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meazzi jupiter

Un tuffo nel vintage con le chitarre-basso italiane a 6 corde

Siamo abituati a pensare che 6 corde siano solo sulle chitarre, ma decenni fa in Italia si producevano così anche i bassi elettrici!

Nel 1956 la Danelectro introdusse un basso a sei corde, un’ottava sotto la chitarra, la cui arma vincente, secondo il marketing Danelectro, era che la diteggiatura e l’intonazione erano uguali a quelle di una chitarra. Fender produsse il suo basso a sei corde dal 1961 chiamandolo semplicemente Fender VI.
Questo nuovo – e strano – strumento, nacque da una tecnica che veniva usata moltissimo nel country e chiamata «tic-tac bass». Consisteva nel raddoppiare le linee di basso con quelle di una chitarra, meglio se accordata più in basso possibile e divenne abbastanza popolare anche tra i gruppi elettrici strumentali (Jet Harris degli Shadows usava un Fender Bass VI). 

La letteratura internazionale ignora totalmente il contributo europeo quando prova a raccontare la storia del basso a sei corde. Nel 1961 in Francia appare sul catalogo Major-Conn il modello realizzato da Jacobacci per la sua serie Ohio (innovative chitarre oggetto di culto tra gli appassionati) ma anche Burns e Höfner produssero modelli a sei corde. 

Welson

In Italia è probabilmente Welson a produrre verso il 1964 il primo e unico basso a sei corde rivestito in celluloide. La scala è di soli 26”, solo mezzo pollice in più di una Stratocaster, ma tutto tradiva le sue origini da basso, in particolare la paletta con un’inedita disposizione delle chiavette, quattro sul lato superiore e due aggiunte in basso. Proprio la configurazione che oggi è stata brevettata da Ernie Ball. 

Meazzi

Nel 1964 appare anche il Meazzi Jupiter, che per le sue innovative caratteristiche era destinato ai professionisti. La Meazzi chiamava questo strumento “basso tenore”. Nella serie Jupiter tutto era pensato per gli studi di registrazione e i concerti. 

La caratteristica distintiva era costituita da due potenziometri regolabili con un cursore a slitta circolare su una scala in plexiglas bianco e oro. Quello inferiore miscelava i due pickup con l’obiettivo di poter cambiare suono senza discontinuità mentre si registrava. Il potenziometro superiore era il volume generale. L’elettronica attiva a transistor consentiva anche una equalizzazione con controlli di tono separati. Il tutto sembrava la consolle di uno studio di registrazione a cui la chitarra chiaramente si ispirava. Dulcis in fundo, un interruttore al mercurio la spegneva automaticamente quando la si poneva in verticale preservando la durata delle batterie che venivano garantite per un anno.

EKO

I primi bassi a sei corde della Eko appaiono tra il 1966 e il 1967 quando si realizzarono circa 15 esemplari di Barracuda (ne sono giunti fino a noi addirittura due! Entrambi in Europa) e qualche esemplare di basso violino 995 VI destinato agli USA. 

Poi all’inizio degli anni Ottanta si fece una versione a sei corde del basso acustico BA. L’acronimo della sigla stava per “Basso Acustico” ma celava anche il nome del suo ideatore, Alfredo Bugari, allora tecnico della Eko e più tardi creatore del marchio Stonehenge con cui costruì un modello di chitarra e basso senza corpo e con la cornice smontabile. 

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