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Gretsch, la bottega di Brooklyn che ha dato voce al rockabilly

Dai tamburi per le bande di Brooklyn alle hollow body di Chet Atkins e dei Beatles: la storia di Gretsch, un marchio che ha un suono prima ancora di un logo.

Nel 1883 un ventisettenne immigrato dalla Germania, Friedrich Gretsch, apre una piccola bottega al 128 di Middleton Street, a Brooklyn. Qui costruisce banjo, tamburelli e tamburi, destinati anche alle bande musicali che animano le parate di New York. È l’inizio di un’attività che, nel giro di alcuni decenni, diventerà uno dei nomi più riconoscibili dell’industria degli strumenti musicali. Eppure, a rendere celebre quel cognome presso generazioni di chitarristi sarà soprattutto un timbro particolare: brillante, definito, ricco di attacco e con quella caratteristica risposta che ancora oggi associamo al rockabilly.

La storia di Gretsch è quella di un’azienda capace di costruire una propria identità sonora prima ancora che estetica. Ma è anche la storia, piuttosto singolare nel settore degli strumenti musicali, di una famiglia che perde il controllo della propria attività, assiste al suo progressivo declino e riesce infine a riportarla a casa. Una vicenda nella quale si intrecciano imprenditoria, musicisti, intuizioni tecniche e alcune delle chitarre elettriche più riconoscibili del Novecento. Senza dimenticare le batterie: perché, prima di conquistare il rock’n’roll, Gretsch aveva già lasciato un segno importante nella storia del jazz.

Per chi ha fretta: 5 risposte sulla storia di Gretsch

1. Quando è nata Gretsch?
Nel 1883 a Brooklyn, quando Friedrich Gretsch, immigrato tedesco di 27 anni, aprì una bottega specializzata in banjo, tamburelli e tamburi. Le prime chitarre marchiate Gretsch risalgono al 1926, mentre la prima elettrica, denominata Electromatic, arriva nel 1939.

2. Che cos’è il “Gretsch sound”?
È un’identità sonora associata, nelle chitarre, a brillantezza, definizione e attacco, che nasce dall’interazione fra costruzioni hollow body o camerate e pickup come DynaSonic e Filter’Tron. L’espressione “That Great Gretsch Sound” appartiene anche alla lunga tradizione delle batterie Gretsch.

3. Chi ha progettato il Filter’Tron?
Ray Butts, tecnico e progettista elettronico vicino a Chet Atkins. Presentato nel 1957, è uno dei primi pickup humbucker prodotti commercialmente e unisce la riduzione del ronzio elettrico a una risposta generalmente brillante e articolata.

4. Che cosa c’entra Gretsch con la Telecaster?
Nel 1951 Gretsch contestò a Fender il nome Broadcaster, troppo simile a quello della propria linea di batterie Broadkaster. Fender abbandonò la denominazione, passando attraverso la breve fase delle cosiddette Nocaster prima di adottare il nome Telecaster. Nel 2002 le due aziende raggiunsero un accordo per la gestione delle chitarre Gretsch.

5. Chi possiede oggi Gretsch?
Il marchio appartiene alla famiglia Gretsch, che ne ha recuperato la proprietà attraverso Fred W. e Dinah Gretsch, con accordi conclusi nell’autunno 1984 e passaggio operativo all’inizio del 1985. Fender gestisce lo sviluppo, la produzione e la distribuzione delle chitarre in base a un accordo di licenza, mentre dal 2024 la divisione batterie è affidata a GEWA Music per produzione, commercializzazione e distribuzione mondiale.

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Una famiglia di tamburi prima che di chitarre

Friedrich muore nel 1895, a trentanove anni. L’attività passa alla moglie Rosa e al figlio Fred Gretsch Sr., appena quindicenne. Invece di cedere l’azienda, la famiglia decide di proseguire, e il giovane Fred dimostra notevoli capacità imprenditoriali. Comprende l’importanza della distribuzione, amplia il catalogo e accompagna la crescita del mercato americano degli strumenti musicali. Nel giro di vent’anni l’azienda occupa diversi edifici di Brooklyn, fino all’apertura, nel 1916, del grande stabilimento di dieci piani al 60 di Broadway, nel quartiere di Williamsburg, destinato a diventare il centro della produzione Gretsch per molti decenni.

Per molto tempo Gretsch è conosciuta soprattutto per le batterie e gli strumenti a percussione. Le prime chitarre commercializzate con il marchio Gretsch risalgono al 1926, mentre nel 1939 compare la prima elettrica, denominata Electromatic. La produzione chitarristica cresce progressivamente, ma il catalogo comprende già migliaia di articoli, fra strumenti a fiato, banjo, chitarre e percussioni.

Una parte importante della reputazione dell’azienda nasce dalla costruzione dei fusti per batteria. Gretsch sperimenta precocemente tecniche di laminazione del legno, sviluppando soluzioni che consentono di ottenere fusti relativamente sottili, resistenti e privi dei tradizionali anelli interni di rinforzo. È una strada che contribuisce all’identità delle batterie Broadkaster, introdotte nel 1935 e divenute un riferimento per molti musicisti dell’epoca. La loro costruzione a tre strati, con acero e pioppo, è uno degli elementi recuperati nelle moderne riedizioni.

Proprio nel mondo delle batterie si consolida l’espressione “That Great Gretsch Sound”, destinata a identificare l’intero marchio. Non si tratta, quindi, di uno slogan nato esclusivamente per le chitarre. La storia batteristica di Gretsch attraversa lo swing, il bebop e il jazz moderno, con strumenti utilizzati da musicisti come Max Roach, Art Blakey, Elvin Jones, “Philly” Joe Jones e, successivamente, Tony Williams. Nel 1960 quattro di questi protagonisti, Blakey, Elvin Jones, Joe Jones e Charlie Persip, partecipano alla celebre Gretsch Drum Night at Birdland, testimonianza discografica del rapporto fra il marchio e il jazz americano. Negli anni successivi le batterie Gretsch saranno associate anche a nomi molto lontani da quel mondo, da Charlie Watts a Phil Collins.

Nel 2023, per celebrare il 140° anniversario dell’azienda, Gretsch Drums ha realizzato The Round Badge Stories, un documentario di circa 42 minuti narrato da Vinnie Colaiuta. Il film ricostruisce la storia della divisione batterie attraverso le testimonianze della famiglia Gretsch, di musicisti e di protagonisti dell’industria degli strumenti musicali, mostrando anche quanto sia articolato il concetto di “Gretsch sound”.

The Round Badge Stories: il documentario Gretsch Drums, pubblicato in occasione del 140° anniversario del marchio.

Fred Sr. guida l’azienda per quasi mezzo secolo, fino al pensionamento nel 1942. Nel frattempo, nel 1935, entra in ditta un diciannovenne destinato ad avere un ruolo importante nella storia del marchio: Charles “Duke” Kramer. Sassofonista attivo nei locali di Chicago, viene assunto da Bill Gretsch nell’ufficio di distribuzione cittadino, inizialmente per occuparsi della manutenzione e della pulizia degli strumenti a fiato. Negli anni successivi passa attraverso numerosi incarichi, dalle vendite alla gestione aziendale, diventando un punto di riferimento per i rapporti con rivenditori e musicisti. Rimarrà legato a Gretsch per settant’anni, fino alla morte nel 2005.

Il dopoguerra e la scommessa sulla chitarra elettrica

La Seconda guerra mondiale impone una battuta d’arresto all’industria degli strumenti musicali americana. Le restrizioni sull’impiego dei materiali, in particolare dei metalli, e la riconversione industriale condizionano pesantemente la produzione. Fred Gretsch Jr., che nel 1942 aveva assunto la presidenza dell’azienda, entra nella Marina militare statunitense, lasciando la direzione al fratello William, detto Bill. Quest’ultimo rimane alla guida fino alla morte prematura, nel 1948, quando Fred Jr. torna alla presidenza e avvia una nuova fase di sviluppo.

Il mercato sta cambiando e la chitarra elettrica assume un’importanza crescente. Fred Jr., Duke Kramer e Jimmie Webster, chitarrista, dimostratore e figura centrale nello sviluppo e nella promozione degli strumenti Gretsch, lavorano per dare al marchio una personalità riconoscibile. Il passaggio decisivo arriva nel 1954 con Chet Atkins, già affermato chitarrista country e protagonista della scena musicale di Nashville. Webster svolge un ruolo determinante nell’avvicinarlo all’azienda e il 6 luglio 1954 viene formalizzato l’accordo di collaborazione.

Atkins, però, non si limita a prestare il proprio nome a una chitarra. Quando riceve i primi prototipi dello strumento destinato a diventare la 6120, chiede l’adozione di un ponte e di un capotasto metallici, con l’obiettivo di migliorare il sustain, e la sostituzione della vistosa cordiera decorata in stile western con un vibrato Bigsby. Il chitarrista, più interessato alla funzionalità che agli ornamenti, contribuisce così allo sviluppo di uno strumento capace di rispondere alle esigenze di un professionista. La 6120 entra nella produzione regolare nel 1955, inaugurando una collaborazione destinata a proseguire per decenni.

Proprio mentre Gretsch cerca di affermarsi nel mercato delle elettriche, arriva una curiosa controversia con Fender. Nel febbraio del 1951 l’azienda contesta l’utilizzo del nome Broadcaster, scelto da Fender per la sua nuova chitarra a corpo pieno, perché troppo simile a Broadkaster, già utilizzato da Gretsch per le batterie. Fender decide di abbandonare la denominazione e, per un breve periodo, elimina la scritta Broadcaster dalle decalcomanie delle palette, lasciando soltanto il proprio marchio. Questi esemplari saranno successivamente soprannominati “Nocaster”. La chitarra assumerà poi il nome definitivo di Telecaster, una denominazione legata all’intuizione commerciale di Don Randall. A oltre mezzo secolo di distanza, le due aziende finiranno per diventare partner commerciali.

Un video dedicato alla storia di Gretsch permette di ripercorrere questa evoluzione attraverso le testimonianze di artisti come Duane Eddy, Brian Setzer, Billy Duffy e Reverend Horton Heat, mostrando come strumenti nati in un determinato contesto musicale siano stati reinterpretati da generazioni successive.

History of Gretsch: la storia del marchio attraverso gli strumenti e i musicisti che ne hanno definito l’identità.

Duo Jet, White Falcon e 6120: nascono le Gretsch leggendarie

Fra il 1953 e la seconda metà degli anni Cinquanta prende forma una parte fondamentale dell’identità Gretsch. La Duo Jet del 1953 viene commercialmente presentata come una solid body, ma il suo corpo presenta ampie camere interne ricavate nel legno. È una soluzione costruttiva che la distingue dalle chitarre a corpo completamente pieno e che contribuisce al suo comportamento meccanico e acustico. Le Jet inaugurano una famiglia di strumenti destinata a rimanere importante anche per chitarristi molto lontani dal rockabilly.

Nel luglio del 1954 Jimmie Webster presenta al NAMM la spettacolare White Falcon, inizialmente concepita soprattutto come strumento dimostrativo: bianca, impreziosita da dettagli dorati e rifiniture elaborate. L’interesse suscitato fra rivenditori e distributori convince Gretsch a inserirla nel catalogo del 1955. Era stata progettata per attirare gli sguardi, ma si trasforma in un modello destinato alla produzione regolare. Un’operazione che ricorda da vicino il mondo delle automobili americane dell’epoca, con i loro prototipi da salone, le cromature e la ricerca di un’estetica immediatamente riconoscibile.

Nello stesso periodo arriva nei negozi anche la 6120 Chet Atkins Hollow Body, caratterizzata dalla finitura arancione e dai richiami estetici al mondo western, tra i quali la celebre G marchiata sulla tavola armonica dei primi esemplari. Accanto a questi modelli si afferma la Country Club, evoluzione della precedente Electro II, mentre nel 1957 viene presentata la Country Gentleman, altra chitarra sviluppata in collaborazione con Atkins. Col passare degli anni, Gretsch abbandonerà progressivamente alcuni degli ornamenti western più vistosi, privilegiando un’estetica differente ma altrettanto personale.

Che cosa rende riconoscibile il suono Gretsch?

Parlare di un unico suono Gretsch sarebbe una semplificazione. Le differenze fra una grande hollow body, una Jet camerata e una moderna chitarra con blocco centrale sono significative. Esistono però alcune caratteristiche ricorrenti, legate all’attacco delle note, alla definizione e al rapporto fra risonanza acustica ed elettronica, che spiegano perché il marchio abbia conservato un’identità così precisa.

Il primo elemento è la costruzione. Nelle hollow body le casse cave, spesso realizzate in legno laminato, e i sistemi di rinforzo interni contribuiscono a determinare una risposta diversa da quella delle tradizionali solid body. L’attacco può risultare particolarmente vivace, mentre il comportamento delle tavole e della cavità interna influisce sull’interazione fra corde, pickup e amplificatore. A volumi elevati aumenta anche la possibilità che si inneschi il feedback acustico, soprattutto con distorsioni importanti. Non va confuso con la microfonicità dei pickup, che è un fenomeno differente e riguarda la sensibilità di alcuni componenti del pickup alle vibrazioni meccaniche.

Gretsch affronta questo problema già alla fine degli anni Cinquanta. Fra le soluzioni più caratteristiche c’è il trestle bracing, introdotto nel 1958: una struttura di rinforzo interna che collega e sostiene parti della cassa, riducendo la libertà di vibrazione di determinate zone della tavola armonica e contribuendo a migliorare il controllo del feedback. Lo sviluppo nasce anche dalle richieste di Chet Atkins, che desiderava maggiore sustain e una risposta più prevedibile nell’utilizzo amplificato. È un dettaglio importante perché dimostra quanto il comportamento di una Gretsch dipenda dalla progettazione della cassa, e non soltanto dai pickup.

Il secondo elemento fondamentale è rappresentato dall’elettronica. Molte Gretsch degli anni Cinquanta montano i single coil DeArmond DynaSonic, apprezzati per attacco, definizione e risposta sulle basse frequenze. Nel 1957 viene presentato il Filter’Tron, sviluppato da Ray Butts, tecnico ed elettronico già noto per aver realizzato l’amplificatore EchoSonic utilizzato da Chet Atkins. Il progetto impiega due bobine con polarità magnetiche e collegamenti elettrici organizzati per attenuare il ronzio senza cancellare il segnale prodotto dalle corde. È uno dei primi pickup humbucker ad arrivare sul mercato, contemporaneamente allo sviluppo dei celebri humbucker Gibson progettati da Seth Lover.

Il Filter’Tron viene associato a una risposta generalmente più brillante, asciutta e definita rispetto a quella di molti humbucker tradizionali, pur mantenendo una buona corposità. Le sue caratteristiche dipendono dalla particolare geometria delle bobine, dal circuito magnetico e dall’interazione con il resto dello strumento. Non bisogna però pensare che tutti i Filter’Tron siano identici: nel tempo Gretsch ha sviluppato versioni differenti, così come altri produttori hanno realizzato reinterpretazioni del progetto originale.

Accanto ai DynaSonic e ai Filter’Tron, Gretsch ha utilizzato anche pickup come gli HiLo’Tron, single coil introdotti alla fine degli anni Cinquanta, e, in epoca più recente, le famiglie Full’Tron e Broad’Tron. Queste ultime rispondono a esigenze timbriche differenti, con particolare attenzione a corpo e spinta del segnale. È una distinzione utile da conoscere: il nome Gretsch sulla paletta non implica necessariamente la presenza dei pickup che hanno definito il suono del marchio negli anni Cinquanta.

Per ascoltare concretamente alcune di queste differenze, il confronto realizzato da Project Music mette una di fronte all’altra due Gretsch Duo Jet Vintage Select, una con pickup di impostazione DynaSonic e l’altra con Filter’Tron. La prova comprende suoni puliti e distorti e permette di cogliere le differenti risposte dinamiche e timbriche, pur considerando che anche le caratteristiche costruttive dei due strumenti contribuiscono al risultato.

Project Music confronta la risposta dei pickup DynaSonic e Filter’Tron su due Gretsch Duo Jet Vintage Select.

Il terzo elemento è il sistema vibrato Bigsby, diventato uno dei tratti estetici e funzionali più riconoscibili di numerose Gretsch, pur non essendo presente su tutti i modelli. Il meccanismo progettato da Paul Bigsby permette variazioni di intonazione relativamente contenute, particolarmente adatte a leggere oscillazioni degli accordi e delle note sostenute. Non nasce per gli interventi estremi tipici dei sistemi flottanti moderni, ma per un utilizzo più morbido, diventato parte integrante del linguaggio rockabilly.

Il rapporto fra i due marchi è anche societario: nel 1999 Gretsch acquista Bigsby Accessories da Ted McCarty, che ne era proprietario dal 1966. Dopo vent’anni, nel gennaio 2019, Fred Gretsch Enterprises cede il marchio Bigsby a Fender Musical Instruments Corporation. È un ulteriore legame fra aziende che per decenni avevano rappresentato modi piuttosto diversi di intendere la chitarra elettrica.

Jimmie Webster: chitarre stereo e sperimentazioni a due mani

L’immagine di Gretsch è profondamente legata alla tradizione, ma alcuni dei suoi sviluppi più curiosi arrivano da sperimentazioni tutt’altro che conservative. Una figura centrale è ancora Jimmie Webster, che oltre a contribuire alla progettazione e alla promozione delle chitarre introduce idee ispirate anche al settore automobilistico, come le finiture sparkle derivate da quelle utilizzate sui fusti delle batterie e colori che richiamano direttamente le automobili americane.

Nel 1958 Webster presenta il sistema Project-O-Sonic, sviluppato insieme a Ray Butts per ottenere una riproduzione stereofonica della chitarra attraverso particolari pickup Filter’Tron e un circuito dedicato. Le bobine e i collegamenti sono configurati per separare il segnale delle tre corde basse da quello delle tre corde acute, inviandoli a due distinti canali di amplificazione. Il risultato permette di distribuire le note nello spazio stereofonico, creando effetti insoliti per l’epoca. Il sistema richiede una configurazione più complessa rispetto a quella di una chitarra tradizionale e rimane una soluzione di nicchia, ma dimostra quanto Gretsch fosse disposta a sperimentare anche al di fuori delle convenzioni tecniche del periodo.

Webster è anche un interprete della tecnica chitarristica a due mani sulla tastiera, da lui promossa attraverso il cosiddetto Touch System. Non si può considerarlo l’inventore assoluto del tapping, tecnica con precedenti storici diversi, ma le sue dimostrazioni contribuiscono a documentare un uso sistematico delle due mani sulla tastiera parecchi anni prima che quel linguaggio diventasse popolare nel rock. Il suo album Webster’s Unabridged testimonia sia questa impostazione esecutiva sia l’interesse per la chitarra stereo. Anche questo fa parte della storia Gretsch: dietro le finiture appariscenti c’erano musicisti e progettisti che tentavano soluzioni allora poco convenzionali.

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Dal rockabilly all’Ed Sullivan Show

Alla fine degli anni Cinquanta le chitarre Gretsch sono ormai associate ad alcuni protagonisti del rock’n’roll e del country americano. Duane Eddy e Eddie Cochran adottano la 6120, contribuendo a renderla uno degli strumenti simbolo del rockabilly. Bo Diddley utilizza anche una Jet Firebird prima di affermare definitivamente la propria immagine attraverso le celebri Gretsch dalla forma rettangolare, realizzate appositamente per lui a partire dal 1958. Nel frattempo, Chet Atkins continua a rappresentare il collegamento fra il marchio e la tradizione chitarristica di Nashville.

Nei primi anni Sessanta, però, il mercato cambia rapidamente. Le solid body Fender e Gibson conquistano una parte crescente del pubblico giovanile, mentre le grandi archtop rischiano di apparire legate a un’estetica precedente. A rilanciare l’immagine Gretsch contribuisce in maniera decisiva George Harrison. Il chitarrista dei Beatles utilizza diversi modelli del marchio, fra cui Duo Jet, Country Gentleman e Tennessean. Il 9 febbraio 1964, durante la prima storica apparizione americana dei Beatles all’Ed Sullivan Show, Harrison suona una Country Gentleman davanti a decine di milioni di telespettatori. La richiesta del modello cresce rapidamente, contribuendo a un periodo di forte espansione commerciale.

Nello stesso anno, un’altra registrazione destinata a diventare celebre porta il marchio nelle classifiche: l’arpeggio di House of the Rising Sun degli Animals, eseguito da Hilton Valentine con una Gretsch Tennessean collegata a un amplificatore Selmer Selectortone, come lo stesso chitarrista avrebbe confermato in un’intervista. Nel 1966 Gretsch arriva anche nella televisione americana attraverso The Monkees, fornendo strumenti per il programma e realizzando una chitarra dedicata al gruppo. Il marchio passa così dalle mani dei virtuosi country all’immaginario pop di una generazione cresciuta davanti al televisore.

Gli anni Baldwin: l’Arkansas, gli incendi e il declino

Il successo degli anni Sessanta non impedisce un passaggio societario decisivo. Nel 1967 Fred Gretsch Jr., prossimo al pensionamento, vende l’azienda alla Baldwin Piano Company, importante produttore americano di pianoforti. La nuova proprietà avvia una riorganizzazione industriale e nel 1970 trasferisce la produzione delle chitarre dallo storico stabilimento di Brooklyn a Booneville, in Arkansas, utilizzando strutture Baldwin già esistenti. La produzione di batterie seguirà una propria organizzazione industriale, con attività anche a De Queen, sempre in Arkansas.

Per Gretsch si apre una fase complessa. Le difficoltà organizzative, i problemi legati al trasferimento e l’evoluzione dei gusti musicali indeboliscono progressivamente il marchio. Nel 1973 lo stabilimento di Booneville subisce due gravi incendi, che compromettono ulteriormente la continuità produttiva. La gestione della fabbrica attraversa diversi cambiamenti e, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, le chitarre Gretsch perdono gran parte della visibilità conquistata nei decenni precedenti.

Non sarebbe però corretto liquidare l’intera produzione Baldwin come una sequenza di strumenti mal riusciti. In questo periodo nascono anche modelli interessanti, come la Super Chet e la Super Axe, con soluzioni elettroniche e progettuali differenti rispetto alle Gretsch classiche. Altre proposte, come alcune solid body dalle forme più insolite, non incontrano invece il favore del pubblico. Il problema principale è che l’azienda fatica a trovare una direzione coerente proprio mentre il rock degli anni Settanta privilegia sempre più spesso chitarre a corpo pieno e sonorità ad alto guadagno.

Anche il rapporto con Chet Atkins si conclude. Dopo oltre venticinque anni di collaborazione, il chitarrista lascia progressivamente l’orbita Gretsch e nel 1981 passa a Gibson, per la quale verranno sviluppati nuovi strumenti signature. La produzione regolare delle chitarre Gretsch si era ormai sostanzialmente interrotta. Nel 1983 la holding Baldwin United dichiara bancarotta e, l’anno successivo, l’ex dirigente Richard Harrison assume il controllo delle attività musicali, coinvolgendo nuovamente Duke Kramer. Le chitarre che avevano accompagnato il rock’n’roll degli anni Cinquanta sembrano ormai appartenere soprattutto al passato.

Il ritorno in famiglia e la rinascita delle chitarre Gretsch

La famiglia Gretsch, nel frattempo, non ha abbandonato l’idea di recuperare l’azienda. A riportarla sotto il controllo familiare è Fred W. Gretsch, figlio di Bill e pronipote del fondatore Friedrich, insieme alla moglie Dinah Gretsch. Le trattative per l’acquisizione si concludono nell’autunno del 1984, mentre il passaggio operativo alla nuova proprietà avviene il 1° gennaio 1985. È questa successione di eventi a spiegare perché nelle cronologie del marchio compaiano entrambe le date. Dopo diciassette anni, Gretsch torna così nelle mani della famiglia che l’aveva fondata.

La ripartenza non è semplice. Molti progetti, disegni tecnici e riferimenti produttivi originali non sono più disponibili. Gretsch deve ricostruire una parte considerevole della propria memoria industriale, e per farlo si rivolge anche ai collezionisti. È qui che entra in scena Randy Bachman, chitarrista dei Guess Who e dei Bachman-Turner Overdrive, che nel corso degli anni aveva raccolto centinaia di chitarre Gretsch d’epoca. Alcuni strumenti della sua collezione vengono messi a disposizione dell’azienda come riferimenti per recuperare misure, caratteristiche e dettagli costruttivi dei modelli storici. La rinascita di Gretsch passa, letteralmente, attraverso l’esame delle sue stesse chitarre.

La vicenda personale di Bachman aggiunge un capitolo curioso a questa storia. Il musicista aveva subito il furto di una delle sue Gretsch più amate, una 6120 del 1957, durante gli anni Settanta. Dopo decenni di ricerche, lo strumento viene rintracciato in Giappone e nel 2022 torna finalmente nelle sue mani, grazie a un accordo con il proprietario che lo aveva acquistato in buona fede. Per un marchio rinato anche attraverso il recupero dei propri strumenti storici, è difficile immaginare un episodio più significativo.

Nel 1985 viene avviata la produzione di batterie a Ridgeland, in Carolina del Sud, mentre per le chitarre occorre attendere ancora qualche anno. Nel 1989 riprende la produzione regolare di modelli ispirati ai classici del passato. Una parte fondamentale della costruzione viene affidata a stabilimenti giapponesi, fra cui Terada, destinata a diventare uno dei riferimenti per gli strumenti Gretsch di fascia alta. Questa scelta permette di recuperare modelli storici mantenendo standard costruttivi adeguati a un mercato profondamente cambiato rispetto agli anni Cinquanta.

La rinascita commerciale coincide anche con una nuova attenzione per il rockabilly. Gli Stray Cats, già protagonisti del revival dei primi anni Ottanta, riportano le grandi Gretsch arancioni sui palchi e nelle televisioni di tutto il mondo. Nel 1993 Brian Setzer diventa il primo artista Gretsch a ottenere una nuova collaborazione signature dopo Chet Atkins. Il marchio riconquista così visibilità non soltanto grazie alla nostalgia, ma attraverso musicisti contemporanei che ne utilizzano realmente gli strumenti.

L’accordo con Fender e la nuova organizzazione del marchio

Il passaggio successivo arriva alla fine del 2002, quando Gretsch raggiunge un accordo con Fender Musical Instruments Corporation. Fender assume la responsabilità dello sviluppo, della produzione, della commercializzazione e della distribuzione mondiale delle chitarre Gretsch, mentre la proprietà del marchio rimane alla famiglia. È una separazione fra titolarità del marchio e gestione industriale che permette di ampliare considerevolmente il catalogo, recuperare numerosi modelli storici e sviluppare strumenti destinati a differenti fasce di mercato.

Nel 2007 viene inoltre ristabilito il legame ufficiale con il nome di Chet Atkins, scomparso nel 2001. Dopo un lungo lavoro con la famiglia del chitarrista, Gretsch torna a utilizzare il suo nome su una serie di strumenti, riallacciando una collaborazione che aveva contribuito in modo determinante all’identità del marchio.

La divisione batterie segue invece un percorso autonomo attraverso accordi di licenza con altre aziende. Dopo il periodo con Drum Workshop, nel gennaio 2024 la licenza mondiale per la produzione, commercializzazione e distribuzione di Gretsch Drums passa a GEWA Music. Nell’operazione rientrano anche attività e strutture produttive legate al marchio. Gretsch mantiene dunque la propria identità e la titolarità familiare, ma chitarre e batterie fanno capo a organizzazioni industriali differenti.

Le Gretsch di oggi: costruzioni e collezioni differenti

Il catalogo contemporaneo Gretsch comprende strumenti molto diversi per costruzione, componentistica e destinazione d’uso. Al vertice si collocano le realizzazioni del Custom Shop americano, con i modelli Masterbuilt costruiti a Corona, in California, e la Professional Collection, che comprende numerosi strumenti prodotti in Giappone, fra cui riedizioni di impostazione storica, Players Edition e diversi modelli Artist Signature. Le riedizioni Vintage Select privilegiano le caratteristiche degli strumenti d’epoca, mentre le Players Edition introducono soluzioni pensate per migliorare praticità, stabilità dell’accordatura e versatilità sul palco.

La Electromatic Collection occupa una fascia intermedia e comprende hollow body, strumenti con blocco centrale, Jet con corpo camerato e altri modelli di diversa impostazione. La Streamliner Collection propone invece strumenti più accessibili, dalle hollow body alle center block e alle Jet, con una gamma di pickup e configurazioni pensata anche per sonorità lontane dal rockabilly tradizionale. A queste si affianca la Synchromatic Collection, che riprende diversi riferimenti storici del marchio. Paese di produzione, materiali, pickup e componentistica non coincidono rigidamente con il nome della collezione e devono essere verificati per il singolo strumento.

Una distinzione fondamentale riguarda la struttura del corpo. Le hollow body hanno una cassa sostanzialmente cava, pur con differenti sistemi di rinforzo interno. Le center block prevedono invece un blocco longitudinale, talvolta alleggerito da camere, che conferisce maggiore rigidità alla struttura e tende a rendere più controllabile il feedback ad alto volume. Le Jet camerate adottano un’impostazione esterna più vicina a quella di una solid body, ma presentano cavità interne ricavate nel legno. Non sono dunque semplicemente tre livelli qualitativi: sono tre approcci costruttivi diversi, con conseguenze sull’ergonomia e sulla risposta dello strumento.

Chi valuta l’acquisto di una Gretsch, soprattutto come prima chitarra hollow body, dovrebbe considerare alcune caratteristiche pratiche. La prima è il rapporto fra costruzione e volume di utilizzo: una cassa completamente cava può risultare più sensibile all’innesco del feedback, mentre un modello con blocco centrale o corpo camerato tende generalmente a offrire maggiore controllo con amplificazioni spinte. La seconda riguarda il Bigsby, che richiede un assetto accurato dello strumento, con particolare attenzione agli attriti al capotasto, al ponte e alla corretta installazione delle corde. La terza è la scelta dei pickup: un Filter’Tron tradizionale offre una risposta diversa da quella di un humbucker di impostazione Gibson, mentre i Broad’Tron possono privilegiare maggiore corpo e spinta sulle medie frequenze.

Esistono inoltre particolarità nell’elettronica di molti modelli Gretsch, come la presenza di un volume generale affiancato dai controlli dei singoli pickup, oppure un selettore di tono a posizioni fisse al posto della tradizionale manopola. Alcuni di questi circuiti offrono risposte molto caratteristiche, ma possono richiedere un periodo di adattamento a chi è abituato alle configurazioni Fender o Gibson. Anche in questo caso conviene valutare il singolo modello, perché gli schemi elettrici sono cambiati numerose volte nel corso della storia del marchio.

Da Brian Setzer a Malcolm Young: due modi di intendere Gretsch

La varietà di utilizzi emerge chiaramente osservando due chitarristi apparentemente lontanissimi. Brian Setzer ha costruito una parte fondamentale del proprio linguaggio sulla sua Gretsch 6120 del 1959, acquistata da adolescente e diventata uno degli strumenti simbolo del ritorno del rockabilly negli anni Ottanta con gli Stray Cats. Il suo suono, fatto di attacco pronunciato, fraseggi veloci, accordi e uso espressivo del vibrato, è diventato uno dei riferimenti moderni più immediati per chi pensa al timbro Gretsch.

In un filmato realizzato da Reverb, Setzer racconta il rapporto con quella particolare 6120, acquistata quando aveva diciassette anni con l’elettronica smontata e custodita in una scatola. Negli anni il chitarrista l’ha modificata, riparata e portata praticamente ovunque, trasformandola in uno degli strumenti più riconoscibili della sua carriera.

Brian Setzer racconta la storia della sua Gretsch 6120 del 1959. Video: Reverb, Guitar Stories.

Malcolm Young, invece, ha legato il suono ritmico degli AC/DC a una Jet Firebird del 1963, profondamente modificata nel corso degli anni. La chitarra, originariamente rossa, viene privata della finitura superficiale e di alcuni controlli. Alla coppia originale di pickup Filter’Tron era stato aggiunto un humbucker centrale, ma successivamente Young elimina sia quest’ultimo sia il pickup al manico, lasciando operativo soltanto il Filter’Tron al ponte. Ne nasce uno strumento essenziale, nel quale la risposta dinamica e la chiarezza degli accordi svolgono un ruolo fondamentale. Una dimostrazione del fatto che il carattere Gretsch non è incompatibile con l’hard rock, purché si sappia sfruttarne le caratteristiche invece di cercare necessariamente il comportamento di un humbucker ad alta uscita.

Tra questi due estremi si collocano numerosi altri musicisti. Billy Duffy dei Cult ha trasformato la White Falcon in uno degli strumenti simbolo del proprio immaginario rock, mentre chitarristi come Johnny Marr hanno contribuito ad allargare ulteriormente l’associazione fra Gretsch e generi musicali differenti. Il filo conduttore non è uno stile preciso, ma la ricerca di una risposta strumentale che abbia una personalità riconoscibile.

Dalla bottega di Middleton Street ai palchi del rock’n’roll, dalle batterie che hanno accompagnato alcuni dei più grandi protagonisti del jazz agli strumenti imbracciati dai Beatles, Gretsch ha attraversato oltre 140 anni di storia musicale. Ha conosciuto periodi di grande successo, scelte industriali discutibili, interruzioni produttive e una rinascita che non era affatto scontata. Oggi continua a occupare una posizione particolare nel mondo degli strumenti musicali: non soltanto per le forme, le finiture o il celebre Bigsby, ma per un’identità sonora che musicisti molto diversi hanno saputo reinterpretare. È forse questo il risultato più significativo della sua storia: essere rimasta riconoscibile senza essere rimasta ferma.

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