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Jaco Pastorius, il grande avvento del basso

Jaco Pastorius, forse il personaggio più importante nella storia del basso elettrico: ne parliamo in questa puntata della rubrica Partiamo dal Basso.

Può una rubrica dedicata alla storia del basso elettrico sorvolare sulla figura di Jaco Pastorius? Decisamente no, pur con tutte le difficoltà del caso.

Le difficoltà stanno nella larghezza della discussione pregressa su questo artista che ha completamente rivoluzionato il mondo del proprio strumento lasciando anche un’impronta decisa nella storia della musica Jazz-Fusion; qualunque scettico in tal senso può tranquillamente fare il semplice nome Jaco in un contesto di musicisti moderni per mettere alla prova quanto suddetto: non sono garantite reazioni positive (d’altronde niente può piacere proprio a tutti) ma in compenso una conoscenza quantomeno generica del soggetto in questione sarà senz’altro pronosticabile.
Dunque, su Jaco Pastorius si è detto tanto. Ma il fine di questa rubrica è celebrare in questa sede i personaggi di rilievo della storia del nobile strumento, a prescindere dal volume di discussione di cui sono già stati oggetto.

Originario della Pennsylvania ma trasferitosi in Florida da bambino, il giovane Jaco è ricordato come un valido sportivo e un promettente batterista (tra l’altro figlio d’arte, il padre Jack sedeva anch’egli dietro le pelli quando non cantava), finchè proprio a causa dello sport dovette abbandonare lo strumento: una frattura al polso rimediata giocando a football chiuse a tredici anni la sua carriera con le bacchette in mano.

Non passò molto tempo prima che il ragazzo si appassionasse a qualcos’altro: il basso elettrico, coltivato facendosi le ossa con interminabili gig in gruppi Soul e R&B, parallelamente al percorso di apprendimento avviato all’Università di Miami; luogo dove strinse amicizia con un certo Pat Metheny, assieme al quale avrebbe successivamente inciso l’album Jaco (1974) e soprattutto il disco di esordio del chitarrista Bright Size Life (1976), nel quale Pastorius iniziò seriamente a far conoscere i propri talenti.

L’avvento a cui si fa riferimento nel titolo si può ufficialmente far risalire allo stesso anno dell’album con Metheny, quel 1976 che battezzò anche il disco Jaco Pastorius.
Vero e proprio masterpiece della musica fusion e tappa pressochè obbligata nel percorso didattico del bassista moderno (consigliato anche a chi non apprezza il genere o non ha velleità specifiche sulle corde grosse), l’album vide la partecipazione di personaggi di assoluto rilievo, come Herbie Hancock alle tastiere e i sax di Wayne Shorter e Michael Brecker.

Ma la grandezza del disco sta soprattutto nella nuova dimensione che questo ha dato al basso elettrico. Per quanto l’utilizzo di bassi fretless non fosse una novità assoluta, l’approccio melodico che si riscontra nell’album raggiunge cime senza precedenti nel mondo delle corde grosse, andando a mescolarsi con una sensibilità ritmica solidissima in un incontro che ancora oggi, dopo decenni di sviluppo, suscita come minimo grande ammirazione.

L’iconica resa di “Donna Lee“, standard jazzistico inciso da Charlie Parker, diede al concetto di “basso solista” un significato del tutto nuovo; a fare da contraltare a questo e ad altri momenti più ritmati (come la funky “Come On, Come Over“) ecco le morbide sonorità di “Continuum“, un vero manifesto del basso fretless per le generazioni a venire, e dell’apprezzatissima “Portrait of Tracy“, grazie alla quale l’utilizzo degli armonici sul basso elettrico conobbe una fortuna forse diversamente insperata.

Sono John Francis Pastorius III e sono il più grande bassista del mondo“: la leggenda racconta che questa frase abbia segnato l’inizio dell’incrocio di percorsi tra Jaco e gli Weather Report di Joe Zawinul, sulla cui reazione a questa sfrontata (ma in fondo quanto?) dichiarazione di presentazione le opinioni divergono; qualcuno afferma che il tastierista rispedì Pastorius per la propria strada, salvo ravvedersi successivamente, mentre altri sostengono che la sfrontatezza fu immediatamente apprezzata.

Sia come sia, le demo proposte dal bassista gli assicurarono il reclutamento in quella che era già una delle band di riferimento nel proprio genere, giusto in tempo per incidere un paio di tracce nel giustamente celebrato Black Market (1976), per poi rimpiazzare definitivamente Alphonso Johnson quando questi lasciò il gruppo.

La collaborazione durò fino al 1982 e nessuno può negare che portò benefici a entrambe le parti in causa. Se da un lato Pastorius riuscì a completare la propria consacrazione a nume tutelare del basso elettrico anche grazie alla militanza nella formazione di Zawinul e soci, è fuori di dubbio che l’esorbitante talento di Jaco come bassista e il non meno trascurabile apporto creativo sostennero fortemente il gruppo nel definitivo ingresso nell’Olimpo del Jazz-Rock,
Grazie anche a brani come “Teen Town“, una composizione di Pastorius diventata di giustezza uno dei manifesti della sua abilità.

In temini didattici, Jaco Pastorius ha lasciato un’eredità talmente spessa da garantire a chi insegna basso elettrico una fonte rigogliosa di argomenti.
Già soltanto limitandosi al campo dell’approccio tecnico, il materiale a disposizione è da manuale: velocità, dinamica e posizionamento del pizzicato esposti nell’arco della sua purtroppo breve esperienza sono materia di studio per chiunque voglia svilupparsi tanto come affidabile accompagnatore quanto come efficace solista; altrettanto si può dire della formidabile impostazione della fretting hand, altro aspetto che ha fatto scuola grazie alla tremenda efficacia dell’approccio “un dito per tasto” e alla saggia applicazione di diteggiature estese.

È tuttavia riduttivo limitare l’apporto didattico di Pastorius al mondo della tecnica: la profonda conoscenza di scale, arpeggi e rapporti armonici,sviluppata grazie a un approccio forse senza precedenti nello strumento, ma soprattutto il modo in cui tutto il materiale melodico veniva utilizzato nel contesto espressivo, hanno fatto dello stile di Jaco un modello in seguito imitatissimo da tutti quei bassisti che hanno voluto alzare il livello rispetto al consueto ruolo di strumento dal carattere di legame ritmico.

A mettere ordine nel suo sterminato bagaglio didattico (che sarebbe davvero arduo analizzare nel solo spazio di un singolo articolo) ci ha aiutato lui stesso registrando nel 1985 quel celebre metodo video, corredato di volume testuale con annessi spartiti: in Modern Electric Bass l’artista ha tracciato i punti salienti della sua esperienza sullo strumento in un percorso che ancora oggi, dopo trentacinque anni di sviluppi, rappresenta una fonte di crescita a dir poco preziosa.

La parabola di Jaco Pastorius conobbe una drastica caduta provocata dalla dipendenza da droghe e da problemi di salute mentale forse non curati adeguatamente, con l’amarissima conclusione nella tragica morte avvenuta a soli 35 anni in seguito alle percosse ricevute durante una rissa.
Ma non è in queste occorrenze che vogliamo ricordarlo, pur nel rimpianto che un simile talento avrebbe potuto offrire ancora molto al mondo della musica.

Vogliamo ricordare Jaco Pastorius come il visionario che acquistò un Fender Jazz Bass del 1962 per poi rimuovergli personalmente i tasti metallici e rivestire la tastiera di resina epossidica.
Vogliamo ricordare Jaco Pastorius come il bassista che seppe vedere ben oltre le consuete potenzialità del suo strumento, pur non trascurandole affatto e anzi elevandole a livelli a malapena sfiorati fino a quel momento.
Vogliamo ricordare Jaco Pastorius come l’artista che era sul palco con il sorriso di chi è profondamente coinvolto nella propria passione, benchè poi tradito dalla sfortuna di certe cattive strade che in ogni caso non gli toglieranno il posto d’onore che ricopre nella storia del basso elettrico.

Cover Photo by Jean-Luc – CC BY-SA 2.0