Una Gibson Les Paul Goldtop del 1952, con il corpo scavato più volte, pickup costruiti e riposizionati a mano, un battipenna decisamente fuori misura e un sistema elettrico lontano da quello delle chitarre vendute nei negozi.
A giudicarla soltanto dall’originalità dei componenti, la Number One di Les Paul sembrerebbe il peggior incubo di un collezionista. Eppure, nell’ottobre del 2021, è stata venduta dalla casa d’aste Christie’s per 930.000 dollari.
La spiegazione non sta soltanto nel suo proprietario. La Number One fu la prima Gibson Les Paul che il musicista considerò davvero soddisfacente, dopo anni di esperimenti alla ricerca di un suono molto preciso.
Tutto cominciò da una chitarra che il pubblico non riusciva a sentire
Lester William Polfuss, nato nel 1915 a Waukesha, nel Wisconsin, cominciò molto presto a cercare soluzioni per amplificare il suono della chitarra. Come raccontò molti anni dopo il figlio Gene Paul alla CBS, durante una delle prime esibizioni qualcuno gli fece notare che riusciva a sentire bene la sua voce e l’armonica, ma non la chitarra.
L’episodio contribuì ad alimentare un interesse che sarebbe diventato centrale nella sua vita. Les Paul sperimentò con componenti elettrici, pickup artigianali e strumenti modificati, cercando di amplificare direttamente la vibrazione delle corde e ridurre l’influenza della cassa armonica.
Fra i suoi esperimenti più curiosi ci fu quello realizzato con un tratto di rotaia ferroviaria, sul quale montò una corda tesa fra due elementi metallici, utilizzando componenti telefonici e una radio per ascoltarne il segnale amplificato. Era ancora lontano dalla chitarra elettrica moderna, ma il principio che lo interessava cominciava a prendere forma.
Nel 1941 realizzò poi The Log, assemblando un manico Epiphone e un blocco di pino massiccio dotato di pickup e componenti meccanici. In seguito aggiunse le due metà laterali di una chitarra Epiphone per conferirgli un aspetto più convenzionale.
Il risultato era tutt’altro che elegante, ma il blocco centrale consentiva di ottenere un suono amplificato riducendo i problemi di feedback tipici degli strumenti a cassa. Non si trattava dell’invenzione della chitarra elettrica, già esistente in varie forme, ma di un contributo importante allo sviluppo della solid body.
Gibson aveva già provato a convincerlo, senza riuscirci
All’inizio degli anni Cinquanta Gibson si trovò a dover rispondere al successo delle chitarre a corpo pieno di Fender. Sotto la direzione di Ted McCarty, l’azienda avviò lo sviluppo di un proprio modello, combinando le caratteristiche della tradizione costruttiva Gibson con le possibilità offerte dalla nuova tecnologia.
Il progetto coinvolse anche Les Paul, che nel frattempo era diventato uno dei musicisti più conosciuti negli Stati Uniti grazie alle registrazioni realizzate insieme a Mary Ford. La definizione delle rispettive responsabilità progettuali è ancora discussa dagli storici della chitarra, ma il contributo di entrambe le parti è documentato.
Un particolare emerge dai registri di spedizione della Gibson: il 20 maggio 1952 furono inviate a Les Paul due chitarre del nuovo modello. Il musicista, tuttavia, non ne era completamente soddisfatto.
Secondo la ricostruzione storica riportata nel catalogo di Christie’s, la chitarra destinata a diventare la Number One potrebbe essere stata un esemplare sostitutivo, consegnato più avanti nello stesso anno. A differenza delle prime unità, presentava la tastiera con binding e alcune particolarità elettriche richieste dal musicista.
Les Paul la considerò finalmente uno strumento capace di rispondere alle proprie aspettative. Da qui il nome Number One: non perché fosse la prima Les Paul costruita in assoluto, ma perché era la prima che lui riconosceva come pienamente riuscita.
Una Goldtop del 1952, ma con un’elettronica tutta sua
La Les Paul Model commercializzata nel 1952 aveva un corpo in mogano con top in acero, manico incollato, finitura dorata, due pickup single coil P-90 e un sistema di ponte-cordiera a trapezio.
La Number One partiva da quella struttura, ma presentava già alcune differenze. In particolare, invece dei quattro controlli separati per volume e tono dei due pickup, aveva un volume generale e un tono generale.
Anche la presa d’uscita era stata collocata sul top, su richiesta di Les Paul, per limitare il rischio che il cavo venisse accidentalmente scollegato durante un’esibizione.
Le successive modifiche introdussero una configurazione ancora più particolare, con due uscite dedicate a segnali di differente impedenza: quella sul top per l’alta impedenza e quella laterale per la bassa impedenza, utilizzabile per il collegamento diretto alle apparecchiature di registrazione.
Questa soluzione racconta molto del modo in cui Les Paul concepiva lo strumento. La chitarra non era soltanto qualcosa da collegare a un amplificatore sul palco, ma un elemento di una catena audio che poteva proseguire direttamente nello studio di registrazione.
Il cacciavite rovente e quel battipenna gigantesco
La caratteristica più evidente della Number One è il grande battipenna che copre una parte considerevole della superficie del corpo. Non era un vezzo estetico.
Tom Doyle, il tecnico e liutaio che collaborò con Les Paul a partire dagli anni Sessanta, ha raccontato a Guitar World che il musicista arrivò a utilizzare un cacciavite arroventato per scavare il legno e modificare le cavità destinate ai pickup.
Les Paul voleva sperimentare diverse posizioni e configurazioni, intervenendo direttamente sul corpo dello strumento. Il risultato fu una lavorazione piuttosto rudimentale, che il battipenna maggiorato avrebbe poi nascosto.
Anche i pickup subirono trasformazioni profonde. Quello al manico, per esempio, venne modificato con componenti riconducibili ai DeArmond, ma con avvolgimenti realizzati per ottenere caratteristiche elettriche differenti. Secondo Doyle, Les Paul preferiva circuiti a bassa impedenza, particolarmente importanti per le sue esigenze di registrazione.
All’interno dello strumento comparvero inoltre bobine supplementari per la cancellazione del ronzio, una soluzione che sfruttava principi elettrici analoghi a quelli impiegati nei sistemi humbucking, pur senza adottare necessariamente la classica configurazione a due bobine affiancate dei pickup Gibson PAF.
La Number One era dunque un autentico banco di prova, sul quale il musicista sperimentava soluzioni che non sempre avevano un equivalente nei modelli di produzione.
Un ponte in acciaio, un Kauffman Vibrola e tre refretting
Anche la parte meccanica della chitarra venne più volte modificata. Les Paul non era soddisfatto dei ponti dell’epoca e adottò un ponte personalizzato in acciaio, privo di sellette individuali, abbinato a un Kauffman Vibrola montato mediante una piastra adattatrice. Secondo Tom Doyle, quella soluzione permetteva di mantenere l’action bassa e ottenere il sustain ricercato dal chitarrista.
Doyle intervenne inoltre più volte sulla tastiera, arrivando a sostituire i tasti tre volte, utilizzandone progressivamente di dimensioni maggiori.
Un particolare ancora più singolare riguarda la finitura dei tasti: il tecnico racconta che Les Paul preferiva che la loro superficie non fosse perfettamente lucidata.
Anche la scelta delle corde cambiò negli anni. Inizialmente il chitarrista utilizzava spesso scalature pesanti, come la .012–.054, passando poi gradualmente a corde più leggere con l’avanzare dell’età.
Sono dettagli apparentemente secondari, ma mostrano quanto Les Paul fosse attento al comportamento fisico dello strumento, oltre che al suo circuito elettrico.
Tom Doyle, il tecnico che lavorava alle chitarre fino alle sei del mattino
Il rapporto tra Les Paul e Tom Doyle racconta bene l’intensità di questa ricerca. Doyle ricordava che il musicista aveva continuamente nuove idee e che le sessioni di lavoro potevano protrarsi fino alle sei del mattino. Non si trattava soltanto di riparazioni: spesso bisognava sperimentare modifiche di cui Les Paul voleva verificare personalmente il risultato.
Il loro incontro professionale cominciò con una prova piuttosto particolare. Les Paul invitò Doyle a casa e gli mostrò alcune chitarre conservate in un seminterrato, appese in una zona dove filtrava acqua. Gli affidò alcuni di quegli strumenti per verificare le sue capacità di restauro.
Doyle riuscì a recuperarli e da quel momento iniziò una collaborazione che sarebbe durata per decenni. La Number One fu una delle chitarre sulle quali lavorò, intervenendo sui pickup, sui tasti, sul battipenna e sulle numerose modifiche richieste.
Non era un lavoro con un punto d’arrivo definitivo: secondo Doyle, Les Paul continuò a intervenire sulla Number One anche negli anni Settanta, molto tempo dopo che lo strumento aveva cessato di essere protagonista abituale delle sue esibizioni.
Dalle esibizioni con Mary Ford alla televisione americana
La Number One compare già nelle testimonianze fotografiche del 1952. Accompagnò Les Paul durante la tournée britannica con Mary Ford, che comprendeva due settimane di spettacoli al London Palladium nel settembre dello stesso anno.
La chitarra è inoltre documentata in varie esibizioni televisive del 1953, nelle quali Les Paul e Mary Ford presentarono brani come Nola, Lady of Spain e Chicken Reel.
Nell’ottobre del 1953 lo strumento apparve anche durante una puntata del programma televisivo Omnibus, nella quale il musicista illustrò alcune delle tecniche di registrazione che avevano contribuito al successo delle produzioni realizzate con Mary Ford.
Les Paul aveva già sperimentato il sound-on-sound, le sovraincisioni e diverse soluzioni per costruire registrazioni con più parti musicali. La sua attività di inventore non era quindi separabile da quella di chitarrista e produttore.
Dalla metà degli anni Cinquanta, però, nelle esibizioni pubbliche cominciarono a comparire più frequentemente altri strumenti, soprattutto la Les Paul Custom. La Number One perse progressivamente il ruolo di chitarra principale sul palco, pur continuando a essere utilizzata come piattaforma di sperimentazione.
Il regalo a Tom Doyle e l’asta da 930.000 dollari
A un certo punto Les Paul decise di regalare la Number One a Tom Doyle, riconoscendo così il ruolo che il tecnico aveva avuto nella sua manutenzione e trasformazione. Doyle ha raccontato di essere rimasto sorpreso dal gesto e di aver conservato per molto tempo la notizia senza renderla pubblica.
La provenienza dello strumento è stata successivamente documentata da Christie’s, che lo ha proposto nella vendita The Exceptional Sale del 13 ottobre 2021, a New York. Il lotto comprendeva, oltre alla chitarra, una custodia Gibson d’epoca, un registratore a nastro Ampex Model 307 proveniente dallo studio domestico di Les Paul e Mary Ford, uno sgabello associato alle esibizioni del musicista e una fotografia storica della coppia.
La stima era compresa fra 100.000 e 150.000 dollari, ma la vendita si concluse a 930.000 dollari, comprese le commissioni d’asta.
Intervistato dalla CBS prima della vendita, Gene Paul ricordò anche una domanda che suo padre gli aveva posto, invitandolo a riflettere sul valore della prima lampadina costruita da Thomas Edison dopo innumerevoli tentativi. Per Les Paul, il significato della Number One andava evidentemente ben oltre quello di un comune strumento musicale.
La chitarra più importante ma anche quella meno originale
La Number One non è importante perché rappresenta una Gibson Goldtop del 1952 conservata nelle condizioni in cui uscì dalla fabbrica. È importante proprio per il motivo opposto.
Le modifiche ai pickup, le cavità scavate nel legno, le bobine aggiuntive, il ponte personalizzato e i ripetuti interventi sulla tastiera documentano il lavoro di un musicista che non aveva alcuna intenzione di trattare la propria chitarra come un oggetto intoccabile.
E raccontano anche una differenza interessante rispetto al modo in cui oggi vengono valutati molti strumenti vintage. Per un collezionista, un componente sostituito può rappresentare una perdita di originalità. Per Les Paul, invece, poteva essere semplicemente il risultato di una nuova idea.
La storia della Number One è dunque quella di una chitarra che non ha smesso di cambiare. Ed è probabilmente proprio questa la ragione per cui, a distanza di oltre settant’anni dalla sua costruzione, continua a essere uno degli strumenti più interessanti per comprendere la nascita e l’evoluzione della Gibson Les Paul.










Recents Comments