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John Paul Jones, il Rock e il basso

La rubrica Partiamo dal Basso ci porta a scoprire John Paul Jones, l'uomo delle corde grosse (ma non solo) di una band simbolo del Rock come i Led Zeppelin.

I Led Zeppelin senza John Paul Jones?

A dir poco impossibile anche solo pensarlo. Eppure stiamo parlando di una band che aveva il carisma di Robert Plant, la furia espressiva di John Bonham e l’ispirazione di Jimmy Page.
Ciò nonostante, non si può davvero parlare della grandezza dei Led Zeppelin sorvolando sul ruolo chiave che John Paul Jones ha giocato tanto come bassista quanto come fonte creativa all’interno del gruppo.

Giacché in questa sede parliamo di basso, è bene anzitutto puntualizzare che John Richard Baldwin (questo il nome anagrafico) non nasce come musicista sulle corde grosse: la sua strada iniziale sono i tasti bianchi e neri (come vedremo più avanti), coi primi approcci al pianoforte sin da bambino, per avvicinarsi al basso elettrico solo in adolescenza e avviarsi infine alla carriera di session man multi-strumento.

Ma che tipo di bassista è John Paul Jones? Versatile, solido, tecnico: sono alcuni aggettivi che descrivono benissimo la capacità dell’artista inglese di adattarsi alle esigenze di una band dove le altre tre personalità erano estremamente “invadenti” dal punto di vista espressivo; ma tutto questo senza rinunciare a prendersi la propria parte dello spettacolo.

Il primo esempio che mi viene sempre in mente parlando di lui è l’iconica “Immigrant Song“, nella quale passa senza colpo ferire dal groove concreto ed essenziale delle strofe alla scala ad altissimo tasso di difficoltà con cui accompagna nei ritornelli.

John Paul Jones e la melodia

La capacità di trasmettere un’idea melodica pur suonando uno strumento spesso defilato nel ruolo è una dote che mi colpisce sempre nel settore dei bassisti, e John Paul Jones in questo non lascia affatto delusi.

Verrebbe da pensare che al fianco del genio creativo di un Page basterebbe lavorare di toniche e di riff per portare a casa il risultato, e probabilmente molti si accontenterebbero di un simile comportamento (o verrebbero spinti ad adottarlo, in maniera poco simpatica).
Il nostro John è andato molto, molto oltre. In fin dei conti non si deve trascurare un certo dettaglio: parliamo di un musicista influenzato dalla Classica, dal Blues, dal Jazz, almeno quanto dal Rock.

In virtù della sua autorevolezza, ma soprattutto del fatto che alla fine della fiera portava un enorme contributo come musicista oltre che come bassista, John Paul Jones si è potuto permettere di giocare con le proprie basslines senza paranoie, potendo contare su un’eccellente intesa con l’altra metà della sezione ritmica, la quale era tutt’altro che allergica a suggestioni d’oltreoceano quando si trattava di interpretare il ruolo.

È dunque in questo modo che sono nate linee di basso come quella di “Ramble On“, letteralmente intrisa di un gusto melodico alla Motown che quasi mi obbliga ad andare col pensiero a James Jamerson, anche in virtù della spensieratezza che il brano mi trasmette.

Non solo Led Zeppelin…

La prematura scomparsa di John Bonham portò alla brusca conclusione dell’esperienza Led Zeppelin già nel 1980. Fine dei giochi per John Paul Jones? Macché: da artista che “esisteva” già da prima di far parte del quartetto inglese, JPJ ha proseguito con successo e soddisfazione la propria carriera musicale, seppur prevalentemente lontano dalle luci della ribalta (come si conviene a un “vero” bassista).

Polistrumentista e compositore, l’artista ha pubblicato due album come solista, ma soprattutto ha partecipato al lavoro di altri musicisti saltando con invidiabile naturalezza tra i ruoli più disparati. Lo troviamo come bassista (e che bassista!) nei Them Crooked Vultures, supergruppo Rock formato assieme a Dave Grohl e a Josh Homme; proprio a Grohl sembra particolarmente legato, con reciproco sentimento, avendo partecipato tra le altre cose alle registrazioni di In Your Honor, capolavoro dei Foo Fighters, ed essendosi ritrovati sul palco in più di un’occasione, come in questa bellissima resa live del classico zeppelinianoRock and Roll“, alla quale partecipò anche Page.
Una menzione di cuore per quanto mi riguarda va fatta sul suo ruolo di arrangiatore orchestrale in Automatic for the People, un imperdibile pezzo della discografia dei R.E.M. che è sicuramente rappresentativo del valore di John Paul Jones come musicista.

Ma tornando invece alle corde grosse, ho scelto come performance live fuori dai Led Zeppelin un esempio più datato dei recenti fasti con Dave Grohl. L’anno era il 1993 e uno sgargiante John saliva sul palco degli MTV Music Awards al fianco del rampante Lenny Kravitz; e lo faceva quasi con noncuranza, con quell’aplomb che dev’essere marchiato a fuoco nel DNA dei bassisti d’oltremanica (basti pensare a Pino Palladino, anche se questi è molto meno britannico nelle origini).
Quella sicurezza data, ma forse è un mio azzardo, dalla totale consapevolezza di essere uno di quei musicisti coi quali chiunque vorrebbe spartire il palco.

… e non solo il basso elettrico

Già, perché come anticipato John Paul Jones è un polistrumentista che si è avvicinato al Jazz Bass soltanto diversi anni dopo aver intrapreso il proprio cammino nella musica.
In termindi espressione melodica e armonica, la produzione dei Led Zeppelin è molto centrata sulle chitarre, ma il gruppo non si è fatto mancare il supporto degli strumenti a tastiera: piano, organo, sintetizzatori… tanto il tastierista ce l’avevano già in casa; JPJ, per l’appunto.

Ma suonare uno strumento a doppia chiave comporta in una certa misura continuare a pensare da bassista: in questa capacità, come d’altro canto in molte altre, John Paul Jones non teme rivali.
In questo senso, è assai rappresentativo l’equivoco che nel quale incappai le prime volte in cui cercai dei video dal vivo della celeberrima “Stairway to Heaven“. All’epoca ero ancora un virgulto di bassista, nel pieno di quell’ingenuo entusiasmo degli anni degli esordi, così cercavo in lungo e in largo esempi da imitare; e poi dovevo perfezionare la mia esecuzione del pezzo per suonarlo con le varie band, perciò “dovevo vedere cosa faceva John Paul Jones sul palco”.

Restai quindi di sasso quando lo trovai seduto alle tastiere. “Vabbè, si alzerà quando entra la batteria“… niente. Eppure sentivo chiaramente il basso, quantomeno come presenza all’interno dei vari strati del brano; il bassista non si vedeva, ma la sua assenza non si sentiva.
Solo più tardi venni a sapere dell’utilizzo e delle caratteristiche del Mellotron, dei bass pedals, dei registratori e di tutto l’armamentario. Playback o live, cambia poco: la sostanza è che su quel pezzo dal vivo, del basso se ne occupava in ogni caso l’insostituibile John Paul Jones.

Grazie, John Paul Jones!

Del lascito di JPJ al mondo del Rock, in qualità di membro assolutamente produttivo dei Led Zeppelin, abbiamo già detto; ma in conclusione vorrei portare in primo piano il debito che le successive generazioni di bassisti del genere musicale hanno nei suoi confronti.
E si tratta di un debito assai consistente, perché John Paul Jones ci ha dato anzitutto un enorme punto di riferimento, ossia come si comporta un grande bassista all’interno di una grande band.

Ho la vita facile nel trovare un esempio adatto a quanto sopra: l’ultimo brano di questo articolo è anche il mio preferito dei Led Zeppelin, e sicuramente tra i miei must-have in assoluto.
Sto parlando di “Thank You“, emozionante traccia del secondo disco del gruppo britannico (tanto apprezzata da essere stata oggetto di reinterpretazioni eccellenti), nella quale a mio avviso John Paul Jones tocca uno dei punti più elevati del suo essere bassista.
Dinamica, consistenza ritmica, fraseggio, interazione con gli altri strumenti: a questa traccia di basso sembra non mancare proprio nulla.

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