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Marcus Miller, il Basso al potere

Il decimo appuntamento con la nostra rubrica "Partiamo dal Basso" ci fa incontrare una vera e propria leggenda vivente dello strumento: Marcus Miller.

Suono, tecnica, groove: aspetti di grandissima importanza per un musicista, a maggior ragione se bassista. E sono davvero pochi i maestri dello strumento che possono considerarsi influenti su tutti questi aspetti nella misura in cui lo è Marcus Miller.
Un nome leggendario nel mondo delle corde grosse, spesso troppo superficialmente correlato al concetto di slap, che pure ha saputo far evolvere in una direzione assolutamente innovativa prendendo spunto dai pionieri della tecnica come Larry Graham, Louis Johnson e Stanley Clarke.

Figlio d’arte, avviato giovanissimo alla musica tramite lo studio del clarinetto (che tutt’ora sfoggia con una certa frequenza e grande abilità durante i suoi concerti), il giovane Marcus inizia a farsi un nome come bassista nella sua New York già da ragazzo, approdando appena ventenne nella band del celebre show Saturday Night Live.
A dargli la prima grande ribalta è il sodalizio con Miles Davis nell’album Tutu (1986), uno degli ultimi capitoli della storia del grande jazzista nel quale Miller porta un sostanzioso contributo scrivendo la maggior parte dei brani, compresa la title track.

Benchè come detto possa essere riduttivo limitare il contributo di Marcus Miller al solo slap, resta il fatto che il progresso tecnico che egli ha portato in questo segmento rientra tra i più importanti di sempre.
Una delle particolarità che stupiscono dello stile slap del bassista americano è la capacità di comportarsi da strumento lead in maniera credibile (chiunque provi a confrontarsi con un solo di basso sa quanto complicata possa rivelarsi questa pratica) e restando al tempo stesso totalmente fedele al contributo ritmico che lo strumento racchiude tradizionalmente: merito di una formidabile abilità nel passare dal pensiero ritmico a quello melodico, del quale parleremo anche più avanti.

Dal punto di vista strettamente tecnico il suo utilizzo dell’approccio double thumb ha letteralmente fatto scuola: tanti gli esempi di grande spessore nella sua discografia, uno dei più apprezzati è senza dubbio rappresentato dal brano “Power“, traccia di apertura dell’album  (2001).

Ma non solo slap, come dicevamo più su. Pane, Jazz e clarinetto non potevano che avere come effetto lo sviluppo di un fraseggio tutt’altro che scontato, caratteristica che Miller non nasconde mai a prescindere dalla tecnica utilizzata.
Nei suoi brani il basso ha sempre un ruolo di primo piano tanto nei temi quanto nelle immancabili sessioni di solo, momenti che dal vivo possono raggiungere picchi di intensità vertiginosi.

L’aspetto melodico dimostra ulteriormente, qualora ce ne fosse bisogno, che il bassista in questione ragiona come un musicista a tutto tondo, calandosi in un ruolo da band-leader che non rappresenta una consuetudine nella tipologia di strumento.
E se come detto si è distinto come abile solista ai fiati in tantissime occasioni, ci piace in questa sede rappresentare la caratteristica del fraseggio nella meno frequente performance al basso fretless, storicamente terreno preferito di altri giganti dello strumento.

Ma Miller è tutt’altro che un bassista arroccato nella propria grandezza: a testimoniarlo un elenco di partecipazioni come session man al lavoro di grandi artisti di ogni genere musicale, facendo la sua comparsa in centinaia di lavori di personaggi che vanno da Michael Jackson a Elton John, da Herbie Hancock a Beyoncé, da Eric Clapton a George Benson e via proseguendo.

Un occhio anche alla didattica, con le non rare e sempre partecipatissime clinic tenute anche nel nostro paese, occasioni nelle quali l’artista dimostra di possedere un approccio all’insegnamento che forse meriterebbe una maggiore attenzione nell’ambiente e un percorso di fruizione più strutturato.

Tornando alle grandi collaborazioni, non si contano davvero i momenti in cui il bassista ha condiviso il palco con dei colleghi d’eccezione. Un caso bellissimo è rappresentato da questa performance del brano “Panther“, con una lineup da urlo completata da George Duke (tastiere), Lee Ritenour (chitarra) e Vinnie Colaiuta (batteria).

Abbiamo lasciato per ultimo l’elemento fondamentale: il groove. Già, perchè tutto ciò che Marcus Miller pensa, scrive e suona, lo fa all’insegna di una sensibilità ritmica che non vacilla nemmeno di fronte alle acrobazie tecniche più complicate.
Le origini dello strumento vengono rispettate in ogni occasione, lo stesso Miller compositore si dimostra costantemente orientato a una filosofia nella quale l’impronta armonica e melodica della fusion jazzistica combacia sempre e comunque con un approccio ritmico degno del Funk più fondamentale.

In conclusione è davvero inevitabile una menzione al suono. Quel Fender Jazz Bass del 1977, modificato all’epoca da Roger Sadowsky con l’aggiunta di un preamp attivo a due vie e in seguito riprodotto dal brand californiano in varie versioni signature, è diventato nel tempo una vera icona di stile e sound nel mondo del basso elettrico, andando a suggellare definitivamente e meritatamente il ruolo di Marcus Miller nella storia dello strumento.

Cover Photo by Bengt Nyman - CC BY 4.0