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Federico Poggipollini rispolvera il Rock d’altri tempi

Più che un normale album, un progetto di valorizzazione della musica e del Rock in particolare, il tutto senza trascurare lo storico, grande amore: la chitarra.

È uscito un disco particolare, perché vede un affermato artista del panorama nazionale cimentarsi in un’opera di rivisitazione di un certo tipo di musica prodotta a cavallo di una decade assai significativa quando si arriva a discutere del contesto di genere italiano.

Capitan Fede

Benché un personaggio come Federico Poggipollini dovrebbe avere ben poco bisogno di presentazioni, come di consueto spendo due parole sull’artista.
Bolognese doc, è nella città felsinea che si fa le ossa come musicista, fino all’incontro con la chitarra che segnerà in maniera profonda la sua carriera artistica. Poco più che ventenne, entra a far parte dei Litfiba, coi quali incide i primi due capitoli della Tetralogia degli Elementi; dal 1994 diventa fedele compagno di viaggio di Luciano Ligabue, un sodalizio tutt’ora attivo che contribuirà a incrementare la notorietà di Capitan Fede.

Ma Poggipollini è anche un artista solista di lungo corso: datata 1998 la pubblicazione di Via Zamboni 59, primo di una serie di cinque album in studio che vede nel protagonista di questa pubblicazione il suo episodio più recente.



Canzoni rubate

Un’importante tracklist composta da sette brani strumentali (per lo più di durata contenuta), l’inedita e significativa “Delay” e nove rivisitazioni di pezzi editi: è a questi ultimi che è lecito ricondurre il titolo del disco.
Ma se di “furto” si tratta, è furto d’autore: la selezione di cover, volutamente incentrata sulla produzione musicale italiana del periodo a cavallo tra gli anni ’70 e la fine degli ’80, si è volutamente soffermata su componimenti dal significato attuale, i quali si presentano qui in una veste musicale accurata e arricchita dalla firma chitarristica e vocale di Federico.

Canzoni rubate non è un’opera sviluppata all’insegna non dell’immediatezza: non si potrebbe dire altrimenti di un disco da 17 tracce che vede intervallarsi brevi ma intensissimi momenti strumentali, nei quali la chitarra si prende la scena in espressioni di grande atmosfera e ispirazione, con la personale rilettura di brani come l’inno New Wave “Trappole” di Eugenio Finardi (un’energica partecipazione alla voce), la “Città in fiamme” dei Tribal Noise (band locale nella quale Poggipollini iniziò come bassista) o anche “Varietà“, composizione a quattro mani, quelle eminenti di Mogol e Mario Lavezzi.

Canzone quest’ultima che si lega a una delle tematiche forti del disco, quella del ricordo: l’ascolto del brano cantato da Lavezzi ci porta indietro fino al 1990, anno in cui Capitan Fede era in tour con Gianni Morandi (grintoso co-protagonista della versione presente nel disco) nell’occasione che lo portò a conoscere e a fissare nella memoria il brano, rivisitato in questa sede con decisa dolcezza.

Bologna e gli anni ’80

Il doppio filo conduttore con l’antica Felsina e con il periodo della gavetta musicale di Poggipollini è costantemente riproposto nello sviluppo di Canzoni rubate.
Bologna è viva nell’immaginario dell’artista attraverso la riproposizione di momenti significativi quali “Il chiodo” degli Skiantos, la suddetta “Città in fiamme” ma anche la collaborazione con il giovane cantautore Cimini (cosentino di nascita, bolognese di adozione) nella cover di “Monna Lisa” di Ivan Graziani.

Quanto allo scenario musicale degli anni ’80, sono le tematiche dei brani selezionati, ma anche la firma caratteriale dei suoni scelti, a descriverlo con nostalgica accuratezza.
Senza dimenticare la passione di sempre, la chitarra, mai messa in disparte e anzi colore fondamentale per una resa tutt’altro che monotona di atmosfere a volte molto differenti: come nel caso di “Delay”, unico inedito non strumentale del disco, brano nel quale la sei-corde funge da discreta ma emozionante seconda voce.

Foto di Daniela Tudisca © su gentile concessione di Sfera Cubica

Ricercatezze chitarristiche

Siccome l’elemento strumentazione chitarristica è per me tutt’altro che fondamentale, non ho resistito alla tentazione di sapere quantomeno quali chitarre ha utilizzato Poggipollini per la realizzazione di Canzoni rubate.
Si tratta bene come sempre, il buon Fede: nel disco ha suonato alcune vere primizie, come una Epiphone Casino del ’63 e una Gibson ES-335 del ’72, affiancate da particolarità come una Hondo del 1980 e una Silvertone Bobcat, non sorvolando sull’eccentrica e affascinante Guild Starfire e sull’affidabile Fender Stratocaster Plus (datata 1990).

In conclusione

Vado ripetendo fino alla noia che mai come oggi c’è bisogno di Rock. È importante che le nuove generazioni ci mettano del loro, ma altrettanto fondamentale è che chi è già rodato nel mestiere non trascuri di indicare la strada con cadenza regolare.

In questo senso, Canzoni rubate è a mio avviso un’iniziativa che non dovrebbe passare sottotraccia. Il disco celebra adeguatamente alcune glorie dal carattere non particolarmente mainstream, e che forse proprio per questo hanno bisogno di essere riscoperte.
L’interpretazione di Poggipollini, a metà strada tra il nostalgico e l’attuale, può rappresentare un ottimo viatico per coloro che non sono avvezzi a quel tipo di linguaggio, ma che non vedono l’ora di scoprirlo.

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