In sintesi. Anche se il canto sacro del Medioevo è spesso associato a voci maschili, le donne cantavano: nei monasteri femminili intonavano salmi e inni durante le ore canoniche. La distinzione tra clausura e liturgia pubblica spiega le eccezioni, e una figura come Ildegarda di Bingen dimostra che le religiose furono anche compositrici capaci di rinnovare la musica del loro tempo.
Nel pensiero di molti la musica medievale, specie nel versante sacro, è permeata da un timbro profondo e maschile.
Il repertorio di cui ci siamo occupati fino ad ora, ciò che denominiamo Canto Gregoriano, così come le ricche polifonie culminanti nella raccolta di Notre-Dame è tutto intonato da esecutori, e non esecutrici.
Questa mancanza sembra addirittura marcatamente evitata spostando la nostra attenzione nella chiesa d’Oriente. A Costantinopoli, infatti, sotto l’Impero Romano Bizantino si va a formare un coro liturgico composto interamente da cantori evirati, castrati. Sottolineando una ricerca vocale più acuta e femminile.
Lo avevamo raccontato giusto in quell’episodio sul coro della cattedrale di Santa Sofia. In quella puntata avevamo letto anche un passo di San Paolo che parrebbe escludere completamente la voce delle donne durante le funzioni. Ciò nonostante siamo a conoscenza di parecchie eccezioni.
In questa puntata avremo quindi l’occasione di conoscere le principali tappe della musica liturgica intonata dalle donne. Sia in ambito monacale, sia celebrativo.
Come vedremo già in principio esistevano congregazioni femminili, ed esse partecipavano al canto. Tra le figure che in seguito porteranno un contributo speciale spicca su tutte Ildegarda di Bingen.
Sarà lei una delle più importanti mistiche e compositrici del Medioevo. Personalità su cui prima o poi occorrerà una puntata speciale.
Le prime comunità di donne che cantavano
Fin dai primi secoli del cristianesimo le comunità monastiche femminili praticavano il canto come parte integrante della preghiera quotidiana. Nei monasteri le religiose intonavano i salmi e gli inni durante le ore canoniche, l’insieme dei momenti di preghiera che scandivano la giornata. Il canto non era un ornamento, ma uno strumento di meditazione e di vita comunitaria: ripetere a memoria i testi sacri serviva a interiorizzarli, e la voce diventava il mezzo principale per dare forma sonora alla liturgia.
Esistevano quindi spazi precisi in cui la voce femminile aveva pieno diritto di esprimersi. All’interno della clausura il canto delle monache accompagnava le funzioni senza entrare in conflitto con le regole che, in altri contesti, limitavano la partecipazione delle donne. Questa distinzione tra ambito monastico e ambito celebrativo pubblico è la chiave per capire un quadro che, a prima vista, sembra escludere del tutto le esecutrici.
Ildegarda di Bingen, una voce che attraversa i secoli
Tra le figure che hanno lasciato un segno indelebile spicca Ildegarda di Bingen (1098-1179), monaca benedettina, badessa, mistica, naturalista e compositrice. La sua raccolta di canti, intitolata Symphonia armonie celestium revelationum, riunisce decine di composizioni liturgiche dotate di una linea melodica ampia e fortemente personale, lontana dalla misura contenuta del canto gregoriano tradizionale.
Ildegarda è una delle prime persone di cui conosciamo per nome un corpus tanto vasto di musica sacra. La sua opera dimostra che le donne non furono soltanto custodi del repertorio, ma anche autrici capaci di rinnovare il linguaggio musicale del loro tempo. La sua eredità, riscoperta e incisa a partire dal Novecento, continua ancora oggi a ispirare interpreti e ascoltatori in tutto il mondo.
Tra clausura e liturgia: dove poteva risuonare la voce femminile
Il caso dei cantori castrati di Costantinopoli, che avevamo già raccontato in un episodio precedente, mostra fino a che punto si cercasse un timbro acuto pur mantenendo voci maschili nelle funzioni pubbliche. Eppure la realtà del Medioevo cristiano è più ricca e sfumata di quanto la lettura più rigida lasci immaginare: accanto alle restrizioni convivevano numerose eccezioni, soprattutto là dove la vita comunitaria femminile aveva una sua autonomia.
Studiare questo repertorio significa quindi ricostruire un mosaico di pratiche diverse, in cui geografia, ordine religioso e periodo storico determinavano cosa fosse possibile e cosa no. La voce delle donne, lungi dall’essere un’assenza totale, emerge come un filo sottile ma continuo che attraversa tutta la storia della musica liturgica medievale.
Ma nel frattempo vi lascio all’incredibile racconto di questo episodio, buona visione!
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Per chi ha fretta: 5 cose da sapere sul canto delle donne nel Medioevo
Sì. Nei monasteri femminili le religiose intonavano salmi e inni durante le ore canoniche, come parte integrante della preghiera quotidiana.
Perché il repertorio più noto, come il canto gregoriano e le polifonie di Notre-Dame, era affidato a esecutori uomini nelle funzioni pubbliche, lasciando in ombra l’ambito monastico femminile.
Una monaca benedettina, badessa, mistica e compositrice, tra le più importanti figure musicali del Medioevo, autrice di un ampio corpus di canti liturgici.
Nella clausura monastica il canto femminile era pienamente ammesso, mentre nelle funzioni pubbliche valevano regole più restrittive: questa distinzione spiega molte delle eccezioni.
Salmi, inni e brani liturgici legati alle ore canoniche, con composizioni che in alcuni casi, come quelle di Ildegarda, presentavano linee melodiche ampie e originali.
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