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corrado rustici

Rustici sul rinnovamento della chitarra e il sogno della musica fluida

Il discorso sul nuovo album Interfulgent continua con considerazioni sulla fake music imperante, l’arte, lo strumento e un progetto visionario.

Nella prima parte dell’intervista il musicista napoletano parlava della ricerca sul suono della chitarra elettrica che è alla base del suo ultimo lavoro, dello strumento e del pedale firmati in arrivo a breve, dell’amicizia e affinità con il grande Allan Holdsworth.

Il primo video collegato ad Interfulgent traspone in un caleidoscopio di immagini la dinamicità di “Night of the Jackal”, in una dinamica esplosione ritmico-sonora che fonde la voce delle sue chitarre con echi di musica elettronica ed etnica.

Vecchi strumenti e nuovi stimoli…

Un’esperienza sullo strumento che parte dai primi anni ‘70 e l’autorevolezza guadagnata nel tempo come musicista e produttore di livello internazionale fanno di Corrado Rustici un testimone importante sullo stato dell’arte della chitarra…

Io da qualche anno ho un problema con la chitarra elettrica, per come viene usata oggi, la trovo molto vecchia, irrilevante… la chitarra è diventata quel totem, che secondo me non fa giustizia allo strumento, è limitato dalla nostra immaginazione, e lo relega in una nicchia che secondo me non è reale perché lo strumento può fare molto di più.

Questo mi dà fastidio e quindi cerco ogni volta di scoprire come può essere ricollocata l’elettrica, al contrario dell’acustica che forse negli ultimi anni è quella che ha avuto una maggiore evoluzione con l’uso che ne fanno anche tanti giovani chitarristi. Nell’elettrica non trovo nessuna innovazione. 

La sensazione liberatoria di cui parlavi nella prima parte dell’intervista traspare nell’album, come se la nuova direzione ti avesse permesso di lasciarti andare ancora di più. Il ritorno per un breve periodo all’avventura della band prog con cui hai esordito giovanissimo, il Cervello, ha contribuito a stimolarti in qualche misura?

Diversi anni fa ho preso una decisione più o meno conscia, quella di tirarmi fuori dal panorama delle produzioni pop, e per diverse ragioni. Una, molto importante, è che sento di aver dato e fatto abbastanza per 30 anni con grande successo e con grande fortuna.
Ho aiutato tanti altri in questi decenni a creare una carriera, a creare un suono che poi si è rivelato anche molto popolare, e ora sentivo il bisogno di tornare a dedicarmi a me stesso, perché non sono partito dal fare il produttore, ma da musicista con il prog e quelle cose lì. 

In quel senso io sono un grande romantico, perché non dimentico mai la ragione per cui ho cominciato a strimpellare la chitarra, l’amore per la musica e cioè cos’è che la musica ha fatto e fa ancora per me. È un amore che per mia fortuna non è stato avvelenato dalla popolarità, dal successo o dai soldi, proprio perché il mio ruolo era dietro, rispetto a chi era davanti e rappresentava popolarmente un certo tipo di sonorità… 

L’arte per me è quel salto nel vuoto, nello sconosciuto, l’ho detto anche diverse volte, tutto quello che già sappiamo è il passato, mentre viviamo in ciò che ancora non conosciamo, quello che ancora può succedere. Questa è per me una cosa importante a livello musicale. 

Quando ho deciso di fare questo album non sapevo dove andavo a finire, però sapevo di non volere che fosse qualcosa che avevo già fatto, e volevo qualcosa che mi spronasse e mi eccitasse, in qualche modo mi sfidasse… non solo chitarristicamente ma a tutti gli altri livelli della produzione. 

Per cui, se ci sono dei richiami al Cervello è perché è parte di me… nel gruppo le composizioni erano mie. Non credo che abbia influito più di tanto sulla scelta di suoni, arrangiamenti o anche nella scrittura, però io vengo da quel mondo, è una matrice arricchita anche da tanti personaggi con cui ho lavorato nella musica pop. Per fortuna sono cresciuto in quegli anni lì…

Corrado Rustici Interfulgent

Nelle note a Interfulgent parli anche dell’uso di progressioni e accordature microtonali…

Beh, ci sono due brani sull’album, “Anna” e “Khetwadi Lane” dove uso la microtonalità in maniera molto leggera, però mi interessava perché, ad esempio, sul finale di “Anna” se ascolti bene sia le tastiere che la chitarra cambiano tonalità, di accordo in accordo forse anche meno di un quarto di tono, vanno su e giù perché il bello della microtonalità è che ti dà la possibilità, per esempio, usata così, di dare una maggiore… “positività” agli accordi minori e una minore “positività” a quelli maggiori. 

In qualche modo l’orecchio sente il cambiamento all’effetto crescente, usato ad esempio nella musica pop quando la tonalità sale di un semitono e per l’orecchio la musica diventa nuova anche se sono sempre le stesse progressioni, e usandolo in questa maniera ci sono dei passaggi in cui volevo dare un sapore più maggiore a un accordo minore e viceversa.

Invece in “Khetwadi Lane” ho usato proprio – non sulla chitarra ma sui sintetizzatori – queste accordature e ce ne sono diverse, ne ho usate due o tre in momenti diversi. Sono accordature standard per quanto riguarda la microtonalità, dove l’ottava non è divisa in 12 note ma si estende di più, ed è un po’ come una specie di liberazione per l’orecchio perché senti lo stesso accordo, ma è come se spaziasse in una maniera diversa. 

Naturalmente io l’ho usato in maniera molto leggera perché non volevo fare musica sperimentale ma mi serviva per quel brano lì, che tra l’altro è basato anche sull’accordo di Skrjabin, quello all’inizio del “Prometeo”, impossibile da descrivere perché le frequenze delle note che ho messo non appartengono a un accordo, se vuoi…
Ho cercato di limitare l’uso della microtonalità perché se entri in quel mondo lì finisci subito nella musica di avanguardia e volevo rimanesse tutto ancorato a schemi più facilmente digeribili.  

Corrado Rustici

Il coraggio per un futuro incerto

A proposito di trovare il coraggio di fare quel salto nel vuoto, quattro anni fa dicevi fra l’altro che questo fa paura, perché siamo abituati a mantenere il controllo, e che tu non ti arrendi, cerchi sempre di rimanere aperto agli eventi.
In questo senso, come hai affrontato l’emergenza planetaria che ci coinvolge tutti da un anno, un momento che nessuno aveva mai vissuto, che cosa stai imparando?

Allora… ti premetto che per me la vita non è cambiata più di tanto, io sono sempre stato un eremita (ride)  nella mia stanzetta. Da quando ho passato i trent’anni non ho bisogno di frequentare i club, di fare feste. Sai, per me la vita gira tutta intorno alla musica, alla famiglia e alla ricerca, per cui non è che sono stato affetto da questa cosa in maniera particolare. 

Quello che noto, però, a livello generale è l’incapacità dell’umanità, questo malessere generato dal non riuscire a stare con se stessi. Nel senso che finalmente è arrivato qualcosa che ci fa notare che riempiamo la vita di distrazioni per allontanarci da noi stessi e questo è così palese che… nessuno lo nota! È come l’aria che respiriamo, no? 

Capisco il fatto che, a differenza di me, uno abbia bisogno di stare assieme ad altre persone, ma già quella condizione indica che dipendi da un’altra cosa per star bene, invece di star bene e poi condividere te stesso con gli altri… è una cosa che fa riflettere. Questo è quello che mi è stato proprio sbattuto in faccia, con tutti i comportamenti derivati.

Nel campo della musica, però, questo ha determinato un enorme problema, perché non poter più salire su un palco, con tutte le conseguenze a livello professionale, economico, sociale, ma anche espressivo, comporta un cambiamento drammatico, non si capisce ancora dove andremo a parare…

Beh, l’industria – dopo la bolla anomala vissuta dagli anni ‘60 a fine anni ‘90  in cui era basata sullo sconosciuto, su cose che non erano ancora state fatte – adesso è cambiata ed è cambiato il focus. È tutto industrializzato, è tutto fatto a tavolino, ragionato… La musica pop è stata così, ma c’era sempre uno sfondo artistico da qualche parte. 

Adesso l’arte non c’è più, è veramente solo un business che ci ha preparato o forse no a quello che stiamo vivendo adesso. Io la chiamo “fake music” perché viviamo nell’era del fake, della finzione, del fasullo. Vedi milioni di strumentisti che fanno questi video per metterli su Youtube e avere i like, che musicalmente secondo me non servono a nulla, perché  non arricchiscono niente, sono solo dei selfie musicali. 

Servono forse ai teenager, perché è quello che vogliono. Infatti, la musica pop è sempre stata incentrata su quelle cose, la tensione sessuale, romantica, quando sei un teenager e scopri, ti riscopri, usi la musica per avere queste emozioni. Poi cominci a crescere e forse – si spera – cominci e evolverti anche emotivamente e psicologicamente.

Ma guarda quello che è già successo negli ultimi vent’anni con la musica liquida, con Spotify… che è una grandissima presa per il culo, una delle cose più odiose che io trovo fra quelle che il business ha creato schiavizzando chi crea contenuto senza praticamente dargli nulla, arricchendosi sul lavoro degli altri. 

I “fake concert” che vedo ora, al di là della pandemia, sono anche il risultato di quanto era già in movimento, non credo che ci sarà un ritorno a quella che noi consideravamo la normalità, quella di fare i concerti, avere un artista davanti.
Qualcuno verrà fuori artisticamente con qualcosa di bello anche per quanto riguarda la fruizione della musica. Io credo che l’era digitale non sia questa ma… ne parlavamo forse anche ai tempi di
Aham

Corrado Rustici Interfulgent

Progetti “interattivi”

Te lo stavo per chiedere. Avevi un progetto importante di cui avevi anticipato qualcosa, che fine ha fatto?

L’ho fatto. Ho depositato un brevetto negli USA, ma credo che sia in anticipo sui tempi e va contro l’ideologia del business dell’industria discografica, nel senso che è basata sull’accettazione da parte dell’artista e di chi investe su di lui di non aver controllo sul risultato, cioè di quante copie puoi vendere… 

Perché per me la musica digitale è una musica fluida, che non si ferma con una traccia stereo nel tempo, quella è come una foto che però si deve muovere, deve essere manipolata dall’utente, dagli ascoltatori e ritornare all’artista in una maniera diversa. Per me è quello il futuro del digitale e non la replica in digitale di quello che facevamo in analogico 40 anni fa.

Una forma interattiva, quindi…

Sì, la mia idea… che forse un giorno troverà la sua realizzazione… è che tu come artista puoi creare un seme musicale e presenti una foto che secondo te in questo momento rappresenta questa canzone, ma dai alla gente la possibilità di cambiarla come vogliono, di adattarla alle loro esigenze emotive e psicologiche del momento solo spingendo un bottone.
E deve funzionare musicalmente, è chiaro, non che vengano fuori degli obbrobri, e quella è la sfida per i produttori e per gli artisti, pensare la musica in una maniera diversa… come giocare a scacchi in 3D, invece di farlo su una scacchiera piatta. 

Per me è una cosa che può dare molte più soddisfazioni, gli esperimenti che ho fatto sulla mia musica sono strabilianti, dando istruzioni all’intelligenza artificiale di comporre musica con indicazioni precise su accordi, progressioni… quella per me è la produzione del futuro.
Non è ancora stata realizzata per tante ragioni sia politiche che economiche, e anche per l’ignoranza della gente, dei musicisti coinvolti… siamo ancora bloccati in una mentalità vecchia, secondo me. 

Ed è per questo che la musica, nonostante sia dappertutto e usata dappertutto, ha perso la sua importanza. Con i videogame – altra cosa molto interessante che ha avuto un boom enorme, più del cinema – i programmatori sono capaci di creare nell’utente l’illusione di essere liberi di creare quello che vogliono, le loro interpretazioni del gioco. In realtà non lo possono fare, ci sono delle costrizioni che fanno funzionare il tutto ma creano l’illusione di poter fare qualsiasi cosa… 

Secondo me la soluzione è di fare la stessa cosa con la musica digitale, non parlo della musica dal vivo che è un’altra cosa, ma la musica registrata che, da quando abbiamo cominciato ad utilizzare il multitraccia da Les Paul in poi, non è più “naturale”, non è una cosa che esiste a livello sonoro e di struttura, è come un film rispetto al teatro, no? Perché non adeguarla a quello che le nuove generazioni vogliono, invece di rimanere bloccati in un modo di pensare che non esiste più?

Corrado Rustici

La musica che non puoi possedere

Da parte dell’artista c’è anche una certa gelosia, la paura che la sua musica venga trasformata in qualcosa che non gli piace…

Sì, ma la musica non è mai tua! Se sei bravo la lasci passare attraverso di te nel modo migliore, quella è una grande illusione… ma comunque penso che in realtà sia pigrizia da parte degli artisti. Ci sono i vari rami, come chi studia e poi – quando fa musica – si sente in qualche modo obbligato a far sapere alla gente che ha studiato, che è sbagliato, no? Perché tu studi solo per dare la possibilità a te stesso di esplorare quello che senti e poi metterlo in pratica, non di far vedere quanto hai studiato. 

Dall’altra parte ci sono quelli lì che, non suonando strumenti veri ma lavorando al computerino – come i giovani ambiziosi che citavo, che creano i loro looppettini – prendono musica già rifinita e masterizzata che suona da Dio e non potrà mai essere sfidata chiaramente da una registrazione live, si mettono lì con 20.000 bottoni e loop già fatti per creare al momento mettendo la voce di una persona molto ambiziosa che vuole diventare una celebrità. 

Quindi io credo che ci sia pigrizia, perché ormai è diventato tutto così facile, chi studia lo strumento crede di appartenere ad una élite ed è così fico che deve farlo vedere, qualcosa si è perso proprio… o forse non c’è mai stato, non ti so dire. Io vedo poche persone “illuminate” nella scena musicale.

Ci sono anche quelli che rivendicano la supremazia del genere musicale che suonano loro rispetto agli altri…

Una cosa bisognerebbe dire, e cioè che la verità è contesto-dipendente e nel bene o nel male i contesti sono infiniti, come sono diversi quelli musicali. Soprattutto per i più giovani è importante sottolineare che il jazz, il rock, il blues, sono tutti capitoli importanti che fanno parte della nostra storia, del nostro bagaglio culturale, e noi cresciamo sulle spalle di chi è venuto prima di noi. 

Ma rimanere bloccati su quello che è stato già fatto secondo me è un insulto alla musica e all’arte in generale, perché l’arte è invece l’opposto! Il punto di partenza è sempre ciò che è stato fatto dagli altri per poi però cercare di portarlo avanti e non di copiare e rinchiudersi in degli schemi.

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