In breve: I Greta Van Fleet sono una band americana di giovanissimi (tre fratelli del Michigan più un coetaneo alla batteria) accostata fin da subito ai Led Zeppelin per suono e attitudine. La domanda è se basti saper rievocare gli idoli dei padri per essere davvero il futuro del rock, oppure se manchi quel carattere dirompente che distingueva i grandi del passato.
Da qualche tempo un nuovo fantasma si aggira nel mondo della musica. Una band di giovanissimi americani che ha attirato l’attenzione per la capacità di suonare e cantare come gli idoli dei loro padri. Fioccano i paragoni, a iniziare da Robert Plant e Jimmy Page, fino a dare motivi di speranza a quelli che già piangevano il rock per morto. Ma sono proprio i Greta Van Fleet il redentore che tutti ansiosamente aspettano?
Cos’è questo benedetto rock da salvare?
Prima domanda: cos’è questo benedetto rock, che avrebbe bisogno di essere salvato? Se parliamo dei suoni e del look delle grandi band del passato, allora giochiamo facile. Dagli stessi talent show, odiati e ascoltati per ragioni diverse, ne sono uscite varie band dotate di un certo talento o almeno delle caratteristiche di base. Ma se parliamo di altro, di ciò che realmente all’epoca distingueva subito i personaggi chiave dal resto del mucchio, proprio non ci siamo.
La parola attitude, oggi spesso mal tradotta, nel vocabolario anglofono descrive quello che per noi è atteggiamento, la modalità che si sceglie per esprimersi. In questo senso, per dimostrare una rock attitude potrebbe bastare imparare a muoversi sul palco in maniera sufficientemente selvaggia o sexy da stimolare il ricordo di personaggi come Plant, o torturare la chitarra come certi maestri della sei corde? Forse è un po’ pochino. Ci si chiede se questo possa mai funzionare senza avere anche una vera attitudine rock, secondo il significato corretto della parola, cioè quel magico ingrediente che non si inventa dal nulla. O ce l’hai o non ce l’hai. Dalla nascita.
Plant, Page, Bonham e Jones: l’attitudine vera
Plant, Page, Bonham e Jones l’avevano senza dubbio. Ricordo (me lo posso permettere) l’effetto che faceva ascoltare in radio pezzi come Whole Lotta Love, Moby Dick, Heartbreaker alla loro uscita. Un altro mondo che si affacciava e ti parlava con parole a volte inquietanti, facendoti capire che c’era dell’altro lì fuori. Era una scoperta continua di qualcosa di nuovo, di diverso. All’epoca non sapevi neanche come si faceva a suonare o cantare così. Iniziava la ricerca.
È nei primi anni settanta che si è veramente iniziato a parlare di rock, distinguendolo da altre categorie (rock’n’roll e pop compresi) per farne un genere da dividere subito in varie sotto-specie fino a creare, forse, le cause stesse della sua decadenza. In quel periodo i primi grandi festival rock venivano vissuti spesso come alternativa se non come protesta, in contrapposizione a uno stile di vita troppo conformista, noioso, inappagante, apparentemente privo di stimoli.
Nello stesso momento, il pragmatico Jimmy Page aveva chiaro fin dall’inizio di puntare al successo e ai soldi, ma ciò non toglie nulla al carattere dirompente dei Led Zeppelin, piombati sul mercato discografico con una deflagrazione epocale più o meno all’età che avevano i quattro Greta al loro esordio. Non erano gli unici a suonare grande musica, come è noto, ma probabilmente erano tra quelli con le idee più chiare e con quantità di talento da scialare, per non parlare di questa benedetta attitudine rock.

Chi sono i Greta Van Fleet
La chitarra stessa, lo strumento che del rock è stato simbolo e bandiera fin dall’inizio, vive tempi difficili, lontana dai fasti di un passato in cui era quasi d’obbligo la sua presenza in ogni casa. Quando ho scoperto per caso, dal post di un amico Facebook, l’esistenza dei Greta Van Fleet, mi sono messo subito al lavoro per capire chi fossero. Tre fratelli del Michigan più un coetaneo alla batteria, età media diciannove anni e mezzo. Subito rivenduti come nuovi Led Zeppelin, la band che riporta il rock al suo futuro all’uscita del loro primo EP, pronti ad affrontare il primo sold-out tour.

Il look è da boy-band e l’espressione facciale è un po’ meno convinta del concorrente medio di un talent. Di contro, il sound è notevole con una buona ritmica e una chitarra coerente con il contesto anni settanta pur senza troppe faville. La differenza la fa l’ugola potenziata del cantante Josh Kiszka, ventuno anni, gemello del chitarrista Jake e fratello del diciottenne Sam, bassista e tastierista. Le sue grida selvagge sono quasi surreali davanti al viso angelico e riccioluto.
Dopo l’EP, contenente qualche canzone originale di stampo esplicitamente zeppeliniano e alcune cover che denunciano genitori dai gusti variegati (interessante quella dei Fairport Convention, discutibile l’affronto a Sam Cooke), si avvicinano all’appuntamento con il primo vero album. Hanno i numeri per farne qualcosa di realmente interessante? A una promessa del rock sarebbe lecito chiedere musica perlomeno sorprendente, ma forse pretendiamo troppo.
Dichiarazioni e influenze: tra Howlin’ Wolf e John Denver
Sono già memorabili alcune dichiarazioni dei giovani rampanti rocker. Josh, che ha una voce senza dubbio molto potente ma almeno per il momento si può solo sognare le dinamiche di Robert Plant, generosamente dice che il paragone con gli Zeppelin è accettabile. Allo stesso tempo mette assieme fra le sue influenze Howlin’ Wolf, Wilson Pickett e John Denver. Jake, il chitarrista, va sorprendentemente dritto alle radici e mette in lista Elmore James, Muddy Waters, John Lee Hooker, ma confessa di aver studiato nei dettagli i Cream e soprattutto Jimmy Page. Sam è un buon bassista e si può permettere anche di accompagnare all’organo, mani e piedi. Danny Wagner non è Bonham, ma suona la sua batteria con la dovuta energia e una dose sufficiente di groove. Siamo ben oltre la sufficienza.

Il loro Black Smoke Rising e il singolo Highway Tune sono andati dritti al primo posto in varie classifiche rock nelle radio americane e canadesi. Mentre la stampa specializzata si chiede se non possano essere proprio loro a salvare il classic rock notando la giovane età del pubblico che accorre sempre più numeroso ai concerti, i quattro mettono in chiaro, almeno a parole, di voler mantenere le distanze dagli eccessi che da sempre vengono ritenuti parte integrante del grande circo che circonda questa musica.
E allora, sono il futuro del rock?
Che dire. Il fatto che i Greta Van Fleet possano essere presi sul serio come futuro o speranza del rock non conforta affatto, per non dire che è un po’ inquietante. Nella totale confusione di valori e significati che è caratteristica del nostro tempo, però, non stupisce molto. E continua a tornarmi in mente una scena significativa di un vecchio film di Nanni Moretti, davanti ai discorsi vuoti di un improponibile uomo politico. Qui forse avrebbe detto: e dai, suona qualcosa di veramente rock, suona del rock, suona qualcosa!
Per chi ha fretta: 5 cose da sapere sui Greta Van Fleet
Chi sono i Greta Van Fleet?
Una band rock americana formata da tre fratelli del Michigan più un coetaneo alla batteria, con età media di circa diciannove anni e mezzo all’esordio.
Chi sono i componenti?
Il cantante Josh Kiszka, suo gemello Jake alla chitarra, il fratello minore Sam al basso e alle tastiere e Danny Wagner alla batteria.
Perché vengono paragonati ai Led Zeppelin?
Per il sound anni settanta e soprattutto per la voce potente di Josh, accostata a quella di Robert Plant fin dal primo EP.
Qual è il loro brano più noto?
Il singolo Highway Tune, dall’EP Black Smoke Rising, arrivato primo in varie classifiche rock delle radio americane e canadesi.
Sono davvero il futuro del rock?
Tecnicamente sono ben oltre la sufficienza, ma la domanda vera è se al talento si accompagni quel carattere dirompente e originale che distingueva i grandi del passato.
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