Baroness - Blue Record

Baroness - Blue Record
Il “metallaro” tipo è quello con il giacchetto di pelle, le catene appese ai jeans strappati e i capelli lunghi, sopratutto i capelli lunghi; di questi esemplari in giro ce ne sono abbastanza, con i capelli più o meno lunghi e giacchetti più o meno di pelle, e i più attenti potranno cogliere nei loro atteggiamenti, o nei loro vestiti, la propensione per Black, Death o qualsiasi altra corrente.Tra questi caratteri distintivi uno dei più influenti e interessanti nella nuova scena Metal è la barba: potrete obbiettare che la barba nel Metal c'è sempre stata (qualcuno a cui piace tenerla lunga c'è ovunque), ma potrete osservare anche come il tasso di questa sia cresciuto notevolmente, in una certa area di questo genere musicale, non solo sui visi dei musicisti (che ogni tanto la tagliano), ma nella musica stessa.Avete capito bene, parliamo di musica “barbuta” e nello specifico, per far chiarezza, principalmente dei prodotti di Black Tusk, Torche, Kylesa, Mastodon e Baroness: gruppi cresciuti nel sud-est degli Stati Uniti, tra Georgia e Florida, che esportano un Metal rozzo e pesante che sembra potersi permettere di tutto. Lo hanno dimostrato gli ormai celebri Mastodon che, pur essendo giovani, possono vantare una discografia di tutto rispetto con brani che spaziano dall'estremo al melodico, e lo dimostrano anche i Baroness, meno famosi dei cugini di Atlanta, ma estremamente talentuosi.La scuola dei “barbuti” è caratterizzata, ricapitolando, da un Metal sfrontato, un po' rude, miscuglio di Sludge e elementi a piacere, che viene proposto con un atteggiamento non convenzionale e tendente a soluzioni nuove, scomode ma genuine e spontanee, seguendo un'estetica southern tutta loro.Quest'estetica è la radice ben visibile anche di “Blue Record”, seconda prova di questi Baroness che già con il primo “Red Album” si erano ritagliati uno spazio consistente con un'accoglienza positiva sia da parte della critica che del pubblico, probabilmente sulla scia dei Mastodon. Il confronto tra questi ultimi e i soggetti della nostra recensione viene piuttosto spontaneo, ma è anche piuttosto inutile: ci sono senz'altro affinità stilistiche che riportano alla radice comune, ma le strade intraprese dalle due entità non sembrano convergenti e i Baroness hanno una personalità propria.Questa personalità la si vede fin dalla originale introduzione che apre l'album, “Bullhead's Psalm”, con il suo fiumiciattolo sonoro delicato e soffuso, che sfocia nella pesantezza di “The Sweetest Curse” e la dinamicità della seguente “Jake Leg” (curiosità: il titolo deriva dalla paralisi,diffusa durante il proibizionismo, dovuta all'assunzione di Jamaican ginger mal distillato, NdA): due brani che ci mostrano subito l'enorme potenziale creativo della band, con un riffing brillante e coinvolgente, tra il rozzo e il melodico.Seguono “Steel That Sleeps the Eye” e “Swollen and Halo”, che vanno presi in blocco unico poiché si completano vicendevolmente: la prima spezza la solidità dei brani precedenti con un acustico dalle atmosfere estremamente piacevoli e velate che prendono concretezza e solidità in “Swollen and Halo” e la sua piacevole jam finale.“Ogeechee Hymnal” riprende il tema introduttivo in chiave distorta, e ci culla nelle acque dell'Ogeechee River (fiume della terra natia della band) fino alla trascinante “A Horse Called Golgotha”, unico singolo estratto, che fonda il suo successo (come ogni brano di questo album) su delle preziose fondamenta strumentali. Mentre i ritmi galoppanti della seguente “O'er Hell and Hide” sembrano portarci a cavallo del Golgotha narrato nella canzone precedente, con un riffing carico di groove.L'epica “War, Wisdom and Rhyme” si impone impetuosamente attraverso un solido riff, chiaramente ispirato a “The Bit” dei Melvins (già coverizzata dai Mastodon), e l'ennesimo finale al cardiopalma.Mentre “Blackpowder Orchard” porta in superficie una vena Folk sempre presente, anche se sottocutanea, nella musica del gruppo, attraverso un acustico dai toni classici e deliziosi. I ritmi lenti caratterizzano anche l'inizio di “The Gnashing”, pezzo largamente strumentale dalle atmosfere aperte e quasi serene che ci conducono alla finale “Bullhead's Lament”, con la ripresa, ancora una volta, del tema introduttivo: un filo melodico che dà un senso di circolarità all'album ed è colonna sonora perfetta dei titoli di coda.“Blue Record” si presenta, quindi, come un disco vario e piuttosto complesso, la cui assimilazione può richiedere più di un ascolto: soprattutto accettare la voce abrasiva di John Baizley non sarà cosa semplice, anche se, pur essendo tutt'altro che un usignolo, il suo canto è incisivo e si trova a suo agio nel contesto che gli si crea attorno.
Un contesto costituito da architetture strumentali anch'esse atipiche, sia dal punto di vista melodico che aggressivo, che sembrano nascere in maniera spontanea dalle ritmiche complesse ma mai fine a sé stesse delle chitarre di Baizley e Adams, da un basso maneggiato sapientemente da Summer Welch e sopratutto da un Allen Blickle superbo alla batteria, con le sue soluzioni creative e coinvolgenti (probabilmente esce dalla stessa scuola del maestoso Brann Dailor).Come suggeriscono il titolo e la particolare grafica del cd disegnata da John Baizley stesso, i Baroness continuano la loro monocromia, citando un po' il primo Picasso, incentrandosi questa volta sul blu: un colore freddo, malinconico, forte e che apre vasti spazi all'immaginazione. Nell'album troviamo tutto questo, e lo troviamo suonato con un piacere e una libertà istintiva che lo rendono un'esperienza uditiva unica e piacevolissima.Dando un ascolto a “Blue Record”, e a tutta questa scena musicale, penso anche voi sarete d'accordo nella definizione di “Metal barbuto”, anche se ufficialmente penso gli calzi la categoria di Progressive Metal: dobbiamo ricordarci che questo genere non significa infatti solamente funamboliche doti tecniche, ma progresso; la musica dei Baroness e tutti i “barbuti” sopracitati progredisce verso territori inesplorati e inusuali, non preoccupandosi di sporcarsi le mani. Chi l'avrebbe mai detto che bastava un po' di barba a smuovere le acque stagnanti del Metal?Genere: Progressive Metal

Line - Up:

John Dyer Baizley – voce, chitarra, artwork
Allen Blickle – batteria
Pete Adams – chitarra, voce
Summer Welch – basso

Tracklist:

01 Bullhead's Psalm
02 The Sweetest Curse
03 Jake Leg
04 Steel That Sleeps the Eye
05 Swollen and Halo
06 Ogeechee Hymnal
07 A Horse Called Golgotha
08 O'er Hell and Hide
09 War, Wisdom and Rhyme
10 Blackpowder Orchard
11 The Gnashing
12 Bullhead's Lament

Francesco "Forsaken_In_A_Dream" Cicero