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Kay, la chitarra di Chicago che ha fatto suonare l’America operaia

Una fabbrica di Chicago, cento nomi diversi sui cataloghi per corrispondenza e una fama da chitarra economica: la lunga storia della Kay.

Nel 1928 la Stromberg-Voisinet di Chicago annunciò una linea di strumenti amplificati dal nome che sembrava già indicare il futuro: Stromberg Electro. L’anno successivo gli strumenti comparvero anche nel materiale commerciale della Chicago Musical Instruments, completi di prezzo e accompagnati dal relativo amplificatore. È uno dei primi casi documentati in cui strumenti a corde elettrificati vennero proposti al pubblico come veri prodotti di catalogo.

Il sistema era però molto diverso dal pickup magnetico che pochi anni dopo avrebbe definito la chitarra elettrica moderna. Il trasduttore Stromberg-Voisinet rilevava infatti le vibrazioni della tavola armonica attraverso un dispositivo elettromeccanico installato nello strumento, anziché leggere direttamente il movimento delle corde. Non risultano oggi chitarre Electro complete sopravvissute nella configurazione pubblicizzata all’epoca, anche se sono stati documentati componenti riconducibili a quel sistema. Quanto sia stata ampia la produzione resta quindi materia di discussione fra gli storici.

È un inizio che dice molto dell’azienda che da quella fabbrica sarebbe nata. La Kay non è mai stata soltanto la marca dei sogni: molto più spesso era quella che si trovava davvero nei negozi, nei cataloghi e nelle case. Chitarre, mandolini, banjo, violoncelli e contrabbassi prodotti in grandi quantità, venduti con decine di nomi differenti e finiti nelle mani di chi una Gibson poteva magari soltanto guardarla in vetrina. Una parte consistente della storia della musica americana è passata anche da strumenti così.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Kay Guitars

1. Quando nasce la Kay?
Le sue origini risalgono all’attività di Andrew Groehsl a Chicago alla fine dell’Ottocento. Nel 1921 l’azienda diventa Stromberg-Voisinet; sotto la guida di Henry “Kay” Kuhrmeyer la transizione verso la Kay Musical Instrument Company si completa nei primi anni Trenta.

2. La Stromberg Electro fu la prima chitarra elettrica?
Nel 1928 Stromberg-Voisinet annunciò un sistema di amplificazione per strumenti a corde e nel 1929 pubblicizzò una vera linea Electro con relativi prezzi. È uno dei primi tentativi commerciali documentati di elettrificazione della chitarra, ma il trasduttore rilevava le vibrazioni della tavola armonica e non funzionava come il moderno pickup magnetico per corde.

3. Che cosa sono Silvertone, Airline e Old Kraftsman?
Sono marchi commerciali utilizzati da grandi rivenditori. Kay costruì molti strumenti venduti con questi nomi, ma gli stessi marchi furono utilizzati anche da altri produttori: il logo sulla paletta non basta quindi a identificare la fabbrica.

4. Quali sono le Kay storicamente più importanti?
Fra le più note ci sono le Kay Kraft Venetian, la K-161 Thin Twin associata a Jimmy Reed, il K-162 Electronic Bass e le elaborate chitarre Barney Kessel che precedettero la serie Gold K.

5. Che cosa c’entra Jack White?
Con i White Stripes ha utilizzato una vecchia Kay hollow body, generalmente identificata come K6533 Value Leader, come principale chitarra slide. La grande visibilità del gruppo ha contribuito alla rivalutazione delle vecchie catalog guitars americane.

Da Groehsl a Stromberg-Voisinet, poi Kay

Le origini dell’azienda vengono generalmente fatte risalire ai primi anni Novanta dell’Ottocento. Al centro c’è Andrew Groehsl, costruttore attivo a Chicago il cui cognome compare nelle fonti dell’epoca anche con grafie differenti. La sua attività viene ricordata come Groehsl Company o Groehsl Mandolin Company, in una città che stava diventando uno dei grandi centri americani per la produzione industriale di strumenti musicali.

Nel 1921 l’attività passa a Henry “Kay” Kuhrmeyer, Frank Voisinet e Charles Stromberg e assume il nome Stromberg-Voisinet. Kuhrmeyer diventa rapidamente la figura centrale della società e nel 1928 ne assume il controllo. È proprio sotto la sua direzione che vengono sviluppati e pubblicizzati gli strumenti Electro.

La trasformazione in Kay non avviene però da un giorno all’altro. Kuhrmeyer diventa presidente nei primi anni Trenta, mentre il marchio Kay Kraft acquista sempre maggiore visibilità. La denominazione Stromberg-Voisinet scompare progressivamente e, entro il 1934, l’azienda ha completato la transizione verso il nome Kay Musical Instrument Company.

Kay Kraft e quelle strane chitarre veneziane

Prima della Thin Twin e delle elettriche degli anni Cinquanta c’è un capitolo che aiuta a capire quanto l’azienda fosse già interessata a soluzioni poco convenzionali. Nel 1927 Stromberg-Voisinet introduce una particolare forma Venetian, ispirata alle linee dei mandolini veneziani; negli anni immediatamente successivi questi strumenti si evolvono nella famiglia Kay Kraft.

Una figura fondamentale nello sviluppo è il liutaio Joseph Zorzi, arrivato alla Stromberg-Voisinet dopo l’esperienza alla Lyon & Healy. Nel 1929 Zorzi evolve il progetto trasformandolo in una archtop e sviluppa anche un curioso sistema di fissaggio del manico che consentiva di modificarne l’inclinazione e quindi intervenire sull’action. Un’idea decisamente poco comune per l’epoca.

Le Kay Kraft mostrano inoltre un approccio alla costruzione diverso da quello delle costose archtop scolpite. Su questi primi strumenti le tavole potevano essere piegate sotto tensione; più avanti Kay avrebbe fatto largo uso anche di legni laminati e componenti pressati. Soluzioni che permettevano di ridurre tempi e costi di lavorazione e che sarebbero diventate una parte importante della filosofia industriale dell’azienda.

Un marchio, cento nomi: Silvertone, Airline, Old Kraftsman

Per capire davvero la Kay bisogna pensare all’America dei cataloghi per corrispondenza, quella in cui si ordinavano per posta gli attrezzi da lavoro, i vestiti e magari, qualche pagina più avanti, una chitarra. La fabbrica vendeva con marchi propri come Kay e Kay Kraft, ma una parte consistente della produzione lasciava Chicago con il nome del rivenditore sulla paletta.

Così una chitarra costruita da Kay poteva diventare Silvertone per Sears, Airline per Montgomery Ward, Old Kraftsman per Spiegel, Truetone per Western Auto o Penncrest per JCPenney. Il nome sulla paletta, in quell’America, poteva raccontare più del negozio che aveva ordinato lo strumento che della fabbrica che lo aveva costruito.

C’è però una complicazione che chi colleziona strumenti americani da catalogo impara molto presto: questi marchi non identificano automaticamente il costruttore. Silvertone utilizzò strumenti realizzati da Kay, Harmony, Danelectro e altri fornitori; sotto il nome Airline si trovano prodotti Kay ma anche numerose chitarre Valco. Per identificare uno strumento servono quindi costruzione, hardware, pickup e cataloghi, non soltanto il logo.

E proprio con Valco, concorrente di Chicago e casa dei marchi National e Supro, Kay ebbe un rapporto piuttosto curioso: rivale sul mercato delle chitarre ma anche partner industriale, perché negli anni Cinquanta parte della produzione degli amplificatori commercializzati da Kay venne affidata proprio alla Valco.

Chubby Jackson e i cinque corde Kay

Il nome Kay è legato anche alla storia del contrabbasso americano. Fra i musicisti più importanti per il marchio c’è Chubby Jackson, collaboratore di Woody Herman e uno dei bassisti jazz più popolari della sua generazione.

Secondo il racconto dello stesso Jackson, dopo la vittoria nel referendum dei lettori di DownBeat del 1947 Kay gli propose di realizzare un nuovo contrabbasso come riconoscimento e lui chiese che avesse una quinta corda. La storia va però letta con una precisazione: Kay aveva già costruito contrabbassi S-51 a cinque corde nei primi anni Quaranta, quindi Jackson non può essere considerato l’inventore del cinque corde Kay.

Il suo ruolo fu piuttosto quello di testimonial e grande divulgatore dello strumento. La collaborazione con Kay durò per anni e alcuni S-51 vennero esplicitamente promossi come “Chubby Jackson Model”. L’associazione contribuì a dare visibilità a una soluzione che, all’epoca, restava decisamente fuori dall’ordinario.

Anni Cinquanta: Thin Twin e uno dei primi bassi elettrici hollow body

Gli anni Cinquanta della Kay elettrica portano due strumenti destinati a rimanere nella memoria di chitarristi e bassisti. Il primo è la K-161 Thin Twin, introdotta nel 1952, una hollow body sottile a singolo cutaway con un vistoso battipenna tartarugato e due pickup single coil a lama.

Il nome Thin Twin non si riferisce allo spessore della cassa, come si potrebbe pensare, ma ai due sottili pickup blade. Il musicista che più di ogni altro ha legato il proprio nome al modello è Jimmy Reed, uno dei grandi protagonisti del Chicago blues, fotografato e ripreso innumerevoli volte con la sua Kay.

Quasi contemporaneamente arriva il K-162 Electronic Bass, generalmente datato tra il 1952 e il 1953 e certamente documentato nei cataloghi Kay dei primi anni Cinquanta. È un basso elettrico hollow body a scala corta da circa 30 pollici, pensato esplicitamente anche per consentire ai chitarristi di affrontare più facilmente il ruolo del bassista.

Viene talvolta descritto come il secondo basso elettrico della storia, dopo il Fender Precision del 1951, ma la formula è troppo netta perché Paul Tutmarc e Audiovox avevano già costruito e commercializzato bassi elettrici negli anni Trenta. Il K-162 resta comunque uno dei primissimi bassi elettrici prodotti commercialmente nel dopoguerra e uno dei primi modelli hollow body.

Il modello è spesso soprannominato “Howlin’ Wolf bass”. In realtà non era suonato da Chester Burnett, ma da Andrew “Blueblood” McMahon, bassista della sua band: un dettaglio piccolo, ma utile quando le leggende degli strumenti iniziano a confondersi con quelle dei musicisti.

Barney Kessel e il tentativo di giocare nella fascia alta

Nel 1955 Kuhrmeyer si ritira e la guida dell’azienda passa a Sidney M. Katz. La Kay continua a produrre strumenti economici, ma nella seconda metà degli anni Cinquanta tenta anche qualcosa di più ambizioso: entrare direttamente nel territorio occupato da Gibson, Gretsch e Fender.

Nel 1957 Kay firma un accordo di endorsement con il grande chitarrista jazz Barney Kessel e introduce tre modelli a lui dedicati: Pro, Artist e Jazz Special. Sono fra le Kay più elaborate dell’epoca, con finiture vistose e i grandi pickup single coil che i collezionisti avrebbero poi soprannominato “Kleenex box” per la forma delle coperture.

Altrettanto riconoscibile è la decorazione tridimensionale della paletta, diventata famosa con il soprannome “Kelvinator” per la somiglianza con il logo degli elettrodomestici americani dell’epoca. Oggi è uno dei dettagli estetici più riconoscibili della produzione Kay.

Intorno al 1960 il nome di Kessel scompare progressivamente dalla linea e gli strumenti professionali di quella famiglia continuano sotto la denominazione Gold K. La distinzione è importante: i modelli Barney Kessel e la Gold K appartengono allo stesso tentativo di Kay di presidiare la fascia alta, ma non sono esattamente la stessa fase commerciale.

C’è anche una piccola ironia nella storia. Kessel prestò il proprio nome a Kay e apparve nelle fotografie promozionali, ma il suo strumento personale di riferimento rimase soprattutto una Gibson ES-350 modificata con pickup Charlie Christian. Qualche anno più tardi avrebbe persino avuto una seconda famiglia di chitarre signature, questa volta costruita da Gibson, senza abbandonare davvero la vecchia ES-350.

Le Kay professionali di questo periodo sono oggi molto ricercate, ma quando si incontra un esemplare originale il controllo del manico è fondamentale. Angolo del manico, relief e stabilità strutturale possono essere punti critici dopo più di sessant’anni, e un eventuale reset può incidere parecchio sul costo di recupero dello strumento.

Una fabbrica enorme proprio prima della crisi

Nel 1964 Kay trasferisce produzione e uffici in un nuovo stabilimento a Elk Grove Village, nell’area di Chicago. È un investimento che fotografa bene le dimensioni raggiunte dall’azienda: a metà degli anni Sessanta Kay è uno dei grandi nomi dell’industria americana degli strumenti a corda.

Nel 1965 la stampa specializzata stimava per Kay vendite annuali intorno ai 10 milioni di dollari e circa 500 dipendenti nello stabilimento di Elk Grove Village. Proprio nello stesso anno Sidney Katz vende l’azienda alla Seeburg Corporation, gigante noto soprattutto per i jukebox, e Kay viene integrata nella divisione dedicata agli strumenti musicali.

Il mercato, intanto, sta cambiando rapidamente. La crescente concorrenza degli strumenti importati dal Giappone mette sotto pressione molti produttori americani, mentre il boom che aveva alimentato il mercato delle chitarre nei primi anni Sessanta comincia a rallentare. Nel 1967 Seeburg cede Kay alla Valco.

Valco, la chiusura e l’asta del 1969

Il matrimonio dura pochissimo. La nuova realtà Kay-Valco entra rapidamente in difficoltà finanziarie e nel 1968 la produzione di chitarre negli Stati Uniti si interrompe. Le ultime attività legate agli strumenti ad arco e ai contrabbassi arrivano fino al 1969, quando i beni dell’azienda vengono liquidati.

La linea di contrabbassi e violoncelli passa alla Engelhardt-Link, che continua per decenni a costruire strumenti derivati dai modelli Kay utilizzando anche attrezzature e sistemi produttivi provenienti dalla vecchia fabbrica. Quella storia arriva fino al 2019, quando Engelhardt-Link chiude definitivamente.

Le attrezzature provenienti dalla produzione Kay vengono quindi acquistate dalla Upton Bass String Instrument Company. Upton ha utilizzato anche gli stampi originali nello sviluppo dei propri strumenti ispirati alla tradizione Kay, prima di trasferirne le geometrie su attrezzature moderne.

Il marchio Kay, invece, comincia una vita completamente diversa da quella della fabbrica. I diritti vengono acquisiti dalla Weiss Musical Instruments di Sylvain Weindling e Barry Hornstein, legata all’importazione negli Stati Uniti di strumenti giapponesi, e nei primi anni Settanta il nome Kay compare così anche su numerose chitarre di produzione asiatica.

Nel 1980 il marchio cambia nuovamente proprietà e, molti anni più tardi, prende forma anche il progetto Kay Vintage Reissue, con nuove interpretazioni di alcuni modelli storici. Il nome Kay sopravvive quindi alla fabbrica originaria, anche se naturalmente si tratta di realtà industriali completamente diverse dalla Kay di Chicago.

Dal banco dei pegni al culto delle catalog guitars

Per molti decenni la Kay ha pagato proprio la propria origine industriale. Essendo state prodotte in quantità enormi e spesso considerate strumenti di fascia inferiore rispetto a Gibson, Fender o Gretsch, molte di queste chitarre sono finite nei banchi dei pegni e nei negozi dell’usato, vendute a prezzi che non interessavano quasi nessun collezionista.

Erano spesso la prima chitarra, quella da cui si cominciava prima di comprare qualcosa di più costoso. È anche per questo che moltissimi strumenti sono stati modificati, riparati con una certa fantasia o semplicemente consumati fino allo sfinimento. Oggi trovare un esemplare completamente originale può essere molto meno semplice di quanto suggeriscano i grandi numeri di produzione.

La lista dei musicisti passati da strumenti Kay è comunque lunga. Oltre a Jimmy Reed e ai musicisti della band di Howlin’ Wolf, anche la prima chitarra di Elvis Presley, acquistata al Tupelo Hardware per il suo undicesimo compleanno, viene spesso descritta come una Kay flat top. L’acquisto dello strumento è ben documentato; l’identificazione sicura del costruttore lo è molto meno, per cui è più corretto non trasformare una tradizione ripetuta per decenni in una certezza storica.

Jack White e la rivincita della chitarra economica

Il cambio di percezione più recente ha un protagonista particolarmente visibile: Jack White. Negli anni dei White Stripes utilizza come principale chitarra slide una vecchia Kay hollow body, accordata in La aperto. Lo strumento viene generalmente identificato come una K6533 Value Leader della seconda metà degli anni Cinquanta, anche se con le Kay di quell’epoca identificare modello e anno con assoluta certezza è spesso meno semplice di quanto sembri.

La chitarra, originariamente in finitura tobacco sunburst, viene ricoperta da White con carta Kraft nel 2001. Per anni si è raccontato che la modifica servisse a ridurre il feedback proveniente dalle effe, ma White non ne ha mai fornito una spiegazione definitiva: potrebbe essere stata una soluzione funzionale oppure semplicemente una scelta estetica.

La sua altra chitarra simbolo dell’epoca, la Airline rossa in Res-O-Glas, appartiene allo stesso universo delle catalog guitars ma non è una Kay: venne costruita dalla Valco per Montgomery Ward ed è comunemente associata al nome J.B. Hutto. Nel 2019 quella Airline è stata anche esposta al Metropolitan Museum of Art di New York per la mostra Play It Loud: Instruments of Rock & Roll.

White non ha certo riscoperto da solo le vecchie chitarre economiche americane, ma la visibilità dei White Stripes ha contribuito enormemente a cambiare il modo in cui una generazione di musicisti guardava a Kay, Harmony, Silvertone e Valco. Quelle che fino a pochi anni prima erano semplicemente vecchie chitarre economiche sono diventate strumenti con una voce propria. E, come spesso accade nel vintage, anche i prezzi se ne sono accorti.

Riconoscere una Kay oggi

Chi vuole entrare nel mondo Kay deve mettere in conto un po’ di lavoro da archivista. Sulle chitarre i numeri stampigliati all’interno non costituiscono un sistema cronologico affidabile: possono indicare lotti, codici di produzione, modelli o altre informazioni interne e raramente consentono da soli di stabilire l’anno.

I numeri di modello sono molto più utili, anche se non sempre venivano riportati chiaramente sullo strumento. Per questo l’identificazione passa soprattutto attraverso i cataloghi d’epoca, confrontando forma del corpo, paletta, logo, pickup, battipenna, ponte, controlli e finiture.

Per contrabbassi e violoncelli esiste invece una cronologia dei numeri di serie ricostruita dagli studiosi e dai collezionisti a partire dagli strumenti sopravvissuti. È molto più utile dei numeri presenti sulle chitarre, ma resta una ricostruzione successiva e approssimativa, non un registro ufficiale di fabbrica.

Anche la costruzione racconta parecchio. Molte archtop Kay utilizzano tavole laminate e pressate anziché scolpite, mentre sui modelli economici compare spesso la betulla. Su strumenti di fascia superiore si trovano invece abete, acero e mogano, solidi o laminati a seconda del modello e del periodo.

Quando si valuta una Kay vintage bisogna prestare particolare attenzione soprattutto a angolo del manico, action, stato dei tasti e integrità della cassa. Su diversi modelli il reset del manico può trasformarsi rapidamente da dettaglio tecnico a voce importante del conto del liutaio. Anche l’elettronica originale merita attenzione: molti pickup Kay hanno caratteristiche sonore peculiari e possono incidere parecchio sull’interesse e sul valore dello strumento.

E resta valida la regola fondamentale delle chitarre americane da catalogo: il nome sulla paletta non basta. Una Silvertone, una Airline o una Old Kraftsman vanno identificate attraverso i dettagli costruttivi prima di attribuirle a Kay, Harmony, Valco o a uno degli altri grandi produttori che lavoravano dietro le quinte.

La storia della Kay come grande fabbrica americana finisce alla fine degli anni Sessanta. Quella dei suoi strumenti, evidentemente, no. Continuano a comparire nei negozi dell’usato, nelle collezioni e sui palchi, spesso con cicatrici che raccontano mezzo secolo di riparazioni più o meno ortodosse. Una Kay non è automaticamente un capolavoro dimenticato, così come non è automaticamente una vecchia chitarra economica da lasciare appesa al muro. Prima conviene capire che cosa si ha davanti. Poi, possibilmente, attaccarla a un amplificatore.



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