John Petrucci, un grande virtuoso sulle strade del prog

John Petrucci, un grande virtuoso sulle strade del prog

I Dream Theater del terzo album, Awake, nelle parole di un John Petrucci sempre più stabile sul gotha dei chitarristi più ammirati dal pubblico internazionale.

All'epoca dell'intervista realizzata da Simone Sello e pubblicata su Chitarre n.104, nell'autunno del 1994, erano passati solo due anni dalla pubblicazione di Images And Words, l'album che aveva lanciato i Dream Theater a livello mondiale come protagonisti di una nuova ondata di rock progressivo.

Accanto a John Petrucci, Mike Portnoy e John Myung c'era dunque già la voce di James LaBrie, mentre il ruolo di tastierista era momentaneamente scoperto, vista la defezione di Kevin Moore subito dopo le registrazioni di Awake.
Jordan Rudess, menzionato tra le ipotesi, avrebbe in realtà dovuto aspettare cinque anni per entrare nella band, al termine di un intertempo riempito da Derek Sherinian.

La carta vincente dei Dream Theater era quella di riuscire a coniugare il virtuosismo puro in stile prog rock degli anni '70 con l'energia e i volumi di suono del metal più recente.

A parlare è dunque un Petrucci ancora orgoglioso endorser Ibanez con la sua variopinta JPM100, fresco dei notevoli successi live in patria come nell'accogliente Giappone o in Europa.

Il nuovo lavoro, Awake, mi sembra piuttosto diverso dal precedente, Images And Words, in certi momenti molto più introspettivo. Avete cercato appositamente questo sound, oppure è semplicemente venuto fuori da sé?

Dal punto di vista timbrico abbiamo sperimentato soluzioni diverse, usando nuovi suoni di tastiere, chitarre a sette corde e bassi a sei, e abbiamo provato altre soluzioni per la voce, ma dal punto di vista della composizione del materiale non ci siamo imposti nulla, tutto è venuto fuori da sé.

Dunque c'è la chitarra a sette corde nel disco?

Sì, in un paio di brani: è un modello custom, concepito come una variazione sulla Jem Ibanez. L'ha costruita per me un liutaio che si chiama Mace Bailey.

Ho sempre ammirato il lavoro di Kevin Moore nei Dream Theater. Mi puoi spiegare meglio perché è uscito dal gruppo, dopo aver registrato quest'album?

Beh, è accaduto che nel corso degli ultimi due anni Kevin si è accostato a degli stili molto diversi dal nostro; si è messo a registrare un sacco di materiale alternativo techno-indu­strial, in cui tutto è distorto (la voce, i campionamenti, la batte­ria, ecc), e progressivamente si è distanziato del tutto dal mondo dei Dream Theater.

Ovviamente il suo allontanamento è stato un po' duro da accettare da parte di tutti, ma sia lui che noi ci siamo resi conto che forse era l'unica soluzione. Verso la fine di ottobre faremo un paio di spettacoli promozionali a Los Angeles, e alle tastiere ci sarà Jordan Rudess, che in passato ha suonato con Vinnie Moore e i Dixie Dregs, ma in realtà non è un sostituto permanente: ancora non sappiamo chi rimpiazzerà Kevin e stiamo sentendo un po' di persone in giro.

Ascoltando la strumentale "Erotomania" mi sono venute in mente certe atmosfere tipiche dei primi dischi di Emerson, Lake & Palmer. Visto che voi siete considerati una delle migliori band di progressive rock tra quelle delle ultime generazioni, vorrei che mi chiarissi quali sono le vostre influenze, citando nomi vecchi e nuovi.

Tra i musicisti degli anni '70 posso sicuramente men­zionare gli Yes, i primi Rush, Frank Zappa e i Dixie Dregs, men­tre tra quelli recenti ammiro i Metallica, i Jane's Addiction e anche altri gruppi di questo genere.

Nella sezione centrale dello stesso brano c'è un intervento classicheggiante molto impegnativo tecnicamente. A questo proposito vorrei chiederti se Yngwie Malm­steen è tra i tuoi preferiti riguardo a quel tipo di cose, oppure hai in mente qualcun altro.

Sì, l'ho ascoltato un sacco quando avevo diciassette anni, come tutti quanti: quando è uscito fuori lui, è stato una specie di terremoto. Comunque, per quanto riguarda le mie influenze classiche, ho cercato più che altro di rifarmi agli originali, studiando dei pezzi per violino sulla chitarra, principalmente di Bach.

Anche "Mirrors" è molto bella: quello che mi piace soprattutto è il groove intricato, basato sulla sovrapposizione ritmica di figure in tre e in quattro. Vorrei sapere come lavorate in gruppo su questa cose e sui tempi dispari, ed eventualmente chi vi ha fatto venire voglia di sviluppare questo tipo di approccio verso la musica.

Di certo l'ascolto dei primi Yes e dei Rush, ma in parti­colare di Zappa, ci hanno aiutato moltissimo nello sviluppo di un sound arricchito con poliritmi e i tempi dispari; per quanto riguarda il nostro lavoro di gruppo, delle volte proviamo diretta­mente tutti insieme, magari lentamente, e delle altre abbiamo bisogno di scriverci le parti, soprattutto per i brani più impegna­tivi, in maniera che quando ci rivediamo ognuno ha già le idee più chiare su come andare avanti.

"Lifting Shadows Off A Dream" mostra un altro lato ancora della vostra produzione: mi sembra un brano più 'europeo', un po' alla U2, se vogliamo, con quel delay sulla chitarra. Che cosa avevate in mente durante la sua composizione e realizzazione?

Effettivamente gli U2 sono un altro gruppo che ci ha invogliato moltissimo a ricercare delle soluzioni dinamiche parti­colari per la nostra musica. In realtà, noi non vogliamo suonare come nessun'altra band, ma è chiaro che in determinati momen­ti si sentirà di più l'influenza dei Metallica o degli Yes o degli U2 e credo che questo sia inevitabile.

John Petrucci - Ibanez Petrucci in una pubblicità Ibanez del 1995

L'ultima canzone, "Scarred", è molto particolare, soprat­tutto nell'orchestrazione: vuoi parlarmene un po'?

Sì, ero alla ricerca di sonorità leggere, mescolate però con qualcosa di semi-distorto; ho usato un'Ibanez Talman, piuttosto diversa dal resto della loro produzione perché monta dei monobobina che le danno un attacco molto particolare, di tipo più vintage. L'ho usata in "6:00" per questo motivo, e anche in "Scarred", appunto, ho usato un mix tra suoni puliti e semi-distorti. Per il resto del brano ho usato la mia solita sei corde, doppiandola stereofoni­camente come per dare l'effetto di due persone che suo­nano insieme, usando amplificatori differenti.

John, mi aspettavo che su Awake avreste incluso "A Change Of Season", quel vostro brano che dura venti minuti: lo farete uscire ufficialmente, prima o poi?

Mi piacerebbe molto, davvero, ma il problema è che sta­volta preferivamo mettere del nuovo materiale, mentre "A Change Of Season" avrebbe tolto un sacco di spazio! Per questo motivo non riesco bene a immaginarmela su un LP, ma ci piacerebbe un sacco pubblicarla, anche da sola, magari in un EP... (uscirà effettivamente su EP nel settembre 1995, ndr)

Passando alla tua tecnica chitarristica, mi piacerebbe sapere se c'è qualche elemento che ti ha incuriosito di più degli altri attraverso questi anni, visto che in realtà fai un uso abbondante sia di plettrata alternata che di sweep-picking, tapping, ecc, che sono tutte cose molto diverse tra loro.

In realtà, cerco più o meno di integrare nel mio modo di suonare tutto ciò che mi sembra utile all'espres­sività, comunque mi sento molto più a mio agio nel plet­traggio alternato rispetto allo sweep. Inoltre, credo di fare un discreto uso del legato.

Dream Theater I Dream Theater del 1993 sulla copertina di un disco live

Curiosando tra i tuoi dischi tro­veremmo senz'altro qualcosa di Steve Vai, di Steve Morse e di Yngwie Malmsteen, ma ci vuoi menzionare qualche altro chitarrista che ti piace particolarmente?

Beh, ho sempre apprezzato Al Di Meola, Allan Holdsworth, Mike Stern, John Scofield, e un sacco di altri ancora, forse troppi!

Per concludere questa chiacchierata, puoi dare un consi­glio ai nostri lettori, visto che che la tua conside­razione presso di loro sembra in netta crescita?

Dunque, vediamo... La prima cosa che mi viene in mente, così su due piedi, è di non avere mai paura di sperimen­tare nuove soluzioni, soprattutto sonore. Voglio dire che talvolta secondo me bisogna addirittura sforzarsi di usare stru­menti o accordature nuove, o anche amplificatori diversi, in maniera da abituarsi a espandere la propria creati­vità.

Poi bisogna pensare a tutti gli aspetti della musica, quando la si studia: molti chitarristi tendono a chiudersi nel loro mondo di riff e lick, trascurando il ritmo e l'armonia, con risultati tristemente immaginabili... Quando si compone della musica, inoltre, vale lo stesso discorso: bisogna esplorare e speri­mentare, interessarsi a forme diverse da quelle che si conosco­no già, alla continua ricerca dell'espressione.

L'articolo completo di Simone Sello è disponibile sul numero 104 di Chitarre/1994, acquistabile scrivendo a [email protected].


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