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Jeff Ament, il basso nel Grunge

La nostra serie "Partiamo dal Basso" si sofferma su uno dei bassisti di riferimento della Seattle Grunge Scene.

Non serve essere dei gamechanger dello strumento per essere considerati quando si tirano le somme: un esempio è Jeff Ament, da sempre al basso nei Pearl Jam.

Seppur non annoverabile tra i virtuosi nè tra i grandi innovatori, il contributo di questo bassista originario del Montana è tutt’altro che trascurabile, soprattutto se inquadrato nel significativo panorama precedente, contemporaneo e successivo alla grande ondata della musica Grunge.

È anzitutto bene ricordare che Ament aveva lasciato un’impronta nella scena musicale di Seattle già nella seconda metà degli anni ’80, ancor prima della formazione dei Pearl Jam: coi Green River, considerati come i grandi anticipatori del genere fiorito in città negli anni a venire, e poi con gli sfortunati Mother Love Bone, una band le cui belle speranze furono bruscamente troncate dalla morte per overdose del cantante Andrew Wood, evento che avrebbe suo malgrado spalancato le porte ad alcune fondamentali situazioni, come vedremo tra poco.

Pur non strettamente inquadrabile nelle sonorità del Grunge (il sound è spesso più affine al Glam Rock in voga nel periodo), il contributo della band fu fondamentale e una buona fetta del merito va proprio allo stile essenziale ma incisivo di Ament, al tempo impegnato tra le varie cose nella scoperta delle potenzialità del basso fretless.

Terminata anzitempo l’esperienza dei Mother Love Bone, Ament si trovò più o meno in contemporanea al centro di due progetti che si sarebbero rivelati delle pietre miliari del genere: i Temple of the Dog, formati su iniziativa di Chris Cornell in omaggio alla memoria dell’amico Wood, e per l’appunto i Pearl Jam, sempre al fianco dell’inseparabile compagno di avventure musicali Stone Gossard.

È in particolare nell’album d’esordio Ten che il bassista si fece notare sia per il valido apporto creativo che per una certa tendenza alla sperimentazione sul proprio strumento: iconico in questo senso l’utilizzo di un assolutamente inusuale basso a 12 corde prodotto da Hamer in una delle tracce simbolo della produzione della band, quella “Jeremy” così celebre grazie anche al videoclip dai contenuti forti.
Viene spesso da chiedersi se il riff iniziale del brano sarebbe stato altrettanto incisivo senza un contributo così caratteristico…

Come già anticipato, l’utilizzo di bassi fretless rappresenta un altro tratto distintivo dello stile dell’artista. Presente in maniera massiccia nei primi dischi (in Ten sulla maggior parte delle tracce, escluse quelle in cui ha suonato bassi a 8 e 12 corde), la “voce lirica” dello strumento senza tasti ha senza dubbio contribuito alla cupa sonorità generale caratteristica predominante dei primi album della band, come ben udibile nell’emozionante brano “Oceans” che possiamo ascoltare qui sotto.

Sebbene sia inevitabile associare il nome di Jaco Pastorius all’utilizzo del fretless in quel periodo, Ament ha in alcune occasioni indicato il bassista Mick Karn come fondamentale influenza del suo percorso e in particolare in riferimento alla scelta di utilizzare bassi senza tasti.
Prima di ascoltare, parliamo anche di strumenti: se la prima fase fu prodotta utilizzando un ibrido J-P assemblato dal liutaio Mike Lull utilizzando un corpo Warmoth di forma Jazz Bass e un manico ESP ed equipaggiato con pickup Bartolini (un single coil al ponte e uno split coil in posizione Precision), successivamente il bassista ha avuto modo di affidarsi ai più prestigiosi Wal.

L’atipicità di Jeff Ament come bassista, quanto meno nel mondo del Rock alternativo, non si ferma ai bassi multi-corda e ai fretless. Non sfugge infatti lo sporadico utilizzo del contrabbasso, prevalentemente nella forma elettrica, anche se il video qui sotto testimonia quantomeno qualche tentativo con il corrispettivo acustico.

Tra gli esempi sparsi lungo la discografia della band merita sicuramente un ascolto “Nothing as It Seems“, singolo di punta di Binaural (2000), nel quale si riassume a dovere il punto di vista dell’artista riguardo l’utilizzo di questo strumento nel proprio contesto: fondamenta e sustain con una caratteristica timbrica ben differente da quella del basso elettrico.
Ma in questa sede divertiamoci con una breve clip di Ament al contrabbasso acustico:

Lo stile incisivo di cui si parlava a inizio articolo è una caratteristica che prescinde dal tipo di basso utilizzato, ma che dà il meglio di sè in situazioni dal piglio energico come il brano “Animal” che ascoltiamo qui sotto: è in questi momenti che le influenze peculiari vengono a galla in maniera importante e si riscontrano forti tracce di John Entwistle, ma anche il non trascurabile impatto della musica PunkRamones e The Clash su tutti.

Un aspetto da sottolineare in conclusione sta nell’apporto dello strumento in termini di presenza: al di là del più o meno essenziale concetto di “bucare il mix”, Jeff Ament si preoccupa costantemente di mettere il basso al servizio del risultato complessivo, tanto nella scelta delle note quanto nella caratteristica del suono e della relativa importanza della traccia all’interno del brano.
L’abilità di risultare al tempo stesso efficace e per nulla banale è un merito sicuramente da sottolineare, tanto più se da attribuirsi a un bassista.