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La Musica ad occhi chiusi: un’esperienza rivoluzionaria

Devo ammettere che mi resta davvero difficile il tentare anche solamente di toccare la superficie di un argomento così vasto e controverso come quello sottinteso dalle parole “ascoltare la Musica“.

Da un lato perché sembra un concetto banale – e chiarire il valore reale di un concetto apparentemente banale è compito degli autori più audaci – dall’altro perché racchiude davvero una vastità di cose da dire che potrebbe richiedere anni di pubblicazioni.

Quindi, per salvarmi in corner e provare a giocare un po’ con voi, propongo a tutti i Musicoffili e neofiti del mondo Hi Fi un piccolo ma grande esperimento: ascoltare la musica ad occhi chiusi.

Ovviamente, non vorrei pensaste che stia accumulando banalità dentro altre banalità, come fossero matrioske, perché l’aspetto su cui mi vorrei soffermare non è solo l’attenzione o il cuore che si può mettere in un’azione, ma qualcosa di più pratico, relativo alla cosiddetta “scena sonora“, di cui parleremo più avanti.
Alla fine del gioco, sono abbastanza sicuro che il 99% di coloro che non avevano mai provato qualcosa del genere, cambieranno molto delle loro abitudini di ascolto.

Prima di continuare, alcune indicazioni fondamentali:

  • chiudetevi nella stanza col vostro impianto stereo (prego il cielo ne abbiate uno, anche entry level)
  • spegnete/mettete offline il vostro cellulare
  • spegnete il vostro pc (a meno che non lo usiate per lo streaming musicale ovviamente)
  • chiudete porte e finestre, abbassate le luci lasciandole soffuse oppure preparatevi a spegnerle del tutto
  • pregate chiunque sia in casa di non disturbarvi per almeno una mezz’ora
  • eliminate qualsiasi fonte di rumore
  • musicisti, giù le mani dagli strumenti!

Se non potete soddisfare una o più di queste condizioni, l’esperimento non avrà molto senso…

Bene, passiamo ora ad una fase molto importante, la calibrazione del vostro impianto.
Ora, per spiegare bene il perché di tutto ciò dovremmo spendere molto tempo in alcuni concetti di fisica acustica e riportarli alle specifiche dei vostri ambienti e mezzi di ascolto.
Non ci interessa in questo caso, stiamo giocando, quindi prendiamo solo i seguenti semplici accorgimenti, dato per assunto che possediate un sistema d’ascolto con i classici due diffusori separati destro e sinistro, non uno di quei “all-in-one” che tanto sembrano andare di moda nei centri commerciali.
Premessa: non tutti hanno a disposizione la stanza perfetta e ci si scontra sempre con i limiti dell’ambiente, ma si può (e si deve) arrivare a un ottimo compromesso usando qualche accortezza, un po’ di orecchio e le regole “auree”.

1 – eliminate il più possibile ostacoli intorno (soprattutto davanti!) alle casse e cercate di gestire bene le superfici assorbenti (scaffali pieni, divani, tende, ecc.) e moderare le riflettenti (vetri, finestre, pavimenti in marmo, ecc.) soprattutto ai lati dei diffusori e sulla parete dietro di essi

2 – mettete i diffusori davanti a voi, a una distanza di almeno mezzo metro dalla parete di fondo (soprattutto se hanno il bass reflex posteriore), ma se proprio non potete raggiungere tale misura minima, staccatele comunque quanto vi è possibile

3 – tenete le casse alla stessa altezza e se non sono di tipologia da pavimento, ma le più tipiche cosiddette “bookshelf”, allora non fatevi ingannare dal nome perché il 99% non sono affatto progettate per stare su scaffali pieni di libri, ma su piedistalli (stand), libere e con buona “aria” intorno (fate quindi il possibile per non soffocarle)

4 – a meno che non si rientri in rari casi in cui il progetto sonoro finale le include (Harbeth ad esempio), togliete le griglie parapolvere da davanti i diffusori lasciando gli altoparlanti a vista (anche a un orecchio non esperto fa la sua differenza)

5 – ed ora il passaggio fondamentale: la triangolazione!

Triangolazione e angolazione (toe in) dei diffusori vista dal punto di ascolto

Ok, qui fermo l’elenco a punti numerati per farmi capire in parole semplici (ci provo).
Mettete le casse a un paio di metri di distanza tra loro, se non ce la fate per esigenze di spazio cercate di non scendere sotto il metro e mezzo.
A questo punto giratele (toe in) entrambe verso il centro. Quanto? Qui ci vorrebbe un orecchio fino perché non tutte le casse e tutti gli ambienti sono uguali (alcune casse sono addirittura progettate per poter stare anche parallele, mi vengono in mente talune belle Tannoy).
Iniziate rivolgendo il centro degli altoparlanti in asse con le vostre orecchie, passerete in futuro agli aggiustamenti di fino eventualmente.

Per la nostra prova basterà che vi dica questo: la vostra posizione di ascolto, al centro, dovrà essere a una distanza esattamente uguale (o circa) a quella che c’è tra le casse. In pratica, voi e le due casse siete i vertici di un triangolo equilatero.
A questa distanza, le linee rette immaginarie che partono dai coni devono congiungersi esattamente dietro la vostra testa (non troppo, considerate max 10cm dietro di voi).
Per capirci mi avvalgo di una buona grafica che ho trovato in rete (non fate caso al tavolo, è pensata per una posizione da studio ma la sostanza non cambia poi tanto):

Photo by Stefano Olla

E invece l’altezza del punto di ascolto? Ok, considerate che idealmente il vostro orecchio dovrebbe stare più o meno alla stessa altezza del tweeter dei diffusori.

Ci siamo, abbiamo trovato la nostra posizione di ascolto, il cosiddetto “sweet spot“. Lo so, qualcuno sarà arrivato qui pensando “che noia, tutto sto casino per ascoltare un po’ di musica“.
Ebbene sì, ma una volta trovato lo sweet spot “è per sempre” come diceva una vecchia pubblicità, tenetevelo stretto!

Ok, siamo pronti. Adesso come e cosa ascoltiamo?
Prima di tutto, date (qui e nella vita) una chance alla qualità sonora. Se siete appassionati, dovrete farlo.
È imperativo tanto quanto per il cuoco non provare le sue leccornie in piatti di plastica e non condirle con scadente olio di mais.
Quindi non importa che budget avete, ma spendetelo bene e in modo equilibrato. E se davvero provate amore per la Musica, uno sfizio in meno e qualche soldo nel salvadanaio in più è una buona idea, per poi entrare anche in punta di piedi nel mondo dell’Hi-Fi, non dico audiofilo, ma quantomeno di ottimo entry level (fatevi guidare da un esperto e non andate nei centri commmerciali, andate nei negozi specializzati!).
Quindi:

  • Se ascoltate in streaming e/o file digitali (la cosiddetta musica “liquida”), fatelo alla più alta risoluzione vi è concessa dal file stesso e dal vostro convertitore (se avete un buon DAC esterno meglio).
  • Se ascoltate in cd, sappiate che tra il lettore-masterizzatore integrato nel computer e un buon lettore stand-alone c’è una bella differenza (e non occorre spendere i “mila” euro). In ogni caso, cercate di isolare il lettore dalle vibrazioni.
  • Se ascoltate in vinile, non siate “vintage” a tutti i costi se non avete tempo/voglia/know how specifico per rimettere in sesto vecchi apparecchi (pur splendidi). Le informazioni contenute nei solchi dei (buoni) vinili sono tante e bellissime, ma vanno tirate fuori e ci sono ad oggi mezzi moderni per farlo alla grande (ed è un campo dove il detto “più spendo, meno spendo” ha davvero senso, anche senza fare follie).

Però ripeto, per il fine del nostro gioco, adesso usate quello che avete in casa.

Bene, cosa ascoltare? Quello che vorrei proporre è di farvi immergere completamente nella cosiddetta scena sonora. Che è la cosa probabilmente più ricercata in assoluto dagli amanti della riproduzione musicale, cioé il sentir ricreare a casa propria quella tridimensionalità di strumenti e voci che i produttori del disco hanno pensato in origine (o ripresa durante un live o una registrazione in presa diretta).

Un disco non è solo un insieme di suoni, ma un insieme di suoni in uno spazio (virtuale o reale che sia). Ed è questo che, almeno una volta, differenziava studi di registrazione, produttori, band… dischi!
Non stiamo parlando di un modo per ascoltare un suono “più stereo” (la registrazione resta quella che è) e non c’entra nulla con i concetti moderni di dolby sorround, è l’idea artistica di fondo che conta, ciò che vi immerge nella musica tanto quanto vi immergete coi piedi nell’acqua del mare d’estate, invece che restare a prender gli schizzi sul bagnasciuga.

Scegliete quindi la musica che più vi piace, tendenzialmene le registrazioni acustiche con una voce al centro rendono da subito questo tipo di sensazione, ma potrei anche consigliarvi dischi come l’MTV Unplugged di Eric Clapton oppure l’esperienza di un brano realizzato più artificialmente in studio come Welcome to the Machine dei Pink Floyd con i suoi suoni decisamente spaziali in ogni senso.
Ma anche una delle tante buone registrazioni Jazz o addirittura una magnificente musica classica.

E adesso la cosa più importante: ascoltate prima il brano a luci accese, occhi aperti, senza distrarvi ma in maniera tutto sommato “normale” con i mezzi che usate di solito, magari mentre girovagate per la stanza.

Dopo averlo fatto, mettetevi nello sweet spot e riascoltate il brano chiudendo gli occhi. D’obbligo è anche avere una luce minima, soffusa, nell’ambiente, ma se volete avere un’esperienza al 100%, spegnete tutto. Luci spente e occhi chiusi, buio totale.
In questo modo, come dimostrato da innumerevoli studi, togliamo al nostro cervello alcune gravose occupazioni e distrazioni, portando l’udito ad emergere come primo tra i nostri sensi.
Non c’è niente di esoterico, semplicemente aumenta notevolmente la concentrazione e quindi la capacità di ricevere e decodificare i segnali uditivi.

A questo punto lascio a voi la parola, per dirmi se la vostra esperienza sui due modi di ascolto è stata solo lievemente diversa, o se piano piano, man mano che il cervello si staccava da tutto il superfluo ed entrava dentro la musica, si sia rivelata un’esperienza tridimensionale e per certi versi rivoluzionaria.
Se l’esperimento è andato a buon fine, vi sarete accorti che non si è trattato meramente di ascoltare “meglio” (come fosse una questione di risoluzione maggiore o minore), ma anche di ascoltare molto di più, cioé molte micro-informazioni musicali contenute nei dischi che, vuoi per distrazione o per soglia del rumore alta intorno a voi, finora vi eravate persi.
Ho parlato di “micro” ma non pensiate che ciò corrisponda anche a una “micro-importanza”, perché sono spesso quei particolari a fare la differenza e chi ha suonato e prodotto il disco/brano si è impegnato molto ad inserirli nell’incisione.

Spero col cuore che questo articolo venga letto ed apprezzato soprattutto dalle più giovani generazioni. Le cuffiette da smartphone le usiamo tutti (io stesso), ma la musica ha qualcosa da dire che, se vi limitate solo a quelle, non state ascoltando.

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