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Don Giovanni – W. A. Mozart

Volti indecifrabili, qualche alzata di spalle e pochi applausi accolsero tiepidamente "Le Nozze di Figaro" a Vienna nel 1786, ma Mozart verrà presto consolato dal debutto dell’opera a Praga, terza città dell’impero dopo Vienna e Budapest, capitale del regno di Boemia. Praga resterà nella storia di Wolfgang

Nel terzo appuntamento della nostra rubrica intitolata “Alla scoperta dell’Opera” andiamo alla scoperta del “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart.

Volti indecifrabili, qualche alzata di spalle e pochi applausi accolsero tiepidamente “Le Nozze di Figaro” a Vienna nel 1786, ma Mozart verrà presto consolato dal debutto dell’opera a Praga, terza città dell’impero dopo Vienna e Budapest, capitale del regno di Boemia. Praga resterà nella storia di Wolfgang la città dell’irripetibile. Il cuore del compositore inizierà a battere, seppur per pochi altri anni, di ritmi boemi dopo il 1787, data fatidica nella storia del melodramma e, perché no, della musica.
“Don Giovanni” rappresenta la svolta verso il melodramma moderno, punto di non ritorno nel percorso che traghetterà a quell’Ottocento ancora oggi fulcro delle rappresentazioni dei teatri di tutto il mondo.

Gli albori della figura di Don Giovanni sono da rintracciare nel 1630 con “El burlador de Sevilla” di Tirso de Molina. Nella sua prima apparizione conosciamo il nostro come un malato, un erotomane, incapace di far a meno della conquista sessuale. Un campione di profanità, oltre che di menzogna, il burlador raggira le proprie “vittime” conquistandone l’animo con la bugia, e non potrebbe essere altrimenti.

Da allora saranno molti i travestimenti di Don Giovanni ad avvicendarsi in scena, ogni nuovo capitolo non solo donerà al personaggio una carica di significati mutevole, ma aggiungerà di volta in volta elementi che andranno a completare le varie sezioni che compongono il mosaico del mito dongiovannesco. La sola concezione del soggetto in chiave mitica deve la sua esistenza al lavoro di Mozart, e ciò potrebbe bastare a circoscriverne la portata.

Lunedì 29 Ottobre 1787, al Teatro degli Stati Generali di Praga, andò in scena “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni“, su libretto di Lorenzo Da Ponte, collaboratore di Mozart per quella che è definita la “trilogia italiana”, di cui Don Giovanni fu la seconda opera in ordine di composizione (con “Le Nozze di Figaro”del 1786 e “Così fan tutte” del 1790).

Don Giovanni - W. A. Mozart

La pièce mozartiana condusse Don Giovanni nelle mani del romanticismo, in prima battuta, e all’immortalità in secondo luogo. Il libertino diverrà in anni più tardi simbolo della solitudine esistenziale, un Icaro al punto più alto nella fuga dall’io terreno verso un infinito parente con il divino. Sarà poi emblema della ribellione, l’anti-eroe per antonomasia, tradito dall’impossibilità d’amare, arma del Demonio nella corruzione dell’essere più nobile.

Il nostro si farà così schernitore dell’uomo e dell’umano riversando nella sete di conquista il proprio desiderio di rivalsa.La questione irrisolta dell’uomo romantico, in conflitto con la prigionia della propria individualità, si riversò anche su Don Giovanni. Al contatto con l’infinito, il godereccio seduttore sembrò sbattere le palpebre di un fanciullesco stupore, e di fronte al rifuggire dell’ideale alla sua presa, cominciò la rincorsa disincantata di ogni gonnella nel tentativo di colmar il vuoto tra sé e la lontananza dell’irraggiungibile.

Il Romanticismo connoterà quindi di carica negativa Don Giovanni, originariamente carattere positivo in quello stato di quasi balorda smania sessuale seicentesca. Per dirla con le parole di Massimo Mila, nell‘800 Don Giovanni è colui che “fa una scorpacciata di ciliegie perché ognuna lo delude, ed egli cerca sempre nella prossima la Ciliegia ideale“(1).

Per arrivare però a moderna lettura si dovette passare, molto più che per i versi di Da Ponte, per le note di Mozart. La fortuna del “Don Giovanni” risiede quindi nello spostamento del protagonista da semplice donnaiolo ad uomo cui viene germinalmente affidato il fardello di una condizione umana dilaniata tra la propria natura circoscritta e l’infinito delle sue propulsioni. Tale interpretazione fu resa disponibile dal seme gettato in musica da Mozart.

“Don Giovanni” segnò un momento fondamentale nello sviluppo del melodramma senza sconvolgerne completamente le carte in tavola. Mozart era molto lontano da velleità riformatrici, ciò che gli era sempre stato a cuore era però lo spettacolo dell’uomo. Su questo muove l’opera datata 1787. Il compositore salisburghese aveva in sé il dono di sapersi rivestire d’una musica pronta a farsi specchio della vita. L’opera seria, ormai vetusta, pomposa e sotto le mire d’ogni critica, avrebbe trovato in Mozart la fusione con l’arrembante opera comica, più dinamica, scattante e vicina alla quotidianità.
Da Ponte e Mozart furono facilitati nella scelta del soggetto da un modello a loro cronologicamente molto vicino: “Don Giovanni o Il Convitato di Pietra”, di Giuseppe Gazzaniga su libretto di Giovanni Bertati, andato in scena al San Moisè di Venezia proprio nel gennaio del 1787. 

Don Giovanni - W. A. Mozart

Mozart trovò la base di partenza per sviluppare le proprie necessità proprio nell’opera comica italiana. Dilungare i pezzi d’insieme fu quindi il primo passo, intensificando così il dialogo fra le voci in scena e avvicinando i personaggi alla colloquialità d’ogni giorno. Il turno successivo fu quello dell’intervento sulle arie, che persero molta della loro staticità guadagnando invece in introspezione. Alcune abbandonarono persino la connotazione solistica divenendo esse stesse dialoghi (“Aria del catalogo di Leporello”), assottigliando ulteriormente la transizione dal recitativo.

Altro punto focale fu l‘etichetta con cui Mozart e Da Ponte presentarono l’opera: non “opera comica”, come sarebbe stato lecito scrivere, ma “dramma giocoso”. “Giocoso” si, ma è “dramma” la parola chiave. L’opera si apre con l’uccisione del Commendatore e si conclude con la caduta negli inferi di Don Giovanni dopo il rifiuto della redenzione, certo nulla di troppo comico. Mozart fino a “Le Nozze di Figaro” aveva utilizzato la dizione “opera comica” ma con “Don Giovanni” nutrì il bisogno di modificarla, forse proprio perché ben conscio, insieme al suo librettista, d’aver compiuto un passo verso qualcosa d’inedito.

Duecentotrenta anni fa, quando la brace stava perdendo il suo vigore, Mozart e Da Ponte accesero nuovamente la fiamma di una figura che tutt’oggi riesce a calcare i palcoscenici senza apparire mai fuori dal tempo, forse per quello stretto legame con il più intimo germe dell’uomo, legame che indubbiamente tale soggetto possedeva in potenza fin dalla sua prima apparizione. Don Giovanni è “umano” con molte chiavi di lettura, uno fra i pochi personaggi ad attraversare indenne il passare del tempo, trovandosi sempre a proprio agio anche nel peggiore dei misfatti.

A cura di: Francesco Sicheri e Antonio Rostagno

Note:
(1) Massimo Mila, Lettura del Don Giovanni di Mozart, 2011, BUR saggi, RCS Libri S.p.A, Milano.

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