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Cliff Burton, la visione del basso nel Metal

Non sono soltanto i fan dei Metallica a interrogarsi su cosa sarebbe stato del basso elettrico nella musica metal senza l'avvento del compianto Cliff Burton.

Non sono soltanto i fan dei Metallica a interrogarsi su cosa ne sarebbe stato del basso elettrico nella musica metal senza l’avvento del compianto Cliff Burton.

Benchè purtroppo assai breve, l’esperienza e il lascito di questo indimenticato artista rappresentano un qualcosa con cui il bassista appassionato dei generi più heavy deve fare i conti da circa trent’anni a questa parte; una discografia inevitabilmente sintetica, nella quale possiamo immaginare che sia presente soltanto una parte della poetica tecnica e creativa di Burton, anche se la parte in questione risulta comunque parecchio incisiva.

Non aiuta la scarsità di documenti live che vedano la sua partecipazione: ciò nonostante non si può per questo motivo sorvolare nel raccontare la storia musicale di un soggetto così rappresentativo per il mondo del basso nel genere di riferimento.

Cliff Burton fu reclutato dai Metallica nel 1982. In un’epoca in cui il thrash metal non si chiamava ancora così, la band (che vedeva ancora Dave Mustaine come chitarrista solista) decise di sostituire il bassista Ron McGovney grazie anche a un’esibizione dei Trauma di Burton, durante la quale l’artista si lanciò in uno spettacolare shredding condito dal massiccio utilizzo di distorsione e del pedale wah-wah, all’epoca di raro utilizzo per gli strumentisti a corde grosse.

Al concerto assistettero James Hetfield e Lars Ulrich, entusiasti della performance (che inizialmente attribuirono a un chitarrista) al punto di arrivare a cambiare città per avere Burton nella loro formazione.
Pare che la performance a cui si fa riferimento si sia successivamente evoluta nel pezzo “(Anesthesia) – Pulling Teeth“, il primo contributo del bassista ai Metallica incluso nell’album “Kill ‘Em All” (1983), ma soprattutto vero e proprio “manifesto bassistico” di Cliff Burton.

Nel successivo LP “Ride the Lightning” (1984) Burton partecipò largamente anche alla composizione dei pezzi, sei dei quali (su otto complessivi) lo vedono come co-autore. L’artista poteva contare su una solida formazione musicale: il suo percorso era iniziato in tenera età con il pianoforte e la musica classica, per poi spostarsi successivamente sugli strumenti a corde, e sul basso nello specifico, attraverso generi come il jazz, il blues e alcune espressioni del rock.
Geezer Butler dei Black Sabbath fu uno dei suoi principali riferimenti come bassista, al pari di colleghi decisamente meno vicini all’area metal come Geddy Lee e in particolare Stanley Clarke.

Tanta varietà di modelli, tenuta a freno nelle situazioni in studio (per l’evidente necessità di restare focalizzati sul comportamento caratteristico del genere), veniva lasciata sfogare in misura maggiore nelle esibizioni dal vivo, come ad esempio quella della celebre “Fade to Black” nel video qui sopra; si noti in particolare l’interessante utilizzo dei fill in accompagnamento al lungo assolo di chitarra conclusivo, decisamente meno (se non per nulla) incisivi e presenti nella traccia in studio.

Dallo stesso album è tratto un altro dei momenti più distintivi dello stile di Cliff Burton. Stiamo parlando dell’iconica “For Whom the Bell Tolls“, celebre per l’introduzione sostenuta da un riff di basso anch’esso caratterizzato da un suono pesantemente distorto, ai limiti del fuzz, e dall’utilizzo del wah-wah.

Un caso in cui l’approccio quasi chitarristico di Burton trova sfogo non soltanto nel sound ma anche nelle scelte di fraseggio e del registro più elevato dello strumento: è assai indicativo questo estratto dal video album “Cliff ‘Em All“, pubblicato nel periodo immediatamente successivo alla tragica scomparsa dell’artista.

Nel gear di Cliff Burton una delle presenze più memorabili è quella del basso Aria SB Black’n Gold I (utilizzato per l’appunto anche nel video qui sopra), mentre in precedenza si era visto con il notevole Rickenbacker 4001 rosso visibile nella clip live di “(Anesthesia) – Pulling Teeth”.
Tra gli amplificatori utilizzati è degna di nota la combinazione di due testate valvolari Mesa Boogie D-180, una delle quali raccoglieva il segnale clean dello strumento; in fatto di effetti a pedale è celebre il suo apprezzamento per il Morley Power Wah Boost (rimesso in produzione negli anni recenti sotto forma di signature), mentre in molti sono concordi riguardo l’utilizzo del distorsore Big Muff Pi di Electro-Harmonix di produzione russa.

Nella pietra miliare “Master of Puppets” (1986) Cliff Burton compare come co-autore di un numero inferiore di pezzi, tuttavia il suo contributo musicale è forse ancora più evidente che in precedenza (probabilmente a causa dell’influenza che portò inevitabilmente sulle due principali menti compositive, ovvero Hetfield e Ulrich).
Un ottimo esempio è il brano “Orion“, uno strumentale di quasi 8 minuti e mezzo, nel quale si evidenzia un suggestivo intermezzo lento (pare scritto dallo stesso bassista) a fare da contraltare alle altre fasi più ruvide del brano.

E chissà come avremmo potuto proseguire questa storia senza quel maledetto 27 settembre 1986, quando il terribile schianto del tour bus della band nelle campagne del sud della Svezia causò la tragica scomparsa di Clifford Lee Burton. Ad appena 24 anni, e tuttavia lasciando comunque tanto come artista e soprattutto come bassista.

Scegliamo di chiudere proprio con la sua traccia nella title track dell’album, a nostro parere un vero e proprio masterpiece che tutti gli aspiranti bassisti dell’area heavy metal dovrebbero prendere come esempio.