In sintesi: Il riff di Where the Streets Have No Name nasce dal delay dotted-eighth di The Edge sommato a un arpeggio in DO maggiore con voicings aperti. Per riprodurlo servono una chitarra con manico stabile, un delay con tempo sincronizzato al brano (circa 442ms) e una mano destra precisa nel mantenere il pattern di sedicesimi. Lo studio del riff vale come palestra di groove, sincronizzazione e suono.
“Where the Streets Have No Name” è probabilmente uno dei brani più conosciuti della band irlandese, d’altronde è presente sull’album The Joshua Tree del 1987, che è da annoverare tra gli album più apprezzati e acclamati degli U2.
Tra l’altro anche il videoclip di questo brano è decisamente indimenticabile, chi non ha mai sentito parlare del video sul tetto di un palazzo a Los Angeles?
Per ciò che più interessa a noi, c’è da dire che questo brano è divenuto il manifesto dello stile chitarristico di The Edge, sia per il suo fantasioso e particolare utilizzo del delay, come pure nella scelta di triadi e voicings che lasciano intendere quanto a volte la semplicità possa pagare se unità all’attenzione per i dettagli.
Per quanto sia simile se non identica alla versione presente sul disco, ho deciso di utilizzare una versione live del brano, di preciso quella contenuta in Rattle And Hum.
Procediamo con la nostra solita vivisezione del brano, intanto vi lascio un sample audio della famosa introduzione.
Nella stessa cartella troverete anche un file Amplitube basato sul suono di The Edge.
0:01 – L’introduzione del brano è fatta da un pad di organo che crea un’atmosfera molto ambient, sicuramente merito della produzione di Brian Eno, il tutto per circa un minuto.
0:55 – Inizia qui il celeberrimo arpeggio sulla triade di D e di Dsus4, uno dei lick più famosi e certamente più rappresentativi di The Edge e del suo magistrale utilizzo del delay.
2:19 – Al termine della lunga introduzione strumentale inizia la prima strofa, accompagnata da un sapiente lavoro ritmico sulla chitarra, sfruttando sempre le ripetizione del delay con una serie di ghost note intervallate da accenni degli accordi che compongono la successione armonica I, IV, VI, V, ovvero lo standard del wall of sound.
2:48 – Arriva la seconda strofa, ritmicamente ancora ricca di ghost notes, ma gli accordi “pieni” vengono sostituiti da arpeggi che ovviamente con il delay ancora acceso danno davvero una bellissima sensazione di spazialità.
3:18 – Un fill di batteria annuncia l’arrivo del chorus nel quale troviamo un interessante utilizzo delle triadi e delle relative tensioni, infatti The Edge ci stupisce con una meravigliosa semplicità, riuscendo a creare una texture armonico/melodica con il solo utilizzo di qualche semplicissima triade. La progressione è identica a quella della strofa, quindi I, IV, VI, V, quindi D, G, Bm, A, le triadi utilizzate sono quella di D, colorata dall’utilizzo della sus4 e della quinta giusta, segue poi la triade di G, colorata da sus9 e maj7, si passa poi alla triade di Bm, con l’aggiunta di min7 e sesta, per tornare poi sul I grado.
3:46 – Inizia la seconda strofa e più o meno tutto resta invariato rispetto alle precedenti due strofe.
4:15 – Ulteriore ritornello che avvia il brano verso la chiusura portando verso il finale basato sullo stesso arpeggio che abbiamo trovato nell’introduzione.
In conclusione possiamo vedere come già nell’ambito della New Wave britannica della fine degli anni ’80 il virtuosismo chitarristico tipico di altri generi anche contemporanei andava un po’ a scemare, nel senso che difficilmente troviamo brani con lunghi assolo di chitarra e/o riff tecnicamente impegnativi.
Il cambiamento di direzione è parecchio evidente e sembra legato più alla volontà di creare colori e arrangiamenti creativi sacrificando la parte virtuosistica della faccenda. In ogni caso non si può negare l’enorme influenza che un chitarrista come The Edge ha avuto su professionisti e session man, insomma per essere chiari, chi di voi in studio o in prova non si è sentito dire “mi fai un accompagnamento alla The Edge?“.
Il setup di The Edge per il riff degli U2
The Edge ha costruito il suo suono attorno al delay come fosse uno strumento aggiunto. Per il riff di Where the Streets Have No Name la base e il Korg SDD-3000 in rapporto dotted-eighth con il tempo del brano, che a 126 BPM circa porta a 442 millisecondi di delay time. Sopra il delay lavorano una tecnica di pennata molto regolare e una scelta di voicings dove le corde a vuoto fanno gran parte del lavoro armonico.
Pattern arpeggiati e voicings aperti
La forza del riff sta nella combinazione fra arpeggio e voicings. La mano sinistra tiene poche note, spesso terze e quinte sulle corde alte, mentre le corde a vuoto vibrano per allungare la coda armonica. Il pattern di sedicesimi della mano destra resta costante, e il delay riempie i buchi creando l'illusione di una sequenza piu fitta di quella reale. E' lo stesso principio che ritroviamo in altri brani della discografia U2.
Studiare il riff sulla chitarra elettrica
Conviene partire senza delay, alla velocita reale del brano, suonando il pattern di sedicesimi con una pennata alternata pulita. Poi si abbassa il tempo del metronomo del trenta percento, si lavora sulla precisione del tempo, e infine si reintroduce il delay con il tempo giusto. Per chi vuole approfondire la didattica chitarristica il riff e una palestra ideale per groove, dinamica e suono.
Perche e diventato un riff iconico
Non e un assolo virtuoso ne un riff aggressivo, eppure entra nella testa al primo ascolto. Funziona perche somma tre elementi rari da trovare insieme: una idea ritmica chiara, una scelta timbrica riconoscibile e una funzione armonica al servizio della voce. Tre regole semplici che spiegano perche, a quasi quarant'anni di distanza, lo riconosciamo dopo due battute. Per altri esempi di riff iconici e analisi tecniche, vedi gli articoli di didattica per chitarra su Musicoff.
Per chi ha fretta
1. Cos'e il riff iconico di The Edge negli U2?
E' l'intro arpeggiato di Where the Streets Have No Name (1987), costruito su un pattern di sedicesimi ripetuti dal delay dotted-eighth, che genera la tipica trama liquida del suono U2.
2. Che delay usa The Edge per quel suono?
Storicamente un Korg SDD-3000 con tempo sincronizzato al brano. Il segreto e il rapporto dotted-eighth (3/16 del beat) che intreccia la nota originale con la ripetizione, creando l'effetto galleggiante.
3. Quali voicings usa The Edge nel riff?
Voicings aperti in DO maggiore con corde a vuoto: la mano sinistra tiene poche note, le corde a vuoto fanno il resto del lavoro armonico e timbrico.
4. Si puo studiare senza il delay?
Si, ma il risultato e diverso. Per capire come l'effetto modifica la percezione del riff conviene studiarlo prima a secco, poi inserire il delay con il tempo giusto.
5. Quanto tempo serve per padroneggiarlo?
Per la pulizia ritmica e la sincronizzazione con il delay servono settimane di studio mirato. Il riff e semplice da leggere ma esigente sul piano del groove e della mano destra.
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