Il 16 giugno 1831 il Times di Londra dedica qualche riga a un concerto del New Musical Fund e si sofferma su un dettaglio curioso: «un ragazzino interessante di nome Regondi, all’apparenza fra i sei e i sette anni» (The Times), che ha eseguito una fantasia alla chitarra.
In realtà Giulio Regondi doveva avere circa otto o nove anni. La sua stessa data di nascita non è del tutto certa: le biografie tradizionali indicano il 1822, mentre la ricerca più recente lascia aperta anche la possibilità del 1823. Secondo il suo stesso racconto era nato a Ginevra, ma nel tempo sono state indicate anche Genova e Lione.
La sua è una delle storie più singolari della chitarra ottocentesca. Regondi è stato un bambino prodigio ammirato da Fernando Sor e Niccolò Paganini, un chitarrista capace di portare lo strumento dentro il pieno Romanticismo, uno dei massimi virtuosi della neonata concertina inglese e un compositore che per decenni è rimasto ai margini del repertorio.
Se suonate la chitarra classica, è probabile che oggi il suo nome vi sia familiare soprattutto attraverso i Dieci Studi o la Rêverie: pagine che occupano ormai un posto importante nel repertorio avanzato, ma la cui diffusione moderna è sorprendentemente recente.

Un bambino prodigio fra Lione e Parigi
Le ricerche sulle cronache di Lione hanno aggiunto negli ultimi anni un tassello importante alla biografia di Regondi. Il suo primo concerto documentato risale al 24 aprile 1828, quando viene presentato al pubblico come un dilettante di sei anni durante una serata del violinista Joseph Ghys. La recensione racconta una scena che sembra uscita da un romanzo: il piccolo Giulio suona seduto molto seriamente su una poltrona sistemata sopra un tavolo, in modo che il pubblico possa vederlo.
La stessa cronaca lo presenta come figlio adottivo del signor Regondi, maestro di chitarra, e riferisce una storia secondo cui l’uomo lo avrebbe trovato abbandonato presso il Grand Collège di Lione. È impossibile stabilire quanto ci sia di vero in quest’ultimo racconto, ma il documento è importante perché dimostra che già nel 1828 il rapporto di parentela fra Giulio e l’uomo che considerava suo padre veniva descritto come adottivo.
Le fonti biografiche raccontano inoltre un’educazione durissima. Il bambino mostra prestissimo un talento fuori dal comune e viene costretto a studiare la chitarra per circa cinque ore al giorno, spesso da solo e sotto stretto controllo. I progressi sono rapidissimi e Regondi viene portato nelle principali città europee, diventando uno dei bambini prodigio più celebrati del periodo.
A Parigi, dove negli stessi anni lavorano chitarristi come Ferdinando Carulli e Matteo Carcassi, Regondi conquista rapidamente pubblico e critica. Il riconoscimento più importante arriva da Fernando Sor, allora uno dei riferimenti assoluti della chitarra europea: gli dedica la fantasia Souvenir d’amitié op. 46, pubblicata a Parigi nel 1832 con la dedica a “Jules Régondi”. Il giovane chitarrista ha all’incirca nove anni. Non è una semplice curiosità biografica: significa che uno dei maggiori compositori per chitarra della generazione precedente considerava quel bambino un musicista degno di particolare attenzione.
Regondi cresce quindi dentro la tradizione di Sor, Carulli e Mauro Giuliani, ma non rimarrà confinato al loro linguaggio. Nei suoi programmi da adulto continuerà a eseguire anche musica della generazione precedente, mentre nelle proprie composizioni spingerà progressivamente armonia, virtuosismo e cantabilità verso un linguaggio decisamente romantico.
Per chi ha fretta: 5 risposte su Giulio Regondi
1. Chi era Giulio Regondi?
Un chitarrista, concertinista e compositore romantico nato probabilmente fra il 1822 e il 1823. Secondo il suo stesso racconto era nato a Ginevra. Bambino prodigio della chitarra, diventò in seguito uno dei più importanti virtuosi della concertina inglese.
2. Che rapporto aveva con Fernando Sor?
Sor ne riconobbe il talento quando Regondi era ancora bambino e gli dedicò la fantasia Souvenir d’amitié op. 46, pubblicata a Parigi nel 1832.
3. Quando cominciò a suonare la concertina?
Molto presto: un annuncio pubblicato a Dublino documenta una sua esibizione sulla Wheatstone’s Patent Concertina già il 12 giugno 1834, quando aveva circa dodici anni.
4. Quali sono le sue opere per chitarra più importanti?
La Rêverie – Nocturne op. 19, la Fête villageoise op. 20, i due Air varié op. 21 e 22, l’Introduction et caprice op. 23 e soprattutto i Dieci Studi, oggi considerati fra le pagine più impegnative e musicalmente significative della chitarra romantica.
5. Perché la sua musica è stata riscoperta così tardi?
Una parte importante del repertorio rimase manoscritta o scarsamente accessibile. La riscoperta moderna accelerò dagli anni Ottanta del Novecento, mentre il ciclo completo dei Dieci Studi divenne pubblicamente disponibile soltanto nel 1990.
Londra e Irlanda: Paganini, il successo e l’abbandono
Regondi arriva in Inghilterra nel giugno del 1831 e Londra si accorge subito di lui. Il 18 luglio 1831 debutta all’Adelphi Theatre e le recensioni insistono sulla maturità musicale sorprendente rispetto all’età. Anche Niccolò Paganini, presente a Londra nella stessa stagione, rimane profondamente impressionato: l’Athenaeum riferisce la sua ammirazione per le esecuzioni del giovanissimo chitarrista.
Il 3 settembre Regondi torna sul palcoscenico del Royal Adelphi Theatre e proprio quell’apparizione viene immortalata in una celebre litografia: boccoli sulle spalle, chitarra sulle ginocchia e piede sollevato su un piccolo poggiapiede. È una delle immagini più riconoscibili del bambino prodigio ottocentesco.
Fra il giugno 1834 e il giugno 1835 padre e figlio attraversano l’Irlanda con una tournée particolarmente intensa, della quale sono documentati almeno cinquanta impegni. A Dublino Giulio frequenta la poetessa Felicia Hemans, una delle autrici britanniche più conosciute dell’epoca, che nel 1834 scrive per lui il componimento To Giulio Regondi, the Boy Guitarist. Le testimonianze descrivono un rapporto affettuoso e raccontano che il ragazzo si interessasse costantemente alle condizioni della scrittrice durante la sua ultima malattia.
È proprio in Irlanda che compare un dettaglio fondamentale per ricostruire la sua evoluzione musicale. Il 12 giugno 1834 il Dublin Evening Post annuncia un’esibizione di Regondi non soltanto alla chitarra ma anche sulla Wheatstone’s Patent Concertina. Ha circa dodici anni ed è già un esecutore pubblico del nuovo strumento. Questo dato esclude di fatto una vecchia lettura biografica secondo cui Regondi avrebbe adottato la concertina soltanto dopo l’abbandono paterno, quasi come rifiuto della chitarra impostagli durante l’infanzia: la suonava già prima.
L’abbandono arriva poco dopo la lunga tournée irlandese ed è uno degli episodi più duri della sua biografia. Secondo le ricostruzioni tramandate dalle fonti dell’epoca, l’uomo che Regondi considerava suo padre scompare lasciandogli soltanto poche sterline e portando con sé i guadagni accumulati negli anni precedenti, stimati da alcune fonti in oltre 2.000 sterline. La cifra esatta non è verificabile attraverso una contabilità sopravvissuta, ma il nucleo della vicenda è attestato dalla tradizione biografica più vicina alla vita del musicista.
Ancora adolescente, Regondi deve quindi imparare a vivere autonomamente a Londra. Sarà quella la città nella quale costruirà la parte più lunga della propria carriera e nella quale rimarrà, salvo alcune tournée sul continente, fino alla morte.
La concertina, uno strumento nuovo in cerca di un virtuoso
Le origini della concertina inglese sono legate a Charles Wheatstone, fisico e inventore britannico. Il brevetto n. 5803 del 1829 contiene già il principio dello strumento, mentre un secondo brevetto del 1844 ne descrive in maniera molto più completa la configurazione ormai sviluppata. La concertina inglese è uno strumento ad ancia libera con due piccole casse, generalmente esagonali, collegate da un mantice.

Dal punto di vista organologico è unisonora: ogni bottone produce la stessa nota sia aprendo sia chiudendo il mantice, a differenza dei sistemi bisonori nei quali la nota cambia a seconda della direzione. Nel sistema inglese tradizionale le note naturali della scala di do maggiore sono distribuite alternativamente fra le due mani, mentre le file esterne contengono le alterazioni necessarie a completare la scala cromatica. Il mantice consente inoltre di sostenere il suono e di controllarne dinamica e articolazione in modo molto diverso rispetto alla chitarra.
Regondi entra nella storia dello strumento quando la concertina è ancora una novità. Già nel 1834 la esegue in pubblico e negli anni successivi diventa uno dei musicisti che più contribuiscono a trasformarla da curiosità tecnologica in vero strumento da concerto. George Grove, scrivendo pochi anni dopo la morte di Regondi, gli attribuisce un ruolo fondamentale nella sua diffusione pubblica.
Fra la fine del 1840 e il 1841 Regondi intraprende una tournée con il violoncellista Joseph Lidel che tocca Germania e Austria e culmina in una serie di concerti a Vienna. Alcune cronache lo descrivono anche mentre suona uno strumento chiamato melophone. L’identificazione precisa rimane problematica e le stesse fonti storiche non permettono di stabilire con sicurezza quale configurazione avesse lo strumento utilizzato da Regondi: è quindi preferibile non assimilarlo automaticamente alla concertina.
Il repertorio nato intorno a Regondi dimostra quanto la concertina sia diventata centrale nella sua attività. Le fonti ottocentesche gli attribuiscono due concerti per concertina e orchestra, in re e mi bemolle, oltre a studi, fantasie, trascrizioni e pagine con pianoforte. Les Oiseaux diventa una delle sue composizioni più conosciute. Anche il violinista e compositore Bernhard Molique scrive due concerti per concertina, uno in sol e il secondo in re minore op. 66, legati all’attività di Regondi. Intorno a uno strumento nato da pochi decenni comincia così a formarsi un autentico repertorio concertistico.
Una chitarra che entra nel Romanticismo
La produzione chitarristica pubblicata durante la vita di Regondi è relativamente contenuta e si concentra soprattutto in cinque grandi lavori: la Rêverie – Nocturne op. 19, la Fête villageoise – Rondo caprice op. 20, il Premier air varié op. 21, il Deuxième air varié op. 22 e l’Introduction et caprice op. 23. A questi si aggiungono i Dieci Studi, rimasti a lungo manoscritti, e altre opere riemerse molto più tardi, fra cui un Air varié su I Capuleti e i Montecchi di Bellini, un Solo on Don Giovanni su temi mozartiani e il breve Feuille d’album.
L’Introduction et caprice op. 23 mostra bene il lato più apertamente virtuosistico della scrittura di Regondi: un’introduzione ampia e cantabile prepara una sezione più brillante, nella quale articolazione, velocità e controllo delle voci devono convivere senza trasformare il pezzo in semplice esibizione tecnica. In questa esecuzione del Curtis Institute of Music suona Hao Yang.
È qui che Regondi assume un posto particolare nella storia della chitarra romantica. Se Sor e Giuliani appartengono ancora in larga parte alla cultura musicale del Classicismo, nella generazione successiva musicisti come Regondi, Napoléon Coste e Johann Kaspar Mertz esplorano un linguaggio diverso: cromatismi più frequenti, modulazioni più lontane, grandi arcate melodiche e una scrittura che cerca di sfruttare fino in fondo le possibilità polifoniche ed espressive dello strumento.
La Rêverie è forse il brano più immediato per capire questa trasformazione. Non è interamente costruita sul tremolo: dopo un’ampia sezione iniziale, la parte conclusiva sviluppa una melodia sostenuta da un tremolo continuo mentre basso e armonia si muovono sotto di essa. La difficoltà non consiste semplicemente nel mantenere regolare la mano destra, ma nel separare chiaramente i piani sonori e far emergere una linea melodica che deve sembrare indipendente dall’accompagnamento.
Un ascolto utile è l’interpretazione di Émilie Fend, che permette di seguire con chiarezza la separazione fra melodia, tremolo e movimento del basso.
Il parallelo con la concertina viene spontaneo, ma va trattato con cautela. Non esiste una prova che il tremolo della Rêverie derivi direttamente dall’esperienza di Regondi con lo strumento ad ancia libera. È però interessante osservare come i due strumenti pongano problemi opposti: sulla concertina il mantice permette di sostenere una nota, mentre sulla chitarra la continuità deve essere costruita attraverso tremolo, legato, risonanze e distribuzione delle voci.
La chitarra a otto corde di Regondi
C’è poi un dettaglio organologico che aiuta a leggere la sua musica con occhi diversi. Durante il soggiorno viennese del 1840 Regondi entra in possesso di una chitarra a otto corde costruita da Johann Anton Stauffer e le fonti della tournée documentano l’uso dello strumento già nel dicembre dello stesso anno.
Non bisogna immaginarla come una moderna otto corde con una tastiera semplicemente più larga. Le chitarre viennesi di questo tipo conservavano le sei corde tastate della chitarra ordinaria e aggiungevano due bassi supplementari non tastati, destinati a estendere il registro grave e suonati a vuoto. L’accordatura dei bassi aggiuntivi poteva essere adattata alle necessità del repertorio.
Alcune fonti manoscritte della musica di Regondi contengono indicazioni coerenti con l’impiego di un’estensione grave supplementare. Questo non significa che il suo repertorio richieda oggi necessariamente una chitarra a otto corde, ma ricorda un aspetto spesso dimenticato: molta musica romantica per chitarra nacque durante un periodo di intensa sperimentazione organologica, quando il modello a sei corde conviveva con strumenti dotati di bassi aggiuntivi.
I Dieci Studi sono molto più che esercizi
I Dieci Studi meritano un discorso a parte, perché rappresentano probabilmente il contributo di Regondi che oggi interessa maggiormente i chitarristi. La loro datazione non è del tutto certa e non furono pubblicati integralmente durante la vita del compositore. Il nome potrebbe far pensare a materiale puramente didattico, ma basta affrontarne uno per capire che siamo davanti a veri pezzi da concerto.
La difficoltà tecnica è notevole anche secondo i parametri moderni. Regondi combina trame polifoniche dense, ampie estensioni della mano sinistra, scale rapide, arpeggi, accordi, legati, glissandi e tremolo, chiedendo spesso di mantenere una linea melodica evidente mentre le altre voci continuano a muoversi. Non si tratta quindi soltanto di superare una difficoltà digitale: equilibrio fra le voci, articolazione e controllo del fraseggio sono parte integrante della tecnica richiesta.
Lo Studio n. 10 è particolarmente significativo perché riunisce molte delle difficoltà affrontate nel ciclo e introduce anche un uso importante di glissando e tremolo. Nell’esecuzione di Cassie Martin diventa evidente quanto la definizione di “studio” sia riduttiva rispetto alla sua costruzione musicale.
Ma la ragione per cui gli studi hanno conquistato il repertorio non è soltanto tecnica. L’armonia cambia direzione con una libertà insolita rispetto a molta letteratura chitarristica della prima metà dell’Ottocento, le modulazioni possono essere sorprendenti e la difficoltà strumentale rimane subordinata a un’idea musicale precisa. È questo che li separa dall’esercizio meccanico: si studia una tecnica, ma contemporaneamente bisogna già pensare da interpreti.
Un autore quasi dimenticato e una riscoperta piena di sorprese
Regondi muore a Londra il 6 maggio 1872, dopo un lungo periodo di cattiva salute, e viene sepolto nel cimitero di Kensal Green. Le fonti ottocentesche lo ricordano come un uomo colto, ottimo linguista e molto apprezzato nell’ambiente musicale britannico. La sua morte coincide però con un cambiamento profondo del gusto: la grande stagione vittoriana della concertina si avvia lentamente al tramonto e la chitarra non occupa più nelle grandi sale europee la posizione che aveva avuto nella prima metà del secolo.
Dire che Regondi scomparve completamente per un secolo sarebbe però eccessivo. Parte della sua musica continuò a circolare, seppure in misura limitata. Il caso più sorprendente riguarda proprio i Dieci Studi: Andrés Segovia possedeva una copia completa del ciclo già nel 1926, ma le ricerche disponibili non hanno trovato prove che li abbia eseguiti pubblicamente, registrati, pubblicati o divulgati. Per il grande pubblico chitarristico, di fatto, continuarono a non esistere.
La riscoperta moderna procede per tappe. Nel 1981 Chanterelle pubblica l’edizione delle opere da concerto curata da Simon Wynberg, un passaggio decisivo per riportare Regondi all’attenzione dei chitarristi. Nel 1989 Matanya Ophee individua in una collezione privata russa una fonte contenente l’intero ciclo dei Dieci Studi e l’anno seguente viene pubblicata un’edizione completa con le diteggiature di John Holmquist. Il lavoro editoriale continuerà negli anni successivi grazie all’accesso a fonti manoscritte più leggibili.
Le sorprese non finiscono lì. Nel 2007 vengono riportate alla luce altre importanti pagine per chitarra, fra cui l’Air varié su I Capuleti e i Montecchi e il Solo on Don Giovanni. Nel 2010 riemerge inoltre il breve Feuille d’album, entrato in seguito nelle registrazioni della produzione completa. Per un compositore morto nel 1872, il catalogo di Regondi ha quindi continuato ad allargarsi fino al XXI secolo.
Cinque dischi per iniziare ad ascoltare Regondi
Per entrare nella musica di Regondi conviene alternare chitarra e concertina: ascoltate separatamente, raccontano soltanto metà del musicista.
1. John Holmquist, Regondi: 10 Etudes / Introduction and Caprice, Op. 23 (Naxos, 2001)
Comprende l’intero ciclo dei Dieci Studi, l’Introduction et caprice op. 23 e la Fête villageoise op. 20: un punto di partenza particolarmente utile per conoscere il Regondi chitarrista.
2. Alberto Mesirca, Regondi: Complete Solo Guitar Music (Brilliant Classics, 2014)
Due CD dedicati alla produzione solistica conosciuta, comprese le pagine su Bellini e Mozart e la prima registrazione mondiale del Feuille d’album.
3. The Great Regondi, Vol. 1 (Bridge Records, 1993)
David Starobin alla chitarra, Douglas Rogers alla concertina e Julie Lustman al pianoforte: affianca i Dieci Studi a Les Oiseaux e alla Serenade per concertina e pianoforte, mostrando immediatamente le due anime strumentali di Regondi.
4. The Great Regondi, Vol. 2 (Bridge Records, 1994)
Con David Starobin, Douglas Rogers, Julie Lustman e la mezzosoprano D’Anna Fortunato, amplia il ritratto attraverso musica vocale, concertina e chitarra e comprende anche la Rêverie e l’Introduction et caprice.
5. David Starobin, Giulio Regondi: A 200th Birthday Bouquet (Bridge Records, 2023)
Riunisce registrazioni inedite e rimasterizzate dedicate al repertorio chitarristico di Regondi, comprese quattro trascrizioni degli studi per concertina, gli Studi n. 2 e 10, la Rêverie, la Fête villageoise e l’Introduction et caprice.
Bambino prodigio osservato con meraviglia da Paganini, adolescente abbandonato con poche sterline in tasca, chitarrista capace di esplorare strumenti a otto corde e musicista che contribuì a trasformare la concertina in una voce da concerto: la vita di Giulio Regondi contiene già abbastanza materiale senza bisogno di aggiungere leggenda.
Ma la parte più interessante è quella rimasta sui pentagrammi. Nei Dieci Studi, nella Rêverie o nell’Introduction et caprice c’è un chitarrista che parte dal mondo di Sor e Giuliani e prova a portare lo strumento più avanti, dentro il Romanticismo. E che, mentre cerca di far durare il canto di una corda pizzicata, conosce perfettamente anche il respiro continuo di un mantice.










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