Nel 1731, quando dalla bottega cremonese di Antonio Stradivari usciva il violino oggi noto come «Schneeberger», il maestro aveva intorno agli ottantasette anni. Quello che viene generalmente definito il periodo d’oro della produzione stradivariana era ormai alle spalle, o comunque nella sua fase conclusiva secondo le diverse periodizzazioni adottate dagli studiosi, e nella bottega lavoravano anche i figli Francesco e Omobono. Quasi tre secoli dopo, secondo l’attuale archivio Cozio di Tarisio, nel 2023 quello stesso violino ha cambiato proprietario attraverso Tarisio Private Sales ed è stato acquistato da un mecenate rimasto anonimo, che lo ha affidato in uso a lungo termine al violinista Arnaud Sussmann.
Fra quelle due date c’è una storia che merita di essere ricostruita con pazienza, perché racconta bene come possa attraversare i secoli uno strumento di questo livello. Lo «Schneeberger» non è rimasto chiuso in una teca: è passato di mano, è stato studiato, catalogato, certificato e soprattutto suonato. La sua biografia attraversa conservatori, orchestre, sale da concerto, collezioni private e alcuni dei capitoli più interessanti della storia violinistica fra Otto e Novecento.
Per chi ha fretta: 5 risposte sullo Stradivari «Schneeberger»
1. Che cos’è lo Stradivari «Schneeberger»?
È un violino costruito nella bottega di Antonio Stradivari a Cremona nel 1731. Prende il nome dal violinista svizzero Hansheinz Schneeberger, che lo possedette dal 1959 fino alla morte nel 2019.
2. È sempre stato considerato un violino del 1731?
La data sull’etichetta era stata alterata in passato in modo da far apparire il 1731 come 1721. Già gli Hill ritenevano più probabile il 1731; oggi la dendrocronologia ha individuato nella tavola un anello del 1725, rendendo incompatibile una costruzione nel 1721.
3. Chi lo possedette prima di Schneeberger?
La provenienza nota comprende Ernest-Eugène Altès, il passaggio attraverso commercianti come David Laurie e Carl Zach, Hugo Heermann e, secondo le ricostruzioni pubblicate da Tarisio, Jean-Jacques Mercier de Molin. Nel 1959 Pierre Gerber lo cedette a Hansheinz Schneeberger.
4. Schneeberger suonò questo Stradivari alla prima del Concerto n. 1 di Bartók?
No. La prima assoluta avvenne a Basilea il 30 maggio 1958, mentre Schneeberger acquistò lo Stradivari soltanto nel 1959. Il legame con Bartók riguarda quindi il violinista, non quello specifico strumento.
5. Chi lo suona oggi?
Arnaud Sussmann. Secondo l’attuale archivio Cozio, nel 2023 Tarisio Private Sales ha venduto il violino a un mecenate anonimo, che lo ha affidato al musicista in prestito a lungo termine.
Cremona, 1731: il legno racconta la prima parte della storia
Il primo documento non è una carta, è il legno. Un esame dendrocronologico eseguito da Peter Ratcliff nel 2022 ha datato gli anelli più recenti della tavola armonica al 1725 sul lato degli acuti e al 1722 su quello dei bassi. Un precedente studio del 2016 aveva individuato rispettivamente il 1725 e il 1721. La dendrocronologia stabilisce un termine cronologico prima del quale l’albero non può essere stato abbattuto e, di conseguenza, lo strumento non può essere stato costruito. Gli anelli più esterni originali possono infatti essere stati eliminati durante la lavorazione del legno, per cui l’analisi non permette di determinare direttamente né l’anno dell’abbattimento né quello della costruzione. I risultati sono però pienamente compatibili con un violino realizzato nel 1731.
Ed è qui che compare uno dei dettagli più curiosi dell’intera vicenda. Nei vecchi registri collegati a Caressa & Français viene descritto un violino Stradivari del 1731 nel quale la parte inferiore del numero 3 dell’etichetta sarebbe stata graffiata in modo da farla apparire come un 2, trasformando quindi visivamente il 1731 in 1721. Anche i fratelli Hill, nella loro monografia del 1902, osservavano che le cifre dell’etichetta dello strumento di Heermann erano state manomesse e ritenevano che la data più probabile fosse proprio il 1731. La dendrocronologia moderna rende incompatibile la data 1721: se nella tavola è presente un anello cresciuto nel 1725, il violino non può evidentemente essere stato costruito quattro anni prima.
L’esame ha trovato inoltre corrispondenze significative fra le sequenze degli anelli dello «Schneeberger» e quelle di altri strumenti di Stradivari: lo «Szekely» del 1718, il «Président» datato intorno al 1732, il «Lady Jeanne» del 1731 e il «Rode» del 1733, fra gli altri. Corrispondenze di questo tipo permettono di confrontare gli andamenti della crescita degli alberi e possono indicare legname sviluppatosi in condizioni climatiche e geografiche simili, senza dimostrare automaticamente che le tavole provengano dallo stesso albero.
Parigi, 1844: un ragazzo, Habeneck e l’orchestra dipinta da Degas
Del primo secolo di vita del violino non si conosce, allo stato attuale della documentazione, una provenienza continua. La prima traccia importante compare negli archivi legati alla casa parigina Caressa & Français, che associano lo strumento nel 1844 a Ernest-Eugène Altès. Nato a Parigi nel 1830, Altès aveva appena quattordici anni e dal 1843 studiava violino al Conservatorio con François-Antoine Habeneck. Proprio per la sua giovane età, uno studio dei registri commerciali ritiene probabile che l’acquirente materiale fosse stato suo padre, mentre lo strumento era destinato al giovane Ernest.
Non si trattava di un adolescente qualunque. Intorno ai dodici anni Altès aveva scritto un’aria con variazioni per violino e pianoforte che, mostrata ad Habeneck, contribuì al suo ingresso al Conservatorio. Dal 1845 entrò nell’orchestra dell’Opéra di Parigi; nel 1871 ne divenne direttore sostituto e, alla fine del 1879, assunse l’incarico di direttore principale, che mantenne fino al 1887.
C’è poi un dettaglio che lega indirettamente questo Stradivari a uno dei quadri più noti dell’Ottocento francese. Il fratello maggiore di Ernest, il flautista Joseph-Henri Altès, suonava nell’orchestra dell’Opéra ed è fra i musicisti rappresentati da Edgar Degas in L’Orchestre de l’Opéra, dipinto intorno al 1870 e oggi conservato al Musée d’Orsay. L’opera fu commissionata dal fagottista Désiré Dihau e raffigura l’orchestra della vecchia sala Le Peletier, distrutta da un incendio nel 1873. Degas, peraltro, non realizzò una fotografia pittorica della disposizione reale: modificò volutamente la posizione di alcuni strumentisti per costruire il ritratto collettivo intorno a Dihau.
L’attuale archivio Cozio segue Altès fino a circa il 1885 e registra quindi un passaggio attraverso il commerciante David Laurie. Nel 1889 il violino si trova a Vienna, dove viene venduto dal dealer Carl Zach. Non tutti i passaggi intermedi sono conosciuti in ogni dettaglio, ma a questo punto la provenienza comincia a diventare molto più continua.
Vienna e Francoforte: Hugo Heermann e il libro degli Hill
Nel 1889 il violino passa da Carl Zach a Hugo Heermann. Nato a Heilbronn nel 1844, Heermann aveva studiato al Conservatorio di Bruxelles con Lambert Joseph Meerts e approfondito la propria formazione anche nell’orbita di Joseph Joachim. Dal 1864 viveva a Francoforte, dove insegnò violino all’Hoch Konservatorium dal 1878 al 1904 e fu primo violino del Museums Quartett. Viene inoltre ricordato per avere presentato il Concerto per violino di Johannes Brahms nelle sue prime esecuzioni a Parigi, New York e in Australia. Fra il 1909 e il 1910 ebbe anche un breve rapporto con la Cincinnati Symphony Orchestra come concertmaster.
È durante il periodo Heermann che il violino entra definitivamente nella letteratura specialistica. Arthur Hill lo annotò più volte nei propri diari e, nella fondamentale monografia su Stradivari pubblicata nel 1902 da W. E. Hill & Sons, compare il riferimento allo strumento allora appartenente al violinista tedesco: «l’eccellente strumento di quell’illustre artista, Monsieur Heermann» (W. E. Hill & Sons). Gli Hill non potevano ancora stabilirne con assoluta certezza l’anno proprio perché le cifre dell’etichetta erano state alterate, ma indicavano il 1731 come data più probabile.
Di Heermann restano anche alcune registrazioni dei primi anni del disco, fra cui pagine della Partita in mi maggiore di Johann Sebastian Bach e il Notturno di Heinrich Wilhelm Ernst. Tarisio considera molto probabile che quelle incisioni siano state realizzate proprio con questo Stradivari, ma sottolinea correttamente che non esiste una prova definitiva. È quindi uno dei punti della storia in cui bisogna distinguere fra una ricostruzione altamente plausibile e un fatto documentato.
Le ricostruzioni pubblicate da Tarisio identificano l’acquirente del 1915 in Jean-Jacques Mercier de Molin, imprenditore e mecenate svizzero, oltre che violinista dilettante. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1932, lo strumento rimase per molti anni all’interno della famiglia, lontano dalla carriera professionale di un solista.
Losanna e Basilea: sessant’anni con Hansheinz Schneeberger
Nel 1959, attraverso il liutaio Pierre Gerber di Losanna, il violino arriva a Hansheinz Schneeberger, il musicista che gli avrebbe dato il nome con cui oggi è universalmente identificato. Nato a Berna nel 1926, Schneeberger aveva studiato con Walter Kägi, Carl Flesch e Boris Kamensky e, fra il 1958 e il 1961, fu primo violino di spalla dell’orchestra sinfonica della NDR ad Amburgo. Lo Stradivari sarebbe rimasto con lui per sessant’anni, fino alla morte del violinista nel 2019.
Il nome di Schneeberger è legato in maniera particolare alla musica del Novecento. Il 24 gennaio 1952, a Basilea, fu il solista della prima esecuzione del Concerto per violino di Frank Martin, con la Basler Kammerorchester diretta da Paul Sacher. Sei anni dopo, il 30 maggio 1958, sempre a Basilea e sempre con Sacher sul podio, tenne a battesimo il Concerto per violino n. 1 di Béla Bartók, scritto nel 1907-1908 per Stefi Geyer ma rimasto ineseguito nella sua forma completa durante la vita del compositore. Nel 1970 Schneeberger fu inoltre il solista della prima esecuzione di Tempora, concerto per violino e piccola orchestra di Klaus Huber, presentato a Winterthur.
Qui è però necessaria una precisazione importante: né la prima di Frank Martin né quella di Bartók furono eseguite sullo «Schneeberger». Il violinista acquistò infatti questo Stradivari soltanto nel 1959, un anno dopo la prima del concerto bartokiano e sette anni dopo quella di Martin. Il legame dello strumento con quei due eventi fondamentali è quindi biografico, attraverso il musicista che lo avrebbe posseduto per i successivi sessant’anni, non direttamente organologico.
Dal 1959 in avanti, invece, il violino accompagna una parte enorme dell’attività di Schneeberger. Tarisio parla di una discografia consistente realizzata su questo strumento, che comprende decenni di repertorio solistico e cameristico. Il violino del 1731 diventa così realmente parte della voce artistica del musicista svizzero e, proprio per la durata eccezionale di questo rapporto, finisce per prenderne il nome.
Certificati e dendrocronologia: costruire l’identità di un violino
Per uno strumento di quasi tre secoli, l’identità non dipende naturalmente da un solo documento. Lo «Schneeberger» è accompagnato da una stratificazione di certificati e analisi: un certificato Caressa & Français del 1908, quello di Pierre Gerber del 1959, un certificato Beare Violins del 2018 e quello Tarisio del 2024, oltre agli esami dendrocronologici del 2016 e del 2022. È l’incrocio fra provenienza, caratteristiche costruttive, certificazioni specialistiche e analisi scientifiche a costruire il dossier documentario dello strumento; la dendrocronologia, in particolare, ne verifica la coerenza cronologica, ma non costituisce da sola una prova di autenticità.
La scheda Cozio di Tarisio riporta per il violino una lunghezza del fondo di 35,7 centimetri, con larghezze di 16,7 centimetri nella parte superiore, 11,5 al centro e 20,7 in quella inferiore. Sono dati apparentemente freddi, ma costituiscono parte della vera carta d’identità dello strumento: non il mito generico di uno “Stradivari”, bensì un oggetto preciso, misurato, fotografato, documentato e confrontabile con il resto della produzione cremonese.
Dal collezionismo al prestito: lo «Schneeberger» oggi
Dopo la morte di Hansheinz Schneeberger nel 2019, il violino è rimasto per alcuni anni in proprietà privata. L’attuale archivio Cozio registra nel 2023 la vendita attraverso Tarisio Private Sales a un nuovo proprietario rimasto anonimo, che ha scelto di affidarlo in prestito a lungo termine ad Arnaud Sussmann. Il prezzo della transazione non è stato reso pubblico.
Sussmann, vincitore nel 2009 di un Avery Fisher Career Grant, è oggi direttore artistico della Chamber Music Society of Palm Beach, direttore artistico fondatore del Boscobel Chamber Music Festival, condirettore dell’International Program di Music@Menlo e docente alla Stony Brook University. Nella sua biografia ufficiale lo strumento compare semplicemente come uno Stradivari del 1731 concesso in prestito da un proprietario privato.
In una recente intervista Sussmann ha raccontato che il rapporto con il violino fu immediato: «Appena l’ho suonato, ho capito che c’era qualcosa di speciale» (Arnaud Sussmann). Il passaggio non fu comunque automatico: dopo diversi tentativi e un periodo di incertezza, l’intervento del mecenate e la mediazione di Tarisio permisero di trasformare quell’incontro in un prestito stabile.
È un modello piuttosto comune per gli strumenti antichi di massimo livello: la proprietà può restare a un privato o a una fondazione mentre l’utilizzo viene affidato a un musicista professionista. Non è corretto sostenere che suonare uno strumento antico sia di per sé una forma di conservazione; è vero però che un violino utilizzato professionalmente viene sottoposto con continuità a controlli, regolazioni e manutenzione specialistica, invece di essere considerato soltanto un oggetto da investimento o da esposizione.
Tre secoli, ma una storia ancora in corso
Messa in fila, la storia dello «Schneeberger» diventa più interessante proprio quando si separa la documentazione dalla leggenda. C’è un’etichetta alterata che la scienza aiuta a rimettere al suo posto, un ragazzo di quattordici anni destinato a dirigere l’Opéra di Parigi, un violino collegato indirettamente a un quadro di Degas, le registrazioni pionieristiche di Heermann, sessant’anni accanto a uno dei violinisti svizzeri più importanti del Novecento e infine un nuovo interprete che lo porta ancora oggi sul palcoscenico.
E c’è anche un dettaglio che vale forse più di molti racconti romantici sugli strumenti antichi: non tutto ciò che riguarda questo violino può essere dimostrato. Sulle registrazioni di Heermann resta una probabilità molto forte, sulla provenienza più antica rimangono alcuni vuoti e perfino i documenti commerciali non sempre coincidono perfettamente nelle date. È proprio riconoscendo questi margini d’incertezza che la storia dello «Schneeberger» diventa più credibile, e forse anche più affascinante.










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