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La grande bufala del CD contro il vinile

Esiste una diatriba da decenni che forse è destinata a perdurare per sempre, che cova ed esplode ciclicamente nei circoli di appassionati di musica e audiofili, alimentata negli ultimi anni dal deflaglare di un ritorno al passato, in vari campi, un po' modaiolo a volte: si sente meglio la musica in CD o in vinile?

Per quanto oramai, in epoca di streaming e file ad alta qualità, la domanda sia da considerare anacronistica, per cui la cambieremmo con “meglio il vinile, il CD o la musica liquida”, il punto è che da anni, purtroppo, gli ascoltatori di musica litigano svestendosi della loro vera passione e vestendo i panni di fisici teorici, matematici, ingegneri del suono molto poco de facto.
Senza contare i numerosi blogger che non avendo dimestichezza né con la passione né con la scienza, ripropongono garbugli di concetti rubati da forum e wikipedia, supportati da ben poca esperienza reale, articoli che poi per logiche di SEO e di condivisioni frettolose diventano, come si suol dire, “virali”. Ecco, ci vorrebbe anche il vaccino…

Mettiamo da subito le mani avanti, questo non sarà un articolo “da laboratorio”. Chi scrive, è un grande appassionato di musica in vinile. Il primo disco che ho comprato con i miei soldi da ragazzino era in vinile.
Allo stesso tempo, per motivi generazionali, ho vissuto molto più l’epoca del CD e ne conservo meravigliosi ricordi.

La grande bufala del CD contro il vinile

Photo by Hans DinkelbergCC BY 2.0

Come suddetto, esistono molti articoli in rete (spesso furbescamente aggiornati di data…) che vogliono sfatare il “mito” del vinile, ascrivendolo a una “bufala” che per qualche anno andrà di moda prima che apriremo le orecchie davvero e ci accorgeremo che l’ascolto non è così piacevole come pensiamo.

Ho sempre pensato che, pur descrivendo un fenomeno “bolla” che è in parte reale e portando alla luce fatti e dati spesso incontrovertibili, specialmente in ambito di fisica audio, questi articoli fallissero miseramente nella domanda iniziale.
Che non dovrebbe essere “è meglio il cd o il vinile?” come mero paragone audio,sempre e solo con l’occhio al “contenitore” e non al “contenuto”, ma… “perché oggi potremmo voler ancora ascoltare un disco in vinile?“.
Badate bene, non tutta la musica possibile in vinile (anche perché semplicemente non c’è), ma uno o più dischi specifici.

Con grande umiltà, tenterò di spiegarvi le mie ragioni.

La domanda

Come dicevo sopra, due tecnologie. Separate da tanti anni. Una vede una testina muoversi fisicamente tra dei solchi incisi (e tra la polvere se non si è accorti nella pulizia), l’altra decifrare con un laser i dati digitali trasferiti sul compact disc (si badi bene, è comunque una lettura di tipo meccanico e anch’essa sottoposta a eventuali problemi fisici che dovrebbero essere approfonditi, ma non in questa sede).
Tutte le info fisiche e matematiche che vi danno sono giuste. Il cd ha ampliato enormemente le possibilità dell’audio, su questo non ci piove. Così come Pro Tools (e tutte le DAW esistenti) ha ampliato quelle del recording rispetto ai costosissimi e degradabili nastri.
Grazie al cielo l’uomo e la scienza vanno avanti.

Allo stesso modo siamo passati dagli orribili mp3 trafugati dal Napster o eMule di turno a servizi streaming di alta qualità come Tidal, Qobuz e altri, nonché l’acquisto e il digital download di file non compressi (da WAV a FLAC ai DSD).
Deo gratias!!!

La grande bufala del CD contro il vinile

Quindi? Partita chiusa? Buttiamo via il vinile?
Beh, non così in fretta. Altrimenti dovrei ripagarvi del tempo che vi ho rubato a farvi leggere fin qui.

Dividiamo innanzitutto due ambiti: la musica prodotta durante l’era del vinile e quella prodotta nell’era del cd. Le due tecnologie hanno convissuto alla pari per pochi anni a cavallo degli ’80 e ’90, ma noi analizziamone gli estremi (di ben più lunga durata).

La musica “vecchia”

Il vinile aveva dei limiti. Questo è vero. Ma erano anche quei limiti a dettare il modo di produrre la musica.
La durata dei brani e del disco intero, ad esempio. Vi basti leggere la biografia di Miles Davis e il passo in cui lui dice chiaramente che l’avvento del 33 giri portò finalmente a poter esprimere anche su disco le lunghe improvvisazioni jazzistiche, anziché un tema e pochi secondi di assolo per ogni musicista (un cambiamento epocale!).

Ancora: il posizionamento dei brani, per cui i più importanti erano messi di solito nei primi solchi di lato A e B (o forse ancora meglio quelli centrali visto l’errore di tangenza della testina), perché gli ultimi erano riservati a brani con minore complessità dinamica.
Si narra che George Martin fosse terrorizzato dal dover mettere “A Day in the Life” come ultimo brano di Sgt. Pepper, con quell’ultimo enorme accordo suonato da più pianoforti, genere di paura ancor più intensa nei dischi di musica classica (alcuni difatti scorrono al contrario dal centro verso il bordo per avere il pieno orchestrale finale nei solchi con maggiore dinamica).

Miriadi di altre considerazioni si potrebbero fare (compreso il fatto che di certe band di nicchia magari non è mai stato ristampato niente in cd), ma il dato fondamentale è: quella musica è nata così anche perché doveva stare su quei supporti (nota: se ascoltassimo i nastri orginali con un lettore a bobine ovviamente ci renderemmo conto che le registrazioni avrebbero ancora di più da offrire, ma questa è un’altra storia).
Ne consegue un ragionamento assai semplice: se volete ascoltare la musica proprio come accadeva in origine, dovete ascoltarla sul suo supporto originale (se possibile non ristampato oggi, proprio un esemplare dell’epoca).

Vi anticipo la contestazione: “ok, ma se tanto la stessa musica l’hanno ristampata su cd, perché dovrei volerla ascoltare su vinile?“.

La grande bufala del CD contro il vinile

Il riversamento su cd non sempre viene fatto dai nastri originali (che, ricordiamolo, sono di materiale soggetto a degradazione nel tempo e nell’uso, quindi comunque non saranno “freschi” come 40 o 50 anni fa). Anche perché oggi siamo arrivati in molti casi all’ennesima ristampa della ristampa della ristampa…
E non è detto che venga fatto dall’etichetta discografica originale, se ancora esiste…

La vecchia musica viene di solito rimasterizzata prima di metterla su cd (qualche volta persino remixata).
Raramente sono i tecnici originali a farlo (e non è detto che il loro orecchio sia ancora lo stesso), men che meno i musicisti, tranne qualche eccezione come nel caso di alcune recenti ristampe dei Led Zeppelin rielaborate sotto il radar di Jimmy Page (ma a dire il vero criticate dai fan di vecchia data).
Sono casi rari e non è neanche detto che vi piaceranno, se avete l’orecchio al sound “classico”.

Il grosso rischio, comunque, è che la musica nata con certi limiti, se immessa in canali senza più quei limiti e rimaneggiata, possa essere gestita senza controllo e alcuna logica artistica. Quindi si fanno suonare le canzoni “di più”, il che non significa “meglio”!

Si rischia innanzitutto di venir meno a talune scelte artistiche. La voce di di David Bowie nell’album di Ziggy Stardust vi potrà sembrare migliore, più “fuori”, in talune canzoni dopo un remaster odierno. Ma si sa che Bowie chiese espressamente al fonico (litigandoci!) di tenere dentro la voce in alcuni brani… quindi che si fa?
Diamo una mano di verde sulla Gioconda perché ci pare un po’ smorto il paesaggio?

N.B. Queste cose comunque accadono su tutte le ristampe moderne, assai spesso anche su quelle in vinile, quindi occhio… anzi, orecchio!

A questo di suonare “di più” (o diverso) ci sono comunque delle eccezioni. Avete mai sentito parlare delle “Kangaroo Cut“? Non credo che molti di voi conoscano il termine, io stesso l’ho imparato grazie a un interessante video di un grandissimo esperto.
Kangaroo Cut è termine che indicava una lacca di riferimento o un test pressing (copie che venivano usate per verificare la qualità di stampa) che causava dei salti della testina.
Ebbene, durante i primi decenni del vinile, gli ingegneri del suono (anche i più famosi come Rudy Van Gelder) non avevano certo in mente di produrre dischi per “audiofili”, tutt’altro, dovevano considerare quelli che erano i mezzi di riproduzione dell’epoca, che non erano né così tanti come oggi, né così sviluppati sonicamente se parliamo della primissima era.
Questo significava spesso dover tagliare una parte di basse frequenze, comprimere la dinamica e dare dei piccoli boost in zone dove psicoacusticamente si poteva rilivellare la situazione.

Per cui, le Kangaroo Cut non erano necessariamente malfatte, semplicemente non corrispondevano ai criteri dei mezzi di produzione dell’epoca. Per lo stesso motivo, potreste incontrare stampe degli anni ’60 particolarmente brillanti sulle alte frequenze e scariche di bassi.
Tenetene conto quando valutate un disco in vinile “vintage”, prima di farvi un’idea generale sbagliata del supporto stesso, e anche quando ascoltate una reissue, se suona maggiormente “piena” non vuol dire per forza che il tecnico ha stravolto il lavoro del fonico originale, al giorno d’oggi è magari riuscito a fare ciò che quest’ultimo non poté realizzare, cioé tenersi il più vicino possibile al suono dei Master Tape (sebbene vi ricordo ancora una volta che parliamo di nastri con 30/40/50 anni e più sulle spalle, spesso restaurati, e non “freschi” come al momento dell’incisione).

I dischi di oggi

E qui si apre un capitolo davvero rognoso.
Oggi, tranne casi di reissue totalmente analogiche molto costose come MoFi, Analogue Productions, Classic Records, Speakers Corner, Pure Pleasure, Impex, ORG e altre (costi a partire dai 30 fino anche a più di un centinaio di euro, ma detto tra noi, valgono ogni euro speso!), quel mondo produttivo è sparito.
Non abbiamo più le fabbriche di una volta (mentre i macchinari sono spesso “quelli vecchi”, restaurati). Non abbiamo più il personale specializzato di una volta. Non abbiamo più il materiale vinilico di una volta (per inciso, la corsa al risparmio inizia già a far capolino negli anni ’70, con non così rari episodi di scarti vinilici rilavorati).
Controllo qualità? Un caro ricordo…

Di sicuro, ben poca (nessuna?) musica viene prodotta con l’intento primario di finire su vinile. Gli studi, giustamente direi, sfruttano tutte le potenzialità che oggi hanno a disposizione e certo non si chiudono in estremi audio che si sono dilatati oramai fortemente. Spesso ne hanno abusato (loudness war), ma in generale c’è di che lavorar davvero bene, anzi meglio, al giorno d’oggi.

Ma un vinile prodotto da un mix digitale, è diabolico?

Sulle cose più datate, benché sia sempre bene prediligere la tecnologia originale e una vecchia e buona stampa, il riversamento dell’analogico in digitale non è per forza “il male” anche se ristampato poi a sua volta su vinile.
Se tutta la catena produttiva si avvale di tecnici all’altezza, parliamo comunque di conversioni pari a svariate volte la qualità audio di un cd (sperando che si parta da nastri ben conservati, restaurabili e con il minimo di intervento invasivo via software… io sono uno di quelli che “se il fruscio di fondo c’era, va lasciato lì“).

Al contrario, occhio a chi invece non ha possibilità di attingere alle sorgenti analogiche originali e compie lavori a dir poco discutibili, lavorando una fonte digitale presa chissà dove (se non proprio da un cd…). Negli ultimi anni sono fioccate pseudo-etichette russe, spagnole o altro (pure italiane) e la cosa deprimente è che le ritroviamo sugli scaffali di tanti centri commerciali a prezzi bassi per attirare, perdonatemi, i “gonzi”.
In tal caso, vale eccome la frase “ascoltare un cd stampato sul vinile” (previa manipolazione con vari software, non ovviamente in maniera diretta, non sarebbe possibile), per cui… risparmiate i soldi.

Tutto sta a informarsi bene su chi produce e come produce. Niente di più di ciò che si faceva una volta, in effetti (quando ancora ci si interessava di leggere i credits sugli album…), solo che oggi la statistica non è certo a favore dei vinilisti (o vinilomani?).

Tendenzialmente le operazioni cruciali per produrre un vinile di qualità sono mastering, cutting e stampa (ho fatto una semplificazione). Dovreste sapere un po’ su tutte le fasi. Lo so, non è facile.
Un buon metodo è frequentare i gruppi di discussione tra appassionati (ad esempio lo Steve Hoffman forum), ma con le dovute cautele, visto che oramai la “parificazione” dei social ha messo sullo stesso piano veri esperti e mediocri improvvisati, in ogni campo.
Spesso quando esce un nuovo disco o una riedizione, scattano i pareri degli appassionati.
Ci sono poi anche alcuni siti/riviste di settore, mi vengono in mente ad esempio Analog Planet e Stereophile.

Ma non voglio divagare, questo non è un articolo per insegnarvi a comprare i vinili (mi ci vorrebbe una rubrica intera).

La grande bufala del CD contro il vinile

Amoeba Records, se vi trovaste dalle parti di Hollywood non perdetevelo…

La (mia) risposta

Se vi fidate di me almeno per fare una prova, date una chance al vinile, partendo dai vecchi dischi.
Si ma quali?
No, non intendo solo quali titoli, intendo proprio quali vinili, fisicamente. Cioé, quali stampe.
Sappiate che tra una stampa e un’altra ci può passare in mezzo il mare. Quali differenze da tenere di conto? Paese di stampa, edizione/anno, etichetta, condizioni…

Un cd (o un file audio) è quasi sempre uguale a sé stesso (escluse eventuali differenze di remaster/remix o la risoluzione in caso di file digitali).
Un cd, tolti i casi di danni fisici accidentali, non perde nulla nel tempo.
Un cd ristampato, se non ha avuto rimaneggiamenti, sarà uguale all’originale e al 99,99% esente da difetti casuali di fabbrica.
Tutte queste cose, sotto molti punti di vista, danno una grande sensazione di sicurezza e unite a tutte le restanti possibilità del “contenitore” sono state una conquista tecnologica.

Badate bene, ora avrò schiere di puntigliosi audiofili contro, perché anche nel mondo dei cd ci sono edizioni diverse, formati migliori (SACD) e tante variabili. Sono d’accordo, tuttavia niente si avvicina minimamente alla complessità del mondo del vinile, in cui nello stesso anno il medesimo disco stampato in Inghilterra, in Germania, in Italia, in USA, ecc. poteva avere sostanziali differenze sonore date da fonti, processi e materiali diversi.
Un appassionato medio può avere due o tre (o molte di più) stampe diverse del suo disco preferito, per motivi ben udibili (non solo sfumature!).

La grande bufala del CD contro il vinile

Discogs è attualmente la piattaforma più usata al mondo per catalogare cd e vinili

Per cui ascoltare un vinile prima stampa UK di una band inglese e una ristampa di qualche anno dopo (o addirittura dello stesso periodo) di un altro Paese, potrebbe essere differente come il giorno e la notte per il vostro godimento sonoro.

Questo è un altro fattore che erode, annacqua la domanda “si sente meglio il cd o il vinile?“.
Certo, possiamo confrontare tutti quei casi in cui cd e vinile sono usciti insieme, ma è ovvio che questo tira via dall’equazione tutta quella musica prodotta prima degli anni ’80.

Il guru dell’audio Michael Fremer (AnalogPlanet, Stereophile) analizza i codici sui vinili e confronta esemplari dello stesso anno ma prodotti in stabilimenti diversi da etichette differenti, con chiare differenze all’ascolto

Altra variabile in gioco: ma come lo ascolti?
Ecco come tante persone ascoltavano il vinile anni or sono e ancora oggi lo ascoltano: impianti economici e non calibrati, testine consumate e/o economiche, messa in dima delle stesse più che fantasiosa, vinili sporchi e di edizioni acquistate a caso. E ce ne sarebbe da dire, mi fermo al macroscopico.

Se non lo avete graffiato con una chiave, un cd lo mettete nel lettore di un computer, collegate anche solo delle cuffie da 30 euro e, tutto sommato, ve lo godete decentemente (al di là della bassa o alta qualità di riproduzione intendo che non salta, non distorce, non suona come un fritto misto…). Anche se siete dei neofiti, non dovete regolare granché, premete play e la “fatica” è finita.

Il disco in vinile manco per idea…. Solo per calibrare il giradischi vi serviranno pomeriggi di studio, a seconda della complessità, e 1mm o 0,10 grammi sono valori che vi cambieranno la vita!
La vostra “valigetta di tool e accessori” traboccherà di strumenti per le regolazioni.

Vi diranno che c’è un profondo fascino nel sentire scricchiolare un vinile. Beh, qualche volta ce l’ha, se magari mettete un vecchio blues. Ma non siamo certo masochisti e se sono silenziosi, per quanto possibile su un disco che magari ha 50 anni sulle spalle (quanti oggetti avete in casa della stessa età che ancora funzionano?), siamo più contenti.
Il disco in vinile nuovo o ben conservato non fa rumore (esclusi difetti di fabbricazione). Certo, ha pur sempre una maggiore incidenza di noise meccanico, che comunque può essere tenuto abbastanza lontano dall’udibile se si fanno i passi adeguati e non si ascolta con il massimo dell’economia.

Il vinile va scelto, pulito, trattato con cura e ascoltato con un sistema che abbia un minimo di dignità, dove “minimo” non corrisponde a niente che trovate nelle grandi catene di elettrodomestici e “hi-fi” dei centri commerciali (virgolette non casuali…).
Non entro nelle spiegazioni tecniche, ma se non siete pronti a dedicarvi anima e corpo (e portafoglio!) a un impegno consistente, fate dietrofront dai negozi di dischi e restate belli sicuri attraccati al porto di cd e streaming. Perché altrimenti, odierete quel mondo.
O vi ritroverete anche voi a scrivere boutade su internet…

Insomma, se volete valutare una bici da corsa su un percorso sterrato, ma compratevi una bella mountain bike no?! Oppure…

La grande bufala del CD contro il vinile

Facciamo un esempio. Io e “Tizio” abbiamo lo stesso disco in vinile, ma due impianti diversi, due padronanze diverse degli strumenti, io lavo i dischi e lui no, io ho un’edizione pregiata lui una ristampa economica… o magari abbiamo lo stesso disco, ma la sua testina “non ce la fa“…
Quindi se un giorno ascolterete un vinile da lui e vi farà schifo, magari non è colpa del formato in sé.

Come vedete non vi sto riempiendo di dati, perché l’ho premesso all’inizio: alle mie spalle c’è un mobile di vinili, ma ne ho anche uno di cd. Sono fratelli, si amano e probabilmente ridono delle nostre facezie.
Se eravate interessati a calcoli di bit e kHz, range dinamici, forme d’onda, approfondimenti su RIIA o altro, sono tutte cose interessanti ma avete sbagliato articolo, non è questo il punto!

Il punto è stabilire la bellezza di un’esperienza, che non è solo la mera risoluzione con cui ascoltate un brano.
Io penso che la produzione musicale celi in sè il segno dei tempi, le necessità e le velleità artistiche del momento e tutta una serie di aspetti per cui ogni cosa ha la sua logica. Potrei parlarvi ancora degli artwork, della totale incomprensione che circola sulle più alte grammature dei vinili (oh, mon dieu…) e di molto altro.

Su un disco in vinile ci deve essere una musica ben finalizzata per quel supporto, conoscendone le fonti e i tecnici che ci hanno messo le mani, altrimenti non ha senso. Ricordatevi che la spazzatura resta tale anche se il sacco che la contiene è di seta pregiata…
Potrei prendervi dei cd rimasterizzati coi piedi e metterli al confronto con dischi in vinile che li fanno a pezzetti, ma perché? Per dimostrare cosa se non che quello specifico cd e quello specifico vinile sono diversi?
Mi ripeto, contenitore e contenuto sono due cose estremamente differenti e la capienza del primo o non implica per forza la bontà del secondo. Come anche un disco in vinile non vuol dire per forza un “suono più caldo” o altre parole a vanvera interpretabili a piacimento.

Quando però tutti i pezzi del puzzle quadrano, non si può resistere a ciò che se ne sprigiona fuori con forza dirompente. Invito tutti almeno una volta nella vita, senza dover rinnegare poi qualsiasi altro supporto, ad assistere a una riproduzione del vinile fatta con mezzi e conoscenze di qualità elevata, ne resterete stupefatti ci metto entrambe le mani sul fuoco.

Ha senso produrne oggi per quanto riguarda le nuove release? Sta anche al cuore dell’artista, benché sia rattristato da come molti stiano approfittando e lucrando su chi, un po’ ingenuotto, vuol far parte di un mondo ma non sa ascoltare.
Certo, per i rari casi in cui sia registra tutto in analogico, a mio parere fare una versione su vinile male non fa (anzi, direi che è obbligatoria).
Però, con un bel mastering e un processo di produzione azzeccato, io sfido chiunque a dire che a prescindere dalla natura digitale/analogica della fonte un disco in vinile non possa suonare in maniera non solo accettabile, ma assolutamente eccezionale, se però il mezzo di riproduzione consente di tirar fuori dai solchi tutto o gran parte dell’inciso.

La grande bufala del CD contro il vinile

Chiamatelo fascino o chiamatelo suono, calcolatelo se volete (ma davvero non avete di meglio da fare?). Qui non si deve per forza cercare o il romanticismo o la fredda scienza, bianco o nero.
Come i bravi divulgatori, dobbiamo portare entrambe le cose nel nostro bagaglio, alla ricerca della migliore esperienza emozionale della musica che amiamo.

Io personalmente non ho alcun dubbio nelle mie scelte, che compio di volta in volta, disco dopo disco.
Questo mondo fatto di continue opposizioni è una cortina fumogena che annebbia le nostre capacità di giudizio, l’essere “contro” è solo un’occasione per perdersi l’altra metà del cielo, in ogni singola cosa.

Se devo spezzare una lancia a favore dei solchi, ciò che considero l’aspetto più importante è che l’esperienza del vinile obbliga un pelo di più a taluni comportamenti oramai perduti: nessun ascolto random, difficilmente sarà un sentire di sottofondo ma, anzi, meditativo, ci sarà tutta quella delicata (si spera) gestualità che pretende l’oggetto e che ci riabitua un po’ a prenderci cura di una materia che contiene dell’Arte e non le mele del mercato.
Sono cose che andrebbero riscoperte, a prescindere da tutto.

Buoni ascolti, in qualunque formato!