Nel 1993 arriva sul mercato una chitarra elettrica che pesa intorno ai due chili, ha il retro del corpo, il manico e la paletta rinforzati da un sottilissimo esoscheletro in composito di fibra di carbonio, fibra di vetro e resina epossidica, monta tasti in acciaio inox incollati alla tastiera e integra trasduttori piezoelettrici nelle sellette del ponte. Si chiama Parker Fly, nasce dal lavoro del liutaio Ken Parker e di Larry Fishman, già noto per i suoi trasduttori destinati agli strumenti acustici, e per oltre vent’anni resterà uno degli oggetti più singolari e discussi del mercato chitarristico.
Discussa, va detto, perché non somigliava praticamente a niente. In un decennio in cui buona parte dell’industria della chitarra guardava indietro, tra riedizioni, estetica vintage e formule costruttive consolidate, la Fly partiva dalla domanda opposta: che cosa succede se si riduce drasticamente la massa del legno e si affida a un materiale composito una parte decisiva del lavoro strutturale? La risposta avrebbe prodotto uno strumento leggerissimo, versatile e tecnicamente sofisticato, ma anche difficile da costruire e tutt’altro che semplice da trasformare in un successo industriale.
Dal liuto alla fibra di carbonio, dieci anni di prove
Ken Parker, nato a New Haven nel 1952, non arriva alla chitarra elettrica seguendo il percorso tipico di un progettista industriale. Dopo aver cominciato giovanissimo a costruire strumenti, negli anni ’70 lavora nel campo della falegnameria e della liuteria, quindi approda allo Stuyvesant Music di Manhattan come riparatore. Da quel laboratorio passano strumenti appartenenti a musicisti come Robert Fripp, Andy Summers e John McLaughlin: una scuola pratica nella quale Parker impara quotidianamente quali siano i problemi ricorrenti della chitarra tradizionale.
Nel 1983 apre una propria bottega in Connecticut, lavorando su chitarre, violini, violoncelli e liuti rinascimentali. È un dettaglio biografico tutt’altro che secondario: la costruzione degli strumenti acustici antichi gli offre un modello in cui leggerezza, rigidità e capacità di vibrare non dipendono necessariamente dalla quantità di materiale utilizzato.
L’incontro con Larry Fishman risale al 1984. I due iniziano a scambiarsi idee, tecniche e soluzioni con l’obiettivo di ripensare la chitarra elettrica. Parker lavora sul concetto di una struttura in legno molto leggera sostenuta da una sorta di esoscheletro esterno: i primi esperimenti utilizzano materiali tradizionali, ma la svolta arriva quando comincia a lavorare con i compositi impiegati anche nell’industria nautica.
La maturità del progetto precede di parecchio l’arrivo nei negozi. Il 15 maggio 1989 Parker e Fishman depositano la domanda alla base di uno dei brevetti fondamentali del progetto, dedicata proprio a uno strumento leggero costruito attraverso la combinazione di un nucleo e di strati laminati di rinforzo. La Fly, insomma, non nasce improvvisamente nel 1993: alle sue spalle c’è quasi un decennio di sperimentazione.
Un passaggio fondamentale di quella fase è oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York: un prototipo datato 1987, costruito attorno a una struttura lignea rinforzata da un esoscheletro in composito di fibra di carbonio, fibra di vetro e resina epossidica e donato al museo dallo stesso Parker nel 2015. Il diapason è già quello che diventerà tipico della produzione, 25,5 pollici, la forma del corpo è sostanzialmente definita e compare una prima versione dei caratteristici tasti in acciaio inox senza codolo.
Parker e Fishman fondano Parker Guitars nel 1991 per trasformare quel progetto in uno strumento producibile in serie. Il sostegno di Korg USA contribuisce a portare il progetto dalla fase sperimentale alla produzione e alla commercializzazione; nel 1993 la Fly arriva ufficialmente sul mercato, costruita a Wilmington, in Massachusetts.
Per chi ha fretta: 5 risposte sulla Parker Fly
1. Chi ha progettato la Parker Fly?
Il liutaio Ken Parker insieme a Larry Fishman. I due iniziano a collaborare nel 1984, fondano Parker Guitars nel 1991 e portano la Fly sul mercato nel 1993.
2. Quanto pesa una Parker Fly?
In genere intorno ai due chili, con variazioni a seconda del modello. Il peso ridotto è reso possibile da una struttura in legno estremamente alleggerita e da un sottile esoscheletro in composito di carbonio, fibra di vetro e resina epossidica.
3. Perché i tasti della Fly possono staccarsi?
Sono tasti in acciaio inox senza codolo, incollati direttamente sulla tastiera composita. L’acciaio resiste molto bene all’usura, ma dopo molti anni l’adesivo può cedere e alcuni tasti possono sollevarsi o staccarsi.
4. Le prime Parker Fly erano senza truss rod?
No. Alcuni prototipi sperimentali ne furono privi, ma Ken Parker ha chiarito che tutte le Fly di produzione vendute al pubblico avevano un truss rod regolabile, molto leggero e con il registro discretamente collocato sul lato della paletta.
5. La Parker Fly è ancora in produzione?
No. Parker Guitars ha cessato l’attività nel 2015. Oggi le Fly si trovano principalmente sul mercato dell’usato e, prima dell’acquisto, è opportuno controllare attentamente tasti, ponte, elettronica e disponibilità dei componenti specifici.
Un corpo sottile dentro un esoscheletro composito
Chi ha avuto una Fly in mano ricorda per prima cosa il peso, o meglio la sua quasi assenza. Nelle principali versioni della gamma originale cambiano i legni del corpo: pioppo sulla Deluxe, mogano sulla Classic, abete Sitka sulla Artist e acero figurato sulla Supreme. Il tiglio viene invece utilizzato per molti dei manici, ai quali successivamente si affiancherà anche il mogano.
Il corpo è estremamente sottile e, nei principali modelli, utilizza legno massello. Il manico è incollato al corpo, ma la zona della giunzione è scavata in modo così deciso che il tradizionale tallone quasi scompare, lasciando un accesso particolarmente libero a tutti i 24 tasti.
Una lavorazione del genere avrebbe reso problematica la rigidità della struttura affidandosi soltanto al legno. La soluzione di Parker è il sottile rivestimento in composito di carbonio, fibra di vetro e resina epossidica applicato sul retro del corpo e lungo il manico fino alla paletta. Non è semplicemente un rivestimento estetico: lavora insieme al nucleo ligneo e permette di ridurre drasticamente il materiale senza rinunciare alla necessaria stabilità.
Anche la tastiera segue lo stesso principio ed è costituita da una sottile struttura composita anziché dal tradizionale listello di palissandro o ebano. Il risultato è un sistema nel quale legno e materiali sintetici non cercano di imitarsi a vicenda: svolgono compiti differenti all’interno della stessa struttura.
Il resto lo fa il disegno. Il lungo corno superiore contribuisce a spostare il punto di equilibrio e a mantenere la chitarra stabile sulla tracolla, mentre il profilo fortemente sagomato riduce ulteriormente la massa. Il risultato è una delle solid body più leggere disponibili all’epoca, con una forma a doppio cutaway immediatamente riconoscibile. Anche il nome Fly allude proprio a questa leggerezza.
Tasti incollati e un truss rod quasi invisibile
Il capitolo più audace, e con il tempo anche uno dei più delicati sul fronte della manutenzione, riguarda i tasti. Una tastiera composita così sottile non poteva utilizzare facilmente il sistema tradizionale nel quale il codolo dentellato del tasto viene pressato all’interno di una cava. Parker sviluppa quindi un tasto senza codolo: una barretta di acciaio inox già sagomata e incollata sulla superficie della tastiera.
La durezza dell’acciaio rende questi tasti estremamente resistenti all’usura. Il problema che può emergere dopo molti anni riguarda piuttosto l’adesivo: su alcuni esemplari i tasti possono perdere aderenza e arrivare a sollevarsi o staccarsi. La riparazione è possibile, ma il procedimento richiede precisione e materiali adeguati; lo stesso Parker ha spiegato che reincollare correttamente un tasto non è un intervento particolarmente adatto all’improvvisazione domestica. Chi valuta oggi una Fly usata farebbe quindi bene a controllare attentamente proprio lo stato dei tasti.
Un’altra caratteristica spesso raccontata in modo impreciso riguarda il truss rod. Alcuni prototipi sperimentali costruiti alla fine degli anni ’80 ne erano effettivamente privi, ma Parker ha chiarito che tutte le Fly di produzione vendute al pubblico avevano un truss rod regolabile. Il sistema era però molto diverso da quello tradizionale: utilizzava un’asta estremamente leggera e un registro collocato sul bordo della paletta, tanto discreto da essere stato spesso scambiato per un manico privo di regolazione.
La rigidità del composito faceva inoltre sì che gli interventi sul truss rod fossero generalmente poco frequenti. Parker progettò quel sistema con un obiettivo coerente con tutta la Fly: ottenere la funzione necessaria aggiungendo la minima massa possibile.
Magnetico e piezo nello stesso strumento
Sul fronte elettronico, la presenza di Larry Fishman si sente tutta. La Fly è tra le prime chitarre elettriche di serie a integrare in modo organico pickup magnetici e piezoelettrici nello stesso strumento. Le prime versioni utilizzano due humbucker passivi DiMarzio, affiancati da sei elementi piezo Fishman integrati nelle sellette del ponte.
Il sistema piezo utilizza un preamplificatore alimentato da una batteria da 9 volt. Magnetici e piezo possono essere miscelati, mentre utilizzando un collegamento stereo è possibile inviarli a due catene di amplificazione separate. Questo permetteva, per esempio, di mandare gli humbucker a un amplificatore per chitarra e il piezo a un sistema dedicato ai timbri acustici.
La storia dei pickup magnetici cambia nel corso degli anni. I DiMarzio rimangono a lungo il riferimento di modelli come Deluxe e Classic e vengono progressivamente aggiornati; nel 2003 la Fly Mojo introduce invece pickup Seymour Duncan, successivamente adottati anche su altre varianti della gamma. Parlare quindi di una semplice sostituzione dei DiMarzio con i Duncan su tutte le Fly sarebbe riduttivo: le due soluzioni convivono in periodi e modelli differenti.
Tradotto in termini pratici, una sola chitarra poteva coprire il tradizionale suono elettrico dei pickup magnetici e un timbro di impronta acustica ottenuto dal piezo, passando dall’uno all’altro o combinandoli senza cambiare strumento. Oggi una configurazione ibrida del genere non sorprende più particolarmente; nel 1993 era ancora una soluzione decisamente insolita su una solid body di serie.
Anche il ponte vibrato progettato da Parker segue una strada propria. Al posto delle tradizionali molle elicoidali utilizza una molla piatta in acciaio ed è configurabile in tre modalità: fisso, con escursione soltanto verso il basso oppure completamente flottante. Sui primi esemplari la tensione della molla viene regolata attraverso una rotella accessibile dal piano dello strumento; con la revisione successiva il sistema cambia posizione. Completano l’impostazione tipica della Fly le meccaniche autobloccanti Sperzel.

Una chitarra difficile da costruire
Qui si arriva a uno dei motivi per cui la Fly, nonostante le sue qualità, non è diventata il nuovo standard della chitarra elettrica. Costruirla richiedeva processi, utensili e competenze sviluppati appositamente. Anche operazioni apparentemente normali diventavano complicate: la verniciatura, per esempio, doveva comportarsi nello stesso modo su superfici di legno e composito, due materiali che reagiscono diversamente alla preparazione e alla finitura.
Parker ricordò in seguito che durante le prime fasi della produzione la finitura arrivò, per un periodo, ad assorbire circa l’80% del costo di produzione. Persino ottenere colori uniformi era difficile: nelle prime settimane il nero era, ironicamente, uno dei pochi colori relativamente semplici da realizzare con continuità, mentre il bianco rendeva visibile praticamente ogni minima imperfezione.
Il problema non riguardava quindi soltanto l’estetica futuristica o la diffidenza dei chitarristi più tradizionalisti. La Fly era anche una chitarra complessa e costosa da produrre. È uno dei paradossi più interessanti della storia Parker: molte delle soluzioni che rendevano speciale lo strumento rendevano allo stesso tempo difficile costruirlo con margini industriali adeguati.
Chi l’ha portata sul palco
Una chitarra così poteva rimanere una curiosità da fiera, invece ha trovato musicisti disposti a utilizzarla realmente in studio e sul palco. Il nome più strettamente legato alla Fly è probabilmente quello di Adrian Belew, chitarrista dei King Crimson e collaboratore, fra gli altri, di Frank Zappa, David Bowie e Talking Heads. Belew ha utilizzato a lungo strumenti Parker e il marchio gli ha dedicato anche un modello signature.
Un altro caso significativo è quello di Reeves Gabrels, che utilizza la Fly durante il periodo con David Bowie, sfruttando anche la possibilità di trattare separatamente il segnale magnetico e quello piezo. In questo caso la versatilità elettronica della Parker non è semplicemente una caratteristica da catalogo, ma diventa parte integrante della costruzione del suono.
La storia più singolare riguarda però Joni Mitchell. La cantautrice utilizzava il processore Roland VG-8 per gestire le numerose accordature alternative del proprio repertorio. Prima della Parker aveva già sperimentato il sistema attraverso una chitarra modificata da Fred Walecki; successivamente Parker le preparò una Concert Fly particolarmente leggera, aggiungendo il collegamento esafonico necessario per il sistema Roland.
Secondo il racconto di Parker, lo strumento proveniva da una chitarra scartata dalla normale produzione a causa di una piccola crepa, poi riparata. Per Mitchell la combinazione fra peso ridottissimo e VG-8 risolveva due problemi concreti: poteva richiamare virtualmente accordature differenti senza intervenire fisicamente sulle corde e, allo stesso tempo, utilizzare uno strumento molto meno affaticante sul palco. È probabilmente uno degli esempi migliori di come le stranezze progettuali della Fly potessero diventare, nelle mani del musicista giusto, soluzioni estremamente pratiche.
Dal Massachusetts all’Illinois
Negli anni la famiglia Parker si allarga notevolmente. Alla Deluxe si affiancano Classic, Artist e Supreme, oltre alla Concert, priva di pickup magnetici e affidata al solo sistema piezo, alla Spanish con corde in nylon e alla MIDIFly, predisposta per l’utilizzo con sistemi synth. La NiteFly rappresenta invece una variante più convenzionale del concetto, con manico avvitato e 22 tasti.
Nell’ottobre 2002 comincia anche la produzione del Fly Bass a quattro e cinque corde. Nel luglio 2003 arrivano inoltre la Fly Mojo e quella che viene generalmente indicata come Refined Fly, la revisione più importante del progetto originale. Cambiano diversi dettagli del ponte, dei controlli e della costruzione, pur mantenendo riconoscibile l’architettura di base della Fly.

Il 2003 segna anche un passaggio decisivo nella storia aziendale. Parker Guitars viene acquisita da U.S. Music Corporation, proprietaria tra gli altri marchi di Washburn, e Ken Parker lascia l’azienda. La produzione prosegue ancora per un periodo a Wilmington durante la transizione, quindi viene trasferita a Mundelein, nell’Illinois.
Secondo lo stesso Parker, nello stabilimento del Massachusetts erano state costruite complessivamente circa 30.000 chitarre e bassi. È un numero relativamente contenuto per una produzione durata oltre un decennio e aiuta a capire perché gli strumenti dell’era Massachusetts abbiano mantenuto un’identità molto particolare sul mercato dell’usato.
Nel 2009 U.S. Music Corporation viene acquisita da Jam Industries. Il marchio Parker continua a produrre strumenti e sviluppa anche modelli più lontani dalla Fly originale, comprese serie costruite fuori dagli Stati Uniti. L’attività si conclude nel 2015, quando Parker Guitars cessa sostanzialmente le operazioni.
Ken Parker dopo la Fly
Ken Parker, intanto, era tornato alla dimensione artigianale da cui era partito. A Gloucester, in Massachusetts, si dedica alla costruzione di sofisticate chitarre archtop nelle quali continua a mettere in discussione molte convenzioni della liuteria tradizionale: sistemi di regolazione dell’angolo del manico, strutture alleggerite, rinforzi in composito, ponti cavi e soluzioni progettate per lasciare vibrare lo strumento utilizzando meno massa possibile.
Su alcune delle sue archtop più recenti trova posto anche il pickup magnetico Bronzeville, sviluppato da Duneland Labs per lavorare con corde con avvolgimento in bronzo senza richiedere un preamplificatore alimentato a batteria. Il filo conduttore con la Fly rimane evidente: utilizzare materiali e tecnologia soltanto quando permettono di risolvere un problema concreto dello strumento.
Parker è scomparso il 5 ottobre 2025 nella sua casa di Gloucester, a 73 anni. Nell’ultimo anno aveva lavorato al trasferimento delle proprie tecniche e conoscenze al liutaio Sam Krimmel, con l’obiettivo di dare continuità al percorso sviluppato negli ultimi decenni.
Che cosa resta della lezione Fly
Riletta oggi, la Fly racconta che cosa succede quando un liutaio non si limita a perfezionare una formula esistente, ma prova a riscriverne le premesse. Il legno non deve più sostenere da solo tutto il lavoro strutturale, perché il composito assume una parte importante del carico meccanico; l’elettronica non obbliga più a scegliere fra pickup magnetici e piezo; peso, rigidità, ergonomia e accessibilità ai registri alti vengono affrontati come aspetti dello stesso progetto.
Quasi ogni scelta, però, porta con sé anche un costo. I tasti incollati richiedono procedure di manutenzione particolari, il ponte utilizza componenti non convenzionali, la costruzione necessita di attrezzature specifiche e la stessa finitura dello strumento può diventare più complessa di quella di una normale solid body. A tutto questo si aggiunge un’estetica che, soprattutto negli anni ’90, divide immediatamente il pubblico.
Che la Fly non abbia cambiato la chitarra elettrica per tutti non significa però che le sue idee siano scomparse. I sistemi ibridi magnetico-piezo sono oggi molto più comuni, i tasti in acciaio inox sono diventati una scelta richiesta da moltissimi chitarristi, i materiali compositi vengono utilizzati con maggiore naturalezza e la riduzione del peso è tornata a essere un tema importante nella progettazione contemporanea.
Forse il punto non è quindi chiedersi se la Parker Fly abbia vinto o perso la propria battaglia commerciale. È più interessante osservare quante delle domande che poneva nel 1993 siano ancora aperte oggi. Pochissime chitarre di serie hanno cercato di rispondere a così tante contemporaneamente.
Resta una chitarra da provare almeno una volta, anche solo per capire quanto delle abitudini di un chitarrista dipenda dal peso, dall’equilibrio e dalla forma dello strumento. Se vi capita di incontrarne una in un negozio o a una fiera dell’usato, vale la pena prenderla in mano: in circa due chili c’è una delle interpretazioni più radicali della chitarra elettrica degli ultimi decenni.










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