In sintesi. Nel maggio 1977 i Sex Pistols pubblicano God Save the Queen, brano nato come No Future e simbolo della rabbia punk verso l’establishment britannico. Tra la censura della BBC, il Giubileo d’Argento di Elisabetta II e la copertina di Jamie Reid, il singolo arriva al secondo posto in classifica e diventa un’icona della musica e della grafica del Novecento.
Un brano nato per provocare
Alla metà degli anni Settanta il Regno Unito vive una stagione di crisi economica, disoccupazione giovanile e tensioni sociali. È in questo clima che nasce il punk, un movimento che fa della provocazione e del rifiuto delle convenzioni la propria bandiera. I Sex Pistols, formati a Londra nel 1975, ne diventano in breve il simbolo più estremo e discusso.
La censura e il colpo di genio di Malcolm McLaren
L’associazione della stampa britannica ammonisce tutte le stazioni radiofoniche dal trasmettere il brano: si rischia di contravvenire agli articoli contenuti nel Broadcasting Act, il documento ufficiale di regolamentazione dei programmi radiotelevisivi del Regno Unito. La canzone non ha, musicalmente, nulla a che vedere con l’omonimo inno nazionale inglese. Originariamente, infatti, il pezzo, che paragona la gestione della famiglia reale a un regime autoritario e sostiene che l’Inghilterra non ha un futuro, doveva intitolarsi proprio «No Future».
Fu proprio Malcolm McLaren, scafatissimo manager dei Sex Pistols, ad approfittare degli imminenti festeggiamenti per il Giubileo d’Argento della regina Elisabetta II, i venticinque anni di regno, intuendo la potenza commerciale di un titolo provocatorio come God Save the Queen. Il brano venne pubblicato proprio in quei giorni, nel maggio del 1977. Il singolo, nonostante la censura della BBC, raggiunse la seconda posizione nella classifica britannica, in un clima di polemiche che alimentarono il sospetto, mai del tutto chiarito, di un boicottaggio per impedirgli di arrivare in vetta.
La copertina di Jamie Reid, icona del Novecento
Quello che colpì di più fu però la copertina, realizzata da Jamie Reid: il volto della regina con occhi e bocca coperti dal titolo del brano e dal nome della band, in uno stile da ritaglio di giornale che richiamava le lettere anonime. Un’immagine diventata un’icona del punk e della grafica del Novecento, ancora oggi citata e imitata. L’estetica del collage e del fai-da-te di Reid avrebbe influenzato generazioni di grafici e art director.
I Sex Pistols, con la loro carica eversiva, durarono pochissimo: la band si sciolse di fatto nel 1978, dopo un solo album in studio, Never Mind the Bollocks. Eppure quel breve passaggio lasciò un segno indelebile nella storia della musica, aprendo la strada a centinaia di gruppi e ridefinendo per sempre il rapporto tra musica, immagine e protesta. God Save the Queen resta, a distanza di decenni, uno dei manifesti più potenti di quella stagione.
Per chi ha fretta: 5 cose da sapere su God Save the Queen
È un brano dei Sex Pistols pubblicato nel maggio 1977, uno dei pezzi simbolo del punk britannico.
Il testo attaccava la famiglia reale e l’establishment: la stampa britannica ammonì le radio dal trasmetterla per non contravvenire al Broadcasting Act.
Il brano doveva intitolarsi No Future, frase che ne riassume lo spirito di rabbia e disillusione giovanile.
Jamie Reid, con il volto della regina sfregiato dal titolo e dal nome della band: un’immagine diventata icona della grafica del Novecento.
Nonostante la censura raggiunse la seconda posizione nella classifica britannica, tra accuse mai chiarite di boicottaggio.
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