Stain, registrato nel 1992 e pubblicato da Epic nel 1993, Saint Germain condivise la produzione con la band e curò registrazione e mix; il mastering fu affidato a Bob Ludwig. Quel disco è anche il primo album dei Living Colour con Doug Wimbish al basso, entrato nel gruppo nel 1992 al posto di Muzz Skillings. Nel resto della discografia di Saint Germain figurano anche i Bad Brains di I Against I e Quickness, oltre a lavori che attraversano rock, funk, jazz e produzioni mainstream.

Non è un dettaglio da appassionati di crediti. Affidare una sessione del genere a un ingegnere del suono che conosce la band da oltre trent’anni significa partire con un vantaggio concreto: conoscerne dinamiche, attacchi, equilibri e modo di interagire. Non sostituisce le scelte tecniche, naturalmente, ma permette di capire più rapidamente quando intervenire e quando, invece, lasciare semplicemente suonare il gruppo.

Che cosa dimostra davvero una serata come questa

Il formato ha un pregio che la maggior parte delle dimostrazioni hi-fi non ha. Chi era in sala aveva ascoltato la sorgente dal vivo, nello stesso edificio, pochi minuti prima: disponeva quindi di un riferimento recente, cosa che in una stanza di fiera con dischi scelti per la dimostrazione capita molto più raramente.

Il pregio finisce lì, e conviene essere chiari sul perché. Tra i musicisti in Studio A e i diffusori di Studio B ci sono la scelta dei microfoni, il loro posizionamento, il Decca Tree, il banco Custom Neve 8088 e le decisioni di missaggio prese in regia utilizzando gli Oneiros come monitor. Quello che gli invitati hanno ascoltato era quindi il risultato dell’intera catena di registrazione e riproduzione: isolare il contributo dei soli diffusori sarebbe impossibile. Aggiungete che gli ospiti erano invitati dal costruttore e che il materiale era stato scelto per l’occasione, e diventa chiaro perché una serata così non possa essere considerata una prova indipendente. Era una presentazione molto ben costruita, con dentro però un riferimento musicale reale.

Ed è proprio quel riferimento la parte più interessante. Una dimostrazione costruita attorno a una registrazione fatta sul momento rimette al centro il lavoro che spesso rimane invisibile: la stanza, i microfoni, le mani di chi suona e le decisioni di chi ascolta in regia. Per chi fa musica è un promemoria utile: prima ancora di arrivare a un impianto hi-fi, il suono registrato è già il risultato di una lunga serie di scelte.

5 ascolti per iniziare con Living Colour

Se li conoscete solo per il brano che apre Vivid, questi cinque titoli sono un punto di ingresso onesto, messi in ordine cronologico e non di importanza.

1. Cult of Personality, da Vivid (1988). Il pezzo che li ha portati in classifica e nelle radio, e il modo più rapido per capire il tipo di riff su cui si è costruita una parte importante dell’identità della band. 2. Open Letter (To a Landlord), da Vivid (1988). Il lato civile del repertorio, con un testo che affronta sfratti, degrado urbano e speculazione edilizia senza trasformarsi in un comizio. 3. Love Rears Its Ugly Head, da Time’s Up (1990). Groove, funk e una scrittura più morbida mostrano quanto sia riduttivo confinare i Living Colour dentro la sola etichetta hard rock. 4. Leave It Alone, da Stain (1993). Primo singolo dell’album prodotto dai Living Colour con Ron Saint Germain e primo disco in studio della band con Doug Wimbish al basso. 5. Come On, da Shade (2017). Il singolo che ha anticipato il primo album in studio dei Living Colour dopo otto anni, utile per ascoltare come quel linguaggio sia cambiato senza perdere il rapporto tra rock, funk e groove.

Per chi ha fretta: 4 risposte su quella sera al Power Station

1. Che cosa è accaduto al Power Station di New York?
Il 5 dicembre 2024 i Living Colour hanno registrato un set in gran parte acustico nello Studio A, durante una presentazione alla stampa organizzata per il debutto dei diffusori Oneiros. Dopo la registrazione e un primo mix, il materiale è stato riprodotto in Studio B attraverso gli stessi diffusori presentati durante l’evento.

2. Chi ha registrato la sessione?
Ron Saint Germain, utilizzando il Custom Neve 8088 dello studio e una combinazione di Decca Tree e microfonazione ravvicinata. Con i Living Colour aveva già lavorato a Stain, registrato nel 1992 e pubblicato nel 1993, primo album della band con Doug Wimbish al basso.

3. Perché il Power Station conta in questa storia?
È lo studio fondato nel 1977 da Tony Bongiovi e Bob Walters in un ex edificio della Consolidated Edison di Manhattan. Dal 1996 al 2017 è stato conosciuto come Avatar Studios; oggi è il Power Station at BerkleeNYC. Le sue sale hanno ospitato registrazioni, sovraincisioni e mix di alcuni dei dischi più importanti degli ultimi decenni.

4. Si può ricavare da qui un giudizio sui diffusori?
No. Gli ospiti erano invitati alla presentazione e il risultato ascoltato dipendeva dall’intera catena: microfoni, ambiente, banco, mix, amplificazione e diffusori. Inoltre il missaggio era stato effettuato utilizzando gli Oneiros come monitor. Per un giudizio sui diffusori servirebbe una prova indipendente, che quella sera non era in programma.

Di quella serata, quello che ci resta non è un verdetto sull’impianto. È l’immagine di quattro musicisti che accettano di alleggerire buona parte dell’armatura sonora dentro una stanza che ne ha viste passare tante, e di un ingegnere del suono che li aspettava al banco con più di trent’anni di storia comune alle spalle. Se una versione integrale della sessione verrà resa disponibile, varrà la pena cercarla soprattutto per sentire che cosa succede ai Living Colour quando il loro repertorio viene spogliato di una parte della consueta potenza elettrica. L’impianto, per una volta, può aspettare.



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