C’è una cosa che non si capisce davvero in cuffia: l’aria che si muove. Quella che ti arriva addosso quando un ampli spinge, lo speaker lavora, il palco vibra e il fonico ti guarda con lo stesso entusiasmo con cui guarderebbe un sub che fischia.
È lì che la chitarra smette di essere solo un suono e torna a essere un fatto fisico, concreto. E qui arriva la domanda scomoda: quanti chitarristi oggi sanno ancora domare un suono ad alto volume?
Non è una domanda nostalgica, né l’ennesimo derby analogico contro digitale. È una questione di abitudine, e di un certo tipo di competenza che si sta spostando altrove. Non sta sparendo, ma cambia forma. E quando cambia forma, qualcuno resta indietro senza accorgersene.
Billy Corgan, per esempio, lo racconta senza giri di parole parlando di come è cambiato il suo modo di suonare gli assoli dal vivo. Dice che oggi, suonandone molti meno, se ne fa due o tre in un live deve “fare il punto” molto velocemente, ed è più interessato alla cinetica del solo che alle singole note.
Poi arriva la linea che mette in prospettiva tutta la retorica della “tecnica”: “Non c’è più niente di veramente impressionante nel saper suonare la chitarra a un livello decentemente alto, ormai”. Il motivo è semplice: se su YouTube trovi “50 ragazzini di 10 anni che suonano Eruption”, il fatto che tu sappia farlo non è più notizia.
La differenza, dice Corgan, la fa la qualità espressiva, il sentimento, la capacità di trasformare quella tecnica in qualcosa che esiste anche nel mondo reale, non solo nei video. E poi, aggiungiamo noi, la differenza tra farlo in cameretta con una IR a 2 di volume e noise gate e farlo con il setup vero che usava Eddie Van Halen, di cui spesso tanti colleghi hanno detto “quella chitarra riusciva a controllarla solo lui” (tra cui lo stesso Corgan quando lo ha conosciuto e gli ha chiesto di provare il suo rig, per il povero Billy è stato come salire su un cavallo imbizzarrito…).
In altre parole: non basta più saper suonare bene, devi saper reggere il contesto. E il contesto, quando parliamo di chitarra elettrica, non è mai solo un file audio.
Quando il volume alto ti smaschera
A volume basso puoi permetterti parecchie illusioni. Il tocco può essere un po’ disordinato, il palm muting non sempre pulitissimo, il vibrato ogni tanto stonato: la combinazione di poca pressione sonora, ambiente controllato, monitoraggio ravvicinato e magari un po’ di compressione “amica” ti perdona molto. Non che non si sentano gli errori, ma aiuta, non poco.
È un ambiente addomesticato, spesso perfetto per studiare, registrare in casa, fare contenuti, ma non ti prepara davvero a quella botta di realtà che è un ampli che respira.
Quando alzi il volume, invece, succedono almeno tre cose fastidiose ma formative:
- la dinamica del plettro (attacco) diventa molto più evidente: se colpisci le corde in modo irregolare, lo senti e lo sentono tutti
- il sustain e il feedback – anche quello indesiderato – si allungano, quindi ogni nota sbagliata, ogni corda che vibra senza volerlo rimane “in aria” più a lungo
- le compressioni “di sistema” (finale dell’ampli che lavora, speaker che si muove, stanza che soffre delle riflessioni sonore) modificano il tuo suono a prescindere da quello che hai impostato sulla pedaliera
Se ci aggiungi distorsioni generose, delay, riverberi, modulazioni varie, non stai coprendo gli errori: li stai mettendo in evidenza. Il palm muting approssimativo diventa un tappeto di basse indefinito. Il vibrato fuori centro diventa una sirena. Il legato pigro si trasforma in un impasto indistinto. Il volume alto non è macho: è crudele. E proprio per questo è istruttivo.
Locali più silenziosi, palchi più piccoli, più vincoli
Non viviamo in un vuoto pneumatico. I live club, i festival, i piccoli spazi cittadini devono fare i conti con normative, controlli, vicinato, sostenibilità. Le regolamentazioni del suono hanno livelli in decibel ben definiti e mai generosi, c’è un margine, ma è un margine che devi saper gestire, e che varia da Paese a Paese.
E le difficoltà non sono solo tecniche. Molti addetti ai lavori ritengono che regole troppo rigide possano alterare l’esperienza del live e minacciare la diversità artistica, in particolare per generi basati su basse frequenze importanti.
Inoltre, basta a volte una sola lamentela di un vicino per mettere in crisi un locale, con il paradosso di un singolo individuo che pesa più di centinaia di spettatori. Non c’è bisogno di essere romantici per capire perché tanti gestori preferiscano giocare d’anticipo e chiedere “state più bassi”.
Risultato: ti abitui a suonare quasi sempre in un range di sicurezza fisico e sociale. Niente più “muro di suono”, il che sicuramente è salutare per l’udito ma non è detto che l’ear monitoring faccia meno danni. Anzi, un ear monitoring mal gestito, un fonico distratto, un malfunzionamento… ricordatevi sempre che in quel caso il driver lo avete dritto sparato nel padiglione auricolare, ci si può fare molto, molto male.

Il mercato: cuffie, preset e modeler che spingono
Mentre cambiano le regole del gioco, il mercato fa il suo mestiere e segue il flusso. I dati di fine 2025 pubblicati da Guitar World sui report di Reverb sono piuttosto chiari: nella lista dei prodotti più venduti, modeler e ampli di tipo modeling dominano la Top 10, con macchine come Neural DSP Quad Cortex, Line 6 Helix e Positive Grid Spark in cima.
Reverb arriva a dirlo senza mezzi termini: “quando metti insieme tutti gli ampli tradizionali e i modeler, è chiaro che i modeler hanno vinto questa battaglia”.
Ma attenzione, si legge anche che, se guardiamo al volume complessivo degli scambi, i combo e le testate tradizionali hanno comunque superato i modeler per 4 a 1 nel 2025. In altre parole: i valvolari non sono spariti, stanno semplicemente vivendo più di compravendita “organica”, magari passando da un chitarrista all’altro, da un contesto all’altro.
Questo doppio movimento – più modeler nuovi venduti, ma ancora tanti ampli veri che girano – racconta bene dove siamo: una fase di transizione in cui tanti chitarristi crescono direttamente dentro l’ecosistema delle pedaliere digitali, mentre una massa critica di ampli fisici continua comunque a circolare (probabilmente tra i più grandicelli di età?).
E qui torniamo alla domanda iniziale: se non ti capita quasi mai di accendere quegli ampli nel loro “sweet spot” di volume, che tipo di rapporto stai sviluppando con il suono? E poi ancora più importante, come fai a gestire la simulazione digitale di un amplificatore… se non hai mai suonato il suo corrispettivo reale a volume almeno sopra il primo quarto?
Attenuatori, load box e l’arte di spingere senza litigare
Per fortuna non siamo costretti a scegliere tra “rompere i timpani a tutti” e “non alzare mai oltre il due”. Esiste una categoria di strumenti – load box, attenuatori, sistemi reamp – che fanno esattamente da ponte tra necessità moderne e logica old school dell’ampli che lavora davvero.
Una load box è un dispositivo dà un carico in modo sicuro l’uscita di un ampli, permettendoti di usarlo senza cassa collegata o con la cassa molto più bassa, trasformando il segnale in linea per registrare e aggiungere simulazioni di cassa.
Gli attenuatori, invece, assorbono parte dell’energia dell’ampli e lasciano il resto al cabinet, riducendo il volume percepito senza rinunciare alla saturazione del finale. Quelli “reactive” cercano di mantenere la famosa impedance curve, cioè quel dialogo dinamico tra ampli e speaker che rende vivo il feel; i resistivi tendono a semplificarla, con il rischio di un suono più scuro e compresso man mano che abbassi il volume. Non è filosofia: è la differenza tra un ampli che “spinge ma contenuto” e un ampli che sembra infilato sotto una coperta.
Questa roba, oggi, non è più esoterica: è parte del vocabolario minimo per chi vuole sfruttare l’ampli senza farsi odiare da fonici, vicini e colleghi. Ma anche qui, la tecnologia è neutra: puoi usarla per evitare di affrontare il suono che respira, oppure per entrarci gradualmente, in modo più responsabile. Dipende da quanto sei disposto a farti mettere in crisi.
Giovani chitarristi, tecnica e contesto
Arriviamo al centro del discorso. I chitarristi di oggi sono, mediamente, più bravi di quelli di vent’anni fa? Sul piano tecnico, probabilmente sì: accesso a didattica infinita, trascrizioni, backing track, possibilità di registrarsi e ascoltarsi, confronto continuo. Il rischio, però, è che questa crescita avvenga in un ambiente quasi totalmente controllato: volumi gestibili, monitoraggio perfetto, zero imprevisti.
Corgan, parlando di chi fa numeri sui social, individua un punto cieco: vede pochissima di quella tecnica tradursi in musica d’impatto, in grandi canzoni, in band che spostano realmente l’ago della bilancia. Non dice che i nuovi chitarristi non siano bravi; dice che, spesso, quel talento resta confinato in un formato che non prevede il confronto con un pubblico vero, un palco vero, un suono che può sfuggirti di mano.
Domare un suono di chitarra ad alto volume è proprio questo: una forma di alfabetizzazione al mondo reale. Significa imparare a:
- controllare il rumore quando la distorsione e il gain non perdonano
- gestire il feedback in modo musicale, non come incidente
- dosare effetti ambientali e modulazioni per non trasformare il mix in una pozzanghera
- suonare con un tocco che tenga conto della stanza, non solo del preset
Non è una gara a chi alza di più: è una questione di responsabilità sonora. Sapere che, se sali, devi anche saper tenere la barra dritta.
Non è una crociata, è una competenza che vale la pena salvare
L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’ennesimo sermone “si stava meglio quando gli ampli erano a palla e non c’erano i modeler”. Non siamo boomer!
Il digitale ha risolto problemi reali, ha aperto possibilità nuove, ha reso accessibile un certo tipo di qualità prima impensabile in casa. Non si tratta di fare i romantici dell’headroom perduto.
Si tratta, semmai, di non buttare via una competenza utilissima: saper stare in piedi dentro un suono che ti travolge un po’. Perché il giorno in cui ti ritrovi su un palco dove l’aria si muove davvero – festival, tour come turnista, produzione con ampli veri, anche solo una jam in un posto che non ha paura del volume – quello non è più “un problema tecnico”: è il test di tutto quello che hai imparato.
E forse, proprio come succede con gli assoli secondo Corgan, la virtù non sta nella quantità ma nella qualità: non serve alzare sempre tutto, ma ogni chitarrista – soprattutto i più giovani, anche i più tecnicamente dotati – avrebbe bisogno di passare da quella zona di verità almeno ogni tanto.
Giusto per ricordarsi che la chitarra non vive solo dentro i preset, ma anche dentro l’aria che sposta.










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