Condividere per rinascere

Condividere per rinascere
La società del 2012, più largamente degli ultimi anni, verrà ricordata con un termine ben preciso, "social", poiché il cambiamento portato da piattaforme come Facebook, Twitter, ed i social network in generale, si sta facendo man mano sentire sempre più presente nella vita di tutti i giorni. Sarà il periodo di crisi che il mondo occidentale sta attraversando, sarà la speranza di libertà regalata agli utenti dal potere acquisito da internet, parole come “social” e soprattutto “sharing” stanno divenendo sempre più importanti nel linguaggio comune. L’ambiente musicale non ne è esente, anzi, partendo dal fenomeno Napster, ha dovuto fare i conti più di ogni altro settore, con le problematiche innescate dal concetto “sharing”.
Terrore delle case discografiche da poco dopo la sua creazione, Napster introdusse la possibilità di scambiarsi file, e quindi anche file audio, attraverso la rete, innescando così una reazione a catena, che ha portato al fenomeno che conosciamo come pirateria digitale. Misteriosamente nessuno aveva previsto la reazione che il pubblico avrebbe avuto di fronte a tale possibilità, ed anche le case discografiche si sono ritrovate nel tempo in una situazione d’irreversibile caduta. 
La vicenda Napster si è poi dipanata in una miriade di cause legali che hanno portato, dopo poco tempo, alla chiusura della piattaforma. L’eredità lasciata dalla creatura di Sean Parker era però di dominio della rete, a disposizione di tutti. Anni dopo è arrivato Facebook, re indiscusso dei social network, forse la prima startup capace d’incarnare realmente il concetto di social network in maniera universalmente contemplabile . In poco tempo la sua malattia si è diffusa ovunque, abbattendo ogni concorrenza e fornendo alle persone la necessità di un intrattenimento, ormai divenuta parte integrante di molte vite. 
Da casa, tablet, computer, smartphone e anche sms, interagire con il proprio profilo Facebook è possibile per chiunque, in qualsiasi angolo del globo, ma perché Zuckerberg è riuscito ad avvicinare tanta gente alla propria idea? Qual è stato il motivo di un consenso planetario? La risposta sta in quel concetto lanciato da Napster nel 1999, esistente molto prima nell’indole umana. Condividere. L’uomo è un animale sociale, la sua vita si fa di relazioni, ormai sempre più virtualmente vissute, ma sempre relazioni, intrattenute con altri individui e basate su dialoghi e confronti. I social network, e Facebook in particolare, hanno lanciato un nuovo modo di condividere.
Basti pensare al famoso tasto “Mi piace”, tramite il quale, senza nemmeno digitare nulla, si può innescare una discussione partendo da una banalissima preferenza, che fino a poco tempo fa avrebbe raggiunto solamente una sola persona, se informata personalmente, o poche più se aggiornate nello stesso tempo a voce. 
Grazie allo sviluppo infinito di questa rete di condivisioni, di pensieri, foto, video, parole e link, Facebook ha dato “nuova vita alla rete”, rendendo le persone sempre più partecipi, capaci di carpire in tempo reale lo spostamento dal grado zero dato da una propria espressione di preferenza.Un mondo musicale in piena crisi esistenziale, sempre più in picchiata verso la voragine dell’oblio governato dalla pirateria, poteva restare al di fuori di un così grande cambiamento? Ovviamente no, risposta scontata. Il web che si configura oggi di fronte agli occhi del music business è fatto sempre più da piattaforme “on the cloud” e musica fruibile, oltre che in formato digitale, sempre più via streaming.
La digitalizzazione aveva già portato alla lenta morìa del formato fisico, ma sembra proprio che la nuova frontiera possa essere ancora più intangibile. Si sta formando in un orizzonte non troppo lontano, la possibilità di una soluzione al gravoso problema della pirateria, ed insieme ad essa anche tante nuove possibilità per la promozione e la visibilità di band e più in generale di un qualsiasi progetto artistico. Per quanto riguarda la promozione, è innegabile, almeno di non volersi trincerare dietro retrograde ed inutilmente nostalgiche posizioni, che Facebook abbia regalato ad aziende, case discografiche, artisti, e musicisti di ogni sorta, il potere, se ben istruiti, di potersi promuovere molto più che con ogni altro mezzo finora utilizzato, questo sempre grazie alla forza della condivisione. Non serve ragionare nemmeno molto per ricordarsi che “condividere” trova nella musica, una floridissima spiaggia di approdo.
Non è un mistero che la musica tenda per sua natura a unire le persone piuttosto che a dividerle, fin dalla notte dei tempi, fosse anche solo per potersi confrontare riguardo un particolare gusto o ascolto. A questo punto quindi, quale sarebbe la miracolosa soluzione offerta dal Web per arginare il problema della pirateria, dopo averlo per sua natura creato? Il nome sulla bocca di tutti oggi è Spotify.  Spotify è fondamentalmente il modello portato alla ribalta con Napster, con la differenza di essere legale, finanziato da abbonamenti o spot pubblicitari.
Il funzionamento è semplice, grazie ad un abbonamento mensile si può accedere, ma solamente in streaming, a tutta la musica immaginabile, se invece non si vuole pagare, si deve accettare uno spot pubblicitario dopo un numero determinato di ascolti.
Il ragionamento non fa una piega. Per invogliare all'abbonamento, per gli utenti Premium è stata implementata la possibilità di sincronizzare le playlist di Spotify con i propri dispositivi iPod e portare così tutta la propria musica preferita con se, senza il limite dello streaming. Spotify non è l’unico servizio simile, gli fanno compagnia anche Grooveshark, Pandora o Rdio, ma nessuno di questi è disponibile in maniera completa sul suolo italiano, dove l’esperimento Downlovers è stato un colossale fiasco.

La differenza maggiore di Spotify rispetto ai suoi rivali, è essere entrato nelle grazie di Zuckerberg con una joint-venture che promette grandi novità soprattutto per i musicisti. Questi ultimi, grazie all’enorme circolo innescato da un post automatico di Spotify su Facebook, potranno godere del potere di diffusione generato dalle condivisioni e dai conseguenti click sulla canzone che, quando anche non usufruite tramite abbonamento, porteranno ad una rendita sicura attraverso gli spot pubblicitari obbligati agli utenti non paganti.
Il sistema sta facendo breccia nei cuori di tutto il mondo, negli USA Spotify sta già dilagando, come anche nei maggiori paesi d’Europa (Francia, Spagna, Inghilterra e Germania), e grazie alla scelta di poter non pagare in tutta legalità, l’aumento di utenti paganti è stato tangibile e notevole. L’unica nota davvero triste di questa prospettiva è, come spesso accade, il nostro paese.
Con il già citato esperimento Downlovers, si è sperimentato come in Italia, malgrado la possibilità di scelta, la gente preferisca sempre e comunque la via della pirateria digitale, lasciando progetti come questi a marcire nei fondi della rete. Un gran peccato, ma sperare per il futuro è comunque d’obbligo.

La creatura di Zuckerberg è spesso mira di critiche e anche boicottaggio da parte di schiere di persone che la ritengono una “nuova diavoleria”, finendo per fare di tutta l’erba un fascio. La realtà è che, sicuramente con una gran controparte di difetti, Facebook ha portato anche tantissimi vantaggi e novità, capaci di rendere al meglio quando sfruttate coscientemente, come tutta la tecnologia in fondo.
Restare utilizzatori e non schiavi del mezzo, anche se talvolta è facile non riuscirci.
In uno scenario apocalittico sembra però che anche il music business, e per una volta anche i musicisti, abbiano di che ben sperare, facendo tutti i dovuti scongiuri del caso.
Pare proprio che nel mondo della condivisione, la musica possa finalmente trovare una collocazione non così tenebrosa, finendo per riappropriarsi di una delle sue capacità migliori, e cioè quella di riunire le persone.

Una volta succedeva attorno ad una radio, ma i tempi cambiano e non si può sempre cercare di dimostrare quanto si stesse meglio quando si stava peggio, serve tirar fuori il meglio anche dove tanti non lo vedono. Così oggi ci prova Spotify, tentando di raggruppare, grazie a Facebook, l’attenzione degli utenti attorno ad una canzone, e cercando di reintegrare nella concezione comune che pagare per la musica può anche essere giusto.
La potenza di un “Mi piace” invoglia le persone a raggrupparsi per idee o preferenze in comuni virtuali, che senza dubbio non sono solo felici e spensierate, ma comunque uniscono.
La corsa all’essere il “+1” determinante può quindi riservare piacevoli sorprese per tutti, se piegata al servizio di buoni propositi e mossa da principi che è necessario recuperare dopo anni di piratesco lassismo.

Dire che si possa già intravedere il sole è veramente utopistico, ma anche un timido raggio di positività a lambire il terreno non fa assolutamente male, soprattutto quando proviene dall’ultima criticatissima landa da cui ce lo potevamo aspettare.
Francesco “edward84” Sicheri

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