Nel 1986 Pat Metheny si racconta sulle pagine di Chitarre: l’influenza decisiva di Ornette Coleman, l’album Song X con Charlie Haden e Jack DeJohnette, la melodia come bussola, un suono morbido nato da tocco leggero e mano sinistra forte, e l’amore per le accordature inconsuete. Un ritratto del chitarrista che ha reso il jazz trasversale.
Nel 1986 Metheny, star della chitarra jazz, cavalca l’onda del grande successo internazionale ottenuto con il suo Pat Metheny Group grazie a una chiave trasversale, un crossover verso atmosfere più accessibili a ogni tipo di pubblico. L’intervista pubblicata sul n.7 di Chitarre è dell’impareggiabile Gianfranco Diletti.
Quella che riesce a conquistare le platee più varie è musica di origine jazzistica caratterizzata fortemente dal fattore melodico, secondo una matrice che ha radici anche nell’amore per la musica di Ornette Coleman, con il quale Metheny realizza finalmente un intero album, Song X, con la presenza preziosa di Charlie Haden al contrabbasso e Jack De Johnette alla batteria.
Back to Jazz è il titolo dell’articolo, per rimarcare il ritorno a panorami più strettamente jazzistici, e in una lunga intervista il chitarrista non si fa pregare nel raccontare elementi preziosi della sua storia e del suo stile, entrando in particolari come i segreti del suo suono.
Ornette Coleman e l’album Song X
Da dove parte il tuo rapporto con Coleman?
Avrò avuto 11-12 anni quando trovai un suo disco in offerta nel negozietto di Lee’s Summit. Ascoltarlo e innamorarsene fu tutt’uno. Non ho mai fatto mistero della profonda influenza che Ornette ha avuto su di me e già nel primo disco inciso a mio nome, Bright Size Life, c’era il mio bravo tributo (“Round Trip/Broadway Blues”). Anche 80/81 era un omaggio a Coleman, per non parlare di Rejoicing, che oltre a quello omonimo contiene altri due brani ornettiani…
Song X è stato un lavoro veramente speciale, fantastico. Ornette ed io abbiamo passato circa tre settimane suonando ogni giorno per otto o nove ore, lavorando sulla musica e provando a stabilire un vocabolario su cui avremmo basato la registrazione, ci siamo accordati sui musicisti… In effetti, un ruolo determinante nella realizzazione dell’album l’ha avuto Charlie Haden, amico personale di entrambi: ha voluto veramente che lo facessimo.
La melodia come risorsa principale
La cosa che ti accomuna di più a Ornette è il modo di improvvisare, forse per voi non si tratta solo di tirar fuori delle frasi sugli accordi, o cose simili. Voi due raccontate delle storie.
Come ho detto più volte, suonare melodie è la mia risorsa principale, riuscire a creare melodie su qualsiasi serie di accordi. Per me la grandezza della musica di Ornette è proprio la sua profonda liricità e purezza melodica.
È questo l’insegnamento più importante che ho ricavato ascoltando i suoi dischi, sin dall’inizio.
Quand’ero un ragazzo, a quattordici anni o giù di lì, suonavo molto spesso con degli ottimi musicisti a Kansas City: quattro o cinque sere a settimana, brani di jazz. Beh, non si mettevano mai a studiare sui pezzi che suonavamo, si andava avanti intuitivamente e ognuno trovava la sua strada suonando e risuonando. È stata un’esperienza fondamentale.
Ancora oggi preferisco esercitarmi su brani. Ad esempio, prendo “Solar” di Miles Davis e lo suono a tempi differenti, con un metronomo che mi batte 2 o 4, lo suono in ogni tonalità, forzandomi di usare una sola corda o quattro o le ultime due…
Non ho mai avuto troppa voglia di mettermi a fare le scale su e giù per la tastiera!
Non ti sei mai fatto prendere la mano dalla velocità…
Te l’ho detto: essere musicale è il mio principio-guida, la velocità proprio non mi interessa. John McLaughlin, ad esempio… sia ben chiaro, è un chitarrista fantastico, lo amo… Ecco, però quando fa tutte quelle note mi piace molto meno. Ci sono molti musicisti, per carità, bravissimi, ma alle volte sembra che non sentano davvero tutto quello che suonano, lasciano andar via le dita. Con la chitarra è molto facile che accada… Con gli strumenti a fiato invece no: le note escono tutte da dentro.
Quali sono i tuoi chitarristi preferiti?
Wes Montgomery, è senz’altro il numero uno, poi Jim Hall. Kenny Burrell e Jimmy Raney. Mi piaceva anche Grant Green, le cose che suonava con gli organisti… anch’io a un certo punto ho suonato molto con gli organisti.
Mi ha sempre affascinato un suono che avesse qualità ‘vocali’.
I migliori chitarristi, Montgomery, Hall, ma anche George Benson, Pat Martino, Carlos Santana e il grande Jimi, hanno tutti un suono che mi fa pensare a qualcuno che canta.
Ci senti il ‘legato’ nei cantanti e anche negli strumenti a fiato. È difficile sentire lo ‘staccato’…
Il suono di Pat Metheny: tocco morbido e corde grosse
Come nasce il ‘tuo’ suono?
Do colpi trattenuti, molto soft. Suono con l’idea di ottenere qualcosa di morbido. Molto di quello che faccio nasce da colpi leggerissimi e un forte lavoro della mano sinistra…
Non mi piace suonare in una certa posizione, mi muovo su e giù per il manico. Uso corde di grossa misura e plettri sottili, più lo sono e meglio è. Il suono è più bello, quasi sempre…
Free jazz e fusion, le etichette che Metheny rifiuta
Come ti sei trovato a suonare free con Ornette? Non sono molti i chitarristi free. Hai avuto delle difficoltà?
A dire il vero non ho mai saputo veramente cosa significhi ‘free jazz’ esattamente. È un termine come fusion o be-bop, che a seconda dell’interlocutore ha diversi confini, e ognuno ha un diverso tipo d’idea di dove o quando… soprattutto ‘fusion’, poi, è un termine che odio, non sopporto che venga applicato alla mia musica. Nessun musicista usa quella parola, è un’invenzione dei non-musicisti.
Niente nella musica d’oggi è più fusione di stili del dixieland o di qualsiasi altro tipo di jazz. Per me Zawinul suona nello stesso spirito di Armstrong. È musica improvvisata di oggi. Naturalmente viviamo negli anni ottanta, l’età delle comunicazioni di massa, e la gente è influenzata da un sacco di cose. Per me l’idea è suonare musica, e ho sempre ritenuto che Ornette fosse uno degli improvvisatori più musicali sulla scena.
Sapete, avendo ascoltato la sua musica per molti anni e suonato tanti suoi pezzi, avendo collaborato con Charlie, che padroneggia alla perfezione le concezioni di Coleman, mi sono sentito abbastanza preparato per farlo. Riascoltando il disco adesso mi piacerebbe aver suonato un po’ meglio qua e la, ma tutto sommato sono soddisfatto.
Accordature inconsuete, il consiglio ai chitarristi
Ho ascoltato Di Meola, una settimana fa, e anche lui è molto preso da questa cosa: è una delle sue tecniche più recenti, la dispersione d’ottava… Cosa mi dici delle accordature?
Vivo un continuo processo di cambiamento delle accordature. Sulla mia dodici corde, ad esempio, non ci sono doppie corde accordate all’unisono o in ottave. Tendo a lavorare per quinte e quarte, e ad accordarle secondo suoni modali discendenti. Per questo preferisco le solid-body e in particolare le lbanez: le note reggono meglio, come negli armonici di “San Lorenzo”.
È una cosa che consiglio a tutti i chitarristi: non quella di usare accordature come le mie, naturalmente, ma studiare e sperimentare accordature inconsuete…
Per chi ha fretta: 5 cose da sapere su Pat Metheny
1. Chi ha influenzato di pixC3xB9 Pat Metheny?
Ornette Coleman: lo scopre a 11-12 anni e ne assorbe la lirica melodica, tributandolo gixC3xA0 in Bright Size Life, 80/81 e Rejoicing.
2. Che cos’xC3xA8 Song X?
L’album del 1986 inciso con Ornette Coleman, Charlie Haden al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria, nato da tre settimane di prove quotidiane.
3. Qual xC3xA8 il principio guida di Metheny?
La melodia, non la velocitxC3xA0: per lui creare melodie su qualsiasi giro di accordi conta pixC3xB9 di qualunque virtuosismo.
4. Come ottiene il suo suono morbido?
Colpi di plettro leggerissimi, forte lavoro della mano sinistra, corde di grossa misura e plettri sottili, spostandosi su tutto il manico.
5. Cosa consiglia ai chitarristi?
Studiare e sperimentare accordature inconsuete, lavorando per quinte e quarte invece di restare sull’accordatura standard.
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