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Wandré, chitarre dall’anima ribelle

L’affascinante storia delle rivoluzionarie chitarre italiane.

John Sinclair, scrittore, attivista politico e manager degli MC5, e sua moglie Leni, scrissero che l’invenzione della chitarra elettrica rappresenta una pietra miliare nella storia della civiltà occidentale. Si riferivano al ruolo della chitarra elettrica nella società degli anni ’60, come arma di rivoluzione culturale.

Così come i prodotti commerciali nella pop art si trasformano in icone per ispirare un cambiamento sociale e culturale, allo stesso modo, secondo John Sinclair, le chitarre elettriche possono assumere un valore simbolico, risvegliare coscienze politiche e accendere uno spirito rivoluzionario.

Wandré Guitars

Se ci sono delle chitarre in particolare che incarnano le teorie di John Sinclair, sono quelle realizzate da Wandrè. Questo liutaio e artista poliedrico italiano, tra il 1957 e il 1968, creò gli strumenti più unici dell’era del vintage… e c’è chi dice persino dell’intera storia della chitarra.

Durante questo breve periodo, di solo un decennio circa, Wandrè costruì strumenti funzionali e ben realizzati, eppure le sue creazioni sono ricordate soprattutto per il loro design visionario e radicale. Le chitarre Wandrè sono icone concettuali di controcultura, che riflettono un sistema di valori ispirato a libertà e progresso sociale. Questi strumenti vennero prodotti con spirito pionieristico, visione artistica audace e imprenditorialità etica.

Tutto ciò, è valso agli strumenti Wandrè lo status di oggetti d’arte, spesso descritti come “sculture sonore”. Eppure questi strumenti vengono ancora suonati sui palchi e, oggi più che mai, sono tornati straordinariamente alla ribalta. In particolare, in Italia li abbiamo visti imbracciati in recenti esibizioni e apparizioni televisive di Lucio Corsi. Dunque, nell’anno in cui cade il centenario della nascita di Wandrè, ripercorriamo insieme l’affascinante storia di queste chitarre italiane dall’anima ribelle!

Wandré Guitars

“Va’ ‘ndrè!”

Non si può comprendere appieno l’essenza delle chitarre Wandrè senza conoscere l’uomo che le ha create. Antonio Pioli nacque il 6 giugno 1926 a Cavriago, un piccolo paese in provincia di Reggio Emilia, dove trascorse gran parte della sua vita. Seguì le orme del padre Roberto, un falegname e liutaio creativo ed eccentrico; costruttore di contrabbassi, chitarre, mandolini e violini.

Vandrè, scritto con la V, è il vero secondo nome di Antonio, come riportato nel suo certificato di nascita. A quanto si dice, suo padre lo chiamava in questo modo quando voleva bonariamente redarguirlo durante i suoi anni di apprendistato nella bottega di famiglia. Mentre ad un apprendista viene richiesto di rimanere sempre un passo indietro al maestro, la natura appassionata di Antonio, guidata da esuberanza e da innata curiosità intellettuale, lo portava spesso trai piedi di suo padre.

Wandré Guitars

Era allora che suo padre lo sgridava: “Va’ ‘ndrè!” che, in dialetto locale, significa “Va’ indietro, levati di mezzo!”. In seguito Antonio adottò questo suo secondo nome come nome d’arte, scrivendolo con la W per aggiungere un tocco di internazionalità.

Il giovane Wandrè crebbe in tempi difficili. Aveva solo 16 anni quando, nel 1943, si arruolò nelle brigate partigiane per combattere l’occupazione nazifascista durante la seconda guerra mondiale. Questa esperienza lo rese un convinto pacifista per il resto della sua vita. Era sua ferma convinzione che nessuna rivoluzione avesse senso senza previa maturazione di una coscienza popolare.

Dopo la guerra iniziò a lavorare nel settore edile con qualifica di capo cantiere, attività che lo portò a trasferirsi in Calabria. Questa, tuttavia, non era la vocazione della sua vita. Wandrè aveva un animo da artista dallo spirito libero, non era incline al compromesso, tantomeno ad accettare compromessi su diritti e sicurezza dei lavoratori. Dopo dieci anni, nel 1956, lasciò il lavoro nell’edilizia e tornò nel suo paese natale con moglie e figlia primogenita.

Gli strumenti Wandrè

In Emilia Pioli trovò una fervente comunità di musicisti e nel 1957 si dedicò finalmente alla progettazione e alla costruzione di strumenti musicali a livello professionale. Fu così che ebbe inizio una delle più affascinanti storie di brand di chitarre di sempre.

Nel 1958 Wandrè si associò al suo vecchio amico Enzo Cavecchi che mise a disposizione dei locali dello stabilimento di famiglia per creare un laboratorio ed iniziare la produzione su larga scala di contrabbassi e chitarre. Wandrè scelse di concentrarsi sulla produzione di strumenti elettrici, in crescente richiesta per le ampie e affollate balere dell’epoca; fu difatti la prima azienda italiana a specializzarsi nella produzione di strumenti elettrici su scala industriale.

Fin dai suoi primi progetti, Wandrè dimostrò una forte propensione all’innovazione. Aveva una naturale predisposizione per soluzioni eccentriche e un talento per la sperimentazione di design radicalmente originali, spesso caratterizzati da elementi simbolici e figurativi. Inoltre per i suoi progetti impiegava materiali alternativi considerati anticonvenzionali, se non del tutto inadatti, per la liuteria tradizionale.

Fu pioniere nell’uso di formica, plastica, vetroresina e compensato, riducendo all’essenziale l’impiego di legni di liuteria tradizionali. In particolare, l’alluminio assunse un ruolo di primo piano nel suo processo produttivo. Wandrè aveva imparato a lavorare l’alluminio da adolescente, quando lavorava nel reparto aeronautico delle Officine Meccaniche Reggiane; con i suoi strumenti mise dunque a frutto le competenze maturate in quell’esperienza lavorativa.

Wandré Guitars

Dotò i suoi strumenti di hardware in alluminio altamente risonante e costruì manici in alluminio, molti anni prima di John Veleno e Travis Bean. In questi manici non era necessaria l’anima di rinforzo del truss rod. Esplorò anche l’innovativo metodo di costruzione neck-through-body e fu così lungimirante da sviluppare manici pieghevoli per rendere i suoi strumenti facilmente trasportabili su aerei e treni.

La verniciatura era un aspetto di primaria importanza nella produzione degli strumenti che uscivano dalla fabbrica Wandrè. Veniva dedicato un tale sforzo creativo a colori e decorazioni, che ogni strumento appariva quasi come un pezzo unico. Alcuni erano persino dipinti a mano e i colori vivaci utilizzati sembravano anticipare di quasi una decade il trend del custom-painting psichedelico metà/fine anni ’60.

I partner: Meazzi e Davoli-Krundaal

Wandrè avviò presto un sodalizio con l’azienda milanese Meazzi: questi fornivano componenti elettroniche e corde mentre lui progettava e costruiva gli strumenti. Questa costituì anche la grande opportunità per Wandrè di poter contare su una rete vendita consolidata, raggiungendo una clientela più ampia.

Chitarre e bassi venivano commercializzati con il marchio Framez, anche se il design era brevettato da Wandrè e gli strumenti portavano sempre la sua firma. Alcuni modelli di quel periodo erano ribattezzati avvitando una targa Framez in plastica sul logo Wandrè della paletta. Il nome “Framez” nasce da una contrazione di “Fratelli Meazzi”; fu probabilmente scelto per la sua assonanza con il marchio tedesco Framus, all’epoca un’azienda leader del settore. La collaborazione con Meazzi durò fino al 1961.

Nel 1959 Pioli aveva anche avviato un sodalizio con Athos Davoli, titolare del marchio Davoli-Krundaal e suo ex collega presso le Officine Meccaniche Reggiane. Questa unione ebbe più fortuna e successo della sua collaborazione con Meazzi. Oltre ad essere accomunati dalla vicinanza geografica e dall’amicizia di lunga data, i due imprenditori associarono competenze tecniche complementari: Davoli era un esperto ingegnere elettronico, progettava e costruiva pickup ed elettroniche di alta qualità e teneva in grande considerazione il lavoro di Wandrè.

La giostra

Un’intera nuova generazione di musicisti era affamata di strumenti elettrici ed elettrizzata dai venti di innovazione che provenivano da oltreoceano. Le chitarre elettriche prodotte negli Stati Uniti erano rare e costose in Europa; Wandrè offriva una facile soluzione.

Wandré Guitars

La domanda continuò a crescere e il volume di affari presto superò la capacità del vecchio laboratorio; era divenuta necessaria una fabbrica dedicata vera e propria. Ma la straripante creatività e la visione di Antonio Wandrè Pioli non avrebbero mai portato a una sede convenzionale.

Wandrè stesso progettò personalmente un edificio industriale ingegnoso e creativo. Concepì una costruzione poligonale con 15 lati uguali e angoli, dall’aspetto quasi circolare. Finestre tutt’intorno all’edificio permettevano di vedere il cielo: una simbolica dichiarazione di libertà. I ​​lavori per la nuova sede iniziarono nel maggio del 1959, adottando tecniche ingegneristiche innovative.

Nel febbraio del 1960 la fabbrica circolare entrò in funzione, consentendo una lavorazione ottimizzata e vantando soluzioni tecniche e attrezzature all’avanguardia. C’era una macchina molto costosa per la stampa di battipenna, coperture e altre parti in plastica e un sistema girevole in grado di trasportare 25 strumenti alla volta all’area di verniciatura, che valse allo stabilimento l’affettuoso soprannome di “Giostra”.

Wandré Guitars

Imprenditoria etica

Wandrè era fermamente contrario a qualsiasi modello economico basato sullo sfruttamento, che porta inevitabilmente all’alienazione e alla frustrazione dei lavoratori. L’edificio circolare della fabbrica rispecchiava la sua filosofia imprenditoriale, radicata in ideali di responsabilità sociale e valori umani. La visione di Wandrè era all’avanguardia nell’integrare l’innovazione tecnologica con un’idea progressista della società.

Il lavoro, sebbene necessario, non dovrebbe mai costituire un ostacolo per la piena realizzazione e felicità dell’individuo. Nessun successo economico può essere costruito a scapito dei valori etici e civili, nella ferma convinzione che il benessere dei lavoratori e della loro comunità non debba mai essere messo in discussione o compromesso.

Pertanto, i dipendenti erano incoraggiati ad arricchire la propria formazione culturale e artistica. In questo contesto, paradossalmente, il ruolo dei sindacati perdeva persino di importanza. La fabbrica circolare era progettata come un ampio spazio aperto dove i lavoratori potevano facilmente comunicare e interagire. Al culmine dell’attività erano impiegati circa 30 operai, tra cui molte donne.

Wandré Guitars

Una testimonianza diretta

Gianfranco Borghi era uno di questi dipendenti, lavorava come verniciatore e decoratore nel reparto finitura. Ho avuto il piacere di incontrarlo alla scorsa edizione di Cremona-Musica. Una tecnica inconfondibile utilizzata da Gianfranco Borghi era la finitura “Candleburst”: il corpo veniva annerito con il fumo di una candela prima di applicare la laccatura finale.

Questa era la tecnica del cosiddetto “fumage surrealista”, utilizzata da Salvador Dalí, che era tra le principali fonti di ispirazione per Wandrè. Questi motivi surreali a volte ricordano macchie di Rorschach.

Borghi ci racconta di prima mano l’atmosfera che i lavoratori respiravano all’interno della fabbrica circolare; racconta che il lavoro non era percepito come un peso. Non c’erano linee guida rigide, a ogni membro del personale veniva accordata la fiducia per occuparsi di un compito specifico, facendo sentire tutti responsabilizzati, valorizzati e coinvolti.

Wandré Guitars

Ai lavoratori veniva chiesto di svolgere un ruolo creativo nel processo di produzione, di conseguenza non venivano mai prodotti due strumenti esattamente uguali. Al di là del progetto originale, ogni pezzo portava anche il tocco personale di chi lo aveva costruito in quel particolare momento.

Gianfranco fa un esempio: mentre lavorava alla finitura di un contrabbasso, ebbe l’idea di mettere del colore sulle zampe di una gallina e farla camminare sullo strumento per ottenere un motivo decorativo originale ed efficace. Questo tipo di approccio creativo era incoraggiato fino al punto da divenire pratica comune nella fabbrica circolare.

Inoltre, i dipendenti erano liberi di gestire i propri turni e orari di lavoro e, nel tempo libero, la fabbrica rimaneva a disposizione, per consentirgli di lavorare a progetti personali utilizzando gli attrezzi dell’azienda. In sintesi, la nuova disposizione circolare dello spazio di lavoro era stata concepita in modo che a nessuno venisse mai più detto: “Va’ ‘ndrè!… Togliti dai piedi, levati di mezzo!”.

Il mercato internazionale

Gli strumenti Wandré a questo punto erano esportati in molti paesi e commercializzati con diversi marchi, come ad esempio Dallas nel Regno Unito e Doris in Francia.

In una scena del documentario “Don’t Look Back”, girato durante il tour inglese di Bob Dylan nel 1965 e pubblicato un paio d’anni dopo, Dylan si imbatte nella vetrina di un negozio di musica e rimane colpito da un modello Wandrè Rock Oval. Esclama: “L’Italia ha fatto quella chitarra? Non esistono quelle chitarre negli Stati Uniti!”.

In realtà, le chitarre Wandrè furono inizialmente importate negli Stati Uniti dal distributore newyorkese Maurice Lipsky, che le vendeva con marchio “Orpheum”. Con le chitarre Orpheum, negli anni ’50, Lipsky si era rivolto alla stessa fascia di mercato di strumenti quali Harmony, Stella o Kay, offrendo qualità discreta a prezzi accessibili. Nel nuovo decennio, con l’aumento di popolarità della chitarra elettrica, Lipsky rivolse la sua attenzione a strumenti europei più economici.

Infatti, alcuni modelli costruiti da Wandré, grazie alle tecniche costruttive uniche e ai materiali alternativi, potevano essere offerti a prezzo competitivo. Tuttavia, sebbene a buon mercato, gli strumenti Wandré erano tutt’altro che scadenti.

Altri strumenti rinvenuti in USA riportano lo sconosciuto marchio Avalon, (da non confondere con l’odierno marchio britannico) probabilmente lo stesso distributore che commercializzava sul mercato americano gli stravaganti strumenti di fabbricazione orientale finiti tra le mani delle famigerate Shaggs.

In seguito, le chitarre Wandré raggiunsero i negozi americani con il marchio dell’importatore Don E. Noble. Don Noble, con un po’ di supponenza, inviò a Cavriago una serie di annotazioni, con critiche e appunti a riguardo di alcuni dettagli costruttivi degli strumenti Wandrè; in particolare Noble rilevò che nelle chitarre di Cavriago, a differenza delle Gibson, le estremità dei tasti non fossero coperte dal binding del manico, il che a quanto pare, urtò l’orgoglio di Pioli.

Il vento cambia

Alla fine degli anni ’60, il mercato degli strumenti musicali subì un drastico cambiamento, purtroppo non a favore di Wandrè. Le chitarre di fabbricazione americana conquistarono il segmento di fascia alta, attirando l’attenzione e i capitali di grandi multinazionali. D’altro canto, le copie di fabbricazione giapponese conquistarono la fascia bassa del mercato, offrendo poca fantasia o innovazione, ma un rapporto qualità-prezzo decisamente vantaggioso.

Inoltre, in un mercato influenzato dalle star internazionali, nessun testimonial di rilievo all’epoca aveva sponsorizzato Wandrè. I chitarristi sono attratti dagli strumenti usati dai propri guitar heroes, nella speranza di poter giocare “ad armi pari” e avvicinarsi il più possibile al loro suono. Di conseguenza, la domanda divenne sempre più conservatrice, stabilizzandosi sugli standard ormai imposti dai marchi leader.

Gli acquirenti divennero meno avventurosi e la popolarità delle rivoluzionarie chitarre italiane declinò rapidamente. È anche vero che il mercato richiedeva una produzione più omogenea e un catalogo più semplice e diretto. Antonio Pioli non era un uomo d’affari. Con animo da artista, voleva che il processo produttivo fosse anche un atto creativo. Detestava l’idea di una produzione uniforme e omologata, fino al punto di rifiutare di attenersi con rigidità alle specifiche richieste negli ordinativi.

Proprio mentre la chitarra elettrica raggiungeva lo status di prodotto di massa, il tempo per gli audaci esperimenti di Wandrè era terminato. Gianfranco Borghi conferma che durante i giorni di crisi in cui l’azienda dovette affrontare la bancarotta, i dipendenti contribuirono persino offrendo ore di lavoro non retribuite. La fabbrica circolare chiuse definitivamente i battenti il ​​31 dicembre 1968.

È realistico stimare che durante tutta la sua attività, Wandrè abbia prodotto un totale di 35-40 mila strumenti, compresi contrabbassi e lap steel. Ѐ una quantità tutto sommato relativamente limitata rispetto ad altri produttori dell’epoca a cui va naturalmente sottratta un’ampia percentuale di pezzi andati perduti, distrutti o irrimediabilmente danneggiati nel corso dei decenni successivi.

Dopo la chiusura della fabbrica, Antonio Wandrè Pioli si dedicò ad abbigliamento e accessori in pelle e coltivò la sua passione per la motocicletta. Canalizzò la sua creatività nella scultura e nell’arte performativa sperimentale, diventando un esponente del movimento Fluxus. Morì il 15 agosto 2004, all’età di 78 anni, dopo un decennio di declino fisico e psichico.

L’edificio della fabbrica circolare è ancor oggi in piedi, è attualmente utilizzato come magazzino. Un lodevole gruppo di appassionati denominato “Partigiani di Wandrè”, di cui fanno parte lo stesso Gianfranco Borghi, il biografo Marco Ballestri e l’ingegnere Giorgio Menozzi, sta ora promuovendo un progetto di ristrutturazione e valorizzazione per trasformare il vecchio edificio in un museo dedicato alla vita e all’opera di Antonio Wandrè. Menozzi ha pubblicato un interessante libro su questo argomento.

La riscoperta

I primi anni ’70 furono un periodo in cui a nessuno sembrava più importare nulla dei vecchi strumenti Wandrè; molti andarono a finire nei mercatini delle pulci e nei negozi dell’usato. Ho un paio di amici che hanno fatto ritrovamenti molto fortunati. Il musicista americano Buddy Miller racconta di aver acquistato per 250 Dollari un intero stock di 5 Noble/Wandrè NOS trovate in un “pawn shop” del Colorado; un fondo di magazzino di chitarre rimaste invendute per anni. Un modello “Soloist” proveniente da questo stock è tutt’oggi il suo primo strumento.

Tuttavia, non passò molto tempo prima che gli strumenti di Cavriago emergessero dall’oblio, riscoperti e riconosciuti come preziose chitarre vintage, pezzi da collezione e persino oggetti d’arte. Il compianto Daniel Zeiller, ex proprietario del negozio Guitare Collection nel quartiere Pigalle di Parigi, fu uno dei primi a riscoprire le Wandrè. In quasi 50 anni, mise insieme una rinomata collezione. Altro fan di rilievo della prima ora di chitarre Wandrè è Dieter Gölsdorf, titolare del marchio Duesenberg.

Principali modelli e testimonial

Wandrè progettò e produsse circa una trentina di modelli, tra chitarre e contrabbassi. A volte, lo stesso modello viene commercializzato in versioni e nomi differenti, il che può ingenerare confusione. Altro aspetto insolito è che anche i battipenna venivano presentati con un nome di modello a sé stante, a seconda della forma e della configurazione. A mio gusto personale, troviamo i modelli di chitarra più rappresentativi e desiderabili nella produzione del primo periodo, dagli esordi del marchio fino ai primi anni ’60.

Wandré Guitars

Uno dei primi modelli prodotti è concepito nel 1957 ed è denominato “Rock’n’Roll”, un ardito design realizzato in omaggio a questo genere musicale, allora ancora fresco ed emergente. Le linee radicali e anarchiche del body si sposano egregiamente con le sonorità irriverenti che arrivavano attraverso l’oceano partendo dalla mitica Sun Records di Memphis. Alcuni trovano allusioni sessuali nella forma delle buche di risonanza.

Queste allusioni divennero ancora più esplicite nel modello BB, introdotto anch’esso nel 1957. Il suo design sinuoso trae ispirazione dalle forme sensuali di Brigitte Bardot. L’attrice sex symbol recentemente scomparsa, aveva appena recitato da protagonista nel film “Et Dieu… Créa la Femme” diretto da Roger Vadim; una pellicola destinata ad agitare i sogni degli uomini di quel periodo.

Wandré Guitars

I variopinti segna-posizione in celluloide colorata diventano un tratto distintivo della produzione Wandrè più fantasiosa e riportano, oltre ad altri simboli ed indicazioni, anche il nome del modello. Joe Perry degli Aerosmith prese in prestito dalla collezione di Johnny Depp una splendida BB azzurra per un celebre servizio fotografico. Anche Steve Hackett dei Genesis ha avuto un flirt con una di queste meravigliose chitarre.

Nel 1958 arriva la straordinaria semiacustica Waid, nome creato unendo i nomi di Wandrè e di sua moglie Ida. Il modello Selene, introdotto sempre nel 1958, si ispira alla forma della luna crescente.

Wandré Guitars

I modelli Spazial e Rock Oval, anch’essi nati nel periodo Framez, traggono ispirazione dall’immaginario futuristico dell’era della corsa allo spazio. In particolare, la Rock Oval eredita la forma stravagante della Rock’n’Roll ma il suo profilo è assottigliato prendendo a modello un disco volante, come raffigurato nei presunti avvistamenti e foto dell’epoca.

Quando queste chitarre furono prodotte, in Europa non era ancora stato adottato il formato standard di 1/4″ per la presa jack e molti strumenti di questo periodo presentano invece un’insolita presa mini-jack.

Wandré Guitars

La leggerissima “Spazial” arrivò nel 1959, disponibile sia come chitarra che in versione basso. Nonostante l’apparenza da solid-body, in realtà è una hollow-body dal peso inferiore ai 2,5 Kg. Il modello Rock è anch’esso un “peso-piuma”, realizzato in duplice versione: sia come chitarra (Modello Rock 6) che come basso.

Grazie alla raffinata costruzione “neck-through” in materiali misti, il vuoto diventa parte integrante dello strumento, che di conseguenza vanta leggerezza e maneggevolezza senza precedenti. Particolare divertente, Wandrè ebbe l’idea per il suo design avanguardistico guardando il cerchio del water. La forma del foro sulla spalla era praticamente lasciata a discrezione degli operai e varia da un pezzo all’altro.

La Blue Jeans fu introdotta nel 1959, commissionata da Davoli come strumento economico per principianti e amatori, da vendere in bundle con un amplificatore con lo stesso nome. La Blue Jeans seguiva le orme del modello Piper già commercializzato da Framez e divenne il modello Wandrè più popolare e venduto.

La Blue Jeans era disponibile in diverse configurazioni; le prime versioni non avevano nemmeno una presa jack, solo un cavo saldato direttamente al pickup. Fino a quando uscì di produzione, nel 1967, il modello subì diverse fasi di restyling e venne presentato sul mercato americano con il nome “Teenager”. Esistono anche varianti più raffinate e costose come la Nuova, la Major e la Lux.

Wandré Guitars

Al contrario, il nome “Tri-Lam” è inteso spesso in modo inappropriato come nome del modello, quando è invece una dicitura che si riferisce alla costruzione in multistrato trilamellare del corpo. Le Blue Jeans montano i pickup Davoli dalla tipica forma trapezioidale che troviamo sulla maggior parte delle chitarre prodotte a Cavriago a partire dal ’59. Questi trasduttori sono noti per la loro impedenza di uscita relativamente bassa e per l’eccezionale ampiezza dello spettro di frequenze.

Il primo nuovo modello uscito dalla fabbrica rotonda fu la Bikini, considerata la prima chitarra al mondo con un amplificatore a batterie integrato. La sua forma ricorda una motocicletta. Questo è probabilmente il modello Wandrè più raro, e divenne ancora più ricercato quando il compianto Ace Frehley dei Kiss lo usò nel periodo dell’album “Music from the Elder”, nel 1981. A quanto pare, questa sua preziosa chitarra è ora dispersa.

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Una nuova solid body arriva nel settembre del 1961 e porta il nome del secondo figlio di Wandrè, Roby per celebrarne la nascita. Il sistema del ponte con leva del vibrato è altamente stabile e affidabile. In effetti, Wandrè era un appassionato di motociclette e, come Paul Bigsby, le sue competenze meccaniche tornarono utili per la progettazione di hardware per chitarre di qualità.

Un’utopia Realizzata

Oltre a essere strumenti funzionali ed esteticamente unici e pregevoli, le chitarre Wandrè sono la preziosa eredità di una gloriosa pagina di storia della chitarra. L’avventura di Wandrè è stata spesso descritta come “guitar utopia”. Viene definita “utopia”, una comunità immaginaria dove le persone vivono e lavorano felici, in perfetta armonia; così perfetta da apparire un paradiso irraggiungibile che può esistere soltanto nei nostri sogni. Tuttavia, queste chitarre sono la prova che questa utopia è realmente esistita.

Oggi sentiamo continuamente parlare di lavoratori vessati e sfruttati, a cui non viene concesso neanche il tempo di andare in bagno, seguendo una logica in cui gli esseri umani sono al servizio del profitto, piuttosto che il profitto essere al servizio degli esseri umani.

Quindi, la fabbrica Wandrè era un’utopia? O, più semplicemente, siamo noi ad aver rinunciato troppo presto al nostro sogno di vivere in armonia e trovare benessere e realizzazione condivisi nel nostro lavoro?

In ogni caso, le chitarre Wandrè sono veri manifesti scultorei, testimonianze tangibili di un’epoca e di una controcultura da cui abbiamo ancora molto da imparare. Per approfondire questo affascinante argomento, suggerisco di consultare il documentatissimo sito web fetishguitars.com o la lettura del libro “Wandrè” di Marco Ballestri, una biografia definitiva e una fonte inestimabile di informazioni.

Questo mi porta a ringraziare Marco Ballestri e tutto il collettivo “I Partigiani di Wandrè” per la preziosa e generosa collaborazione.



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