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Maurice Ravel, realismo folk

Il discorso musicale avviato da Debussy e la sua ricerca di un nuovo linguaggio e di una nuova grammatica per la partitura, aprirono strade inaspettate. La scena parigina d’inizio Novecento, si presentava radicalmente diversa da quello che era stato l’ambiente in cui aveva esordito Debussy solo pochi anni prima. L

In sintesi: Maurice Ravel sceglie la strada del realismo folk dentro la modernità musicale francese di inizio Novecento. Eredita la libertà timbrica di Debussy, ma resta fedele a una scrittura nitida e a una passione per i materiali popolari, spagnoli e baschi. Il risultato sono partiture come Daphnis et Chloé, il Boléro, Gaspard de la nuit e il Concerto per la mano sinistra, dove rigore e colore convivono.

Il contesto: Parigi dopo Debussy

Il discorso musicale avviato da Debussy e la sua ricerca di un nuovo linguaggio e di una nuova grammatica per la partitura, aprirono strade inaspettate. La scena parigina d’inizio Novecento, si presentava radicalmente diversa da quello che era stato l’ambiente in cui aveva esordito Debussy solo pochi anni prima. L’emancipazione francese dalle strutture romantico-tedesche (wagneriane) si manifestò soprattutto nell’impegno intellettuale della figura del musicista, in sintonia con lo spiritualismo di tutta l’arte generalmente compresa.

Tra i musicisti attivi nella Parigi di fine ‘800 e inizio ‘900 troviamo Maurice Ravel, che erroneamente per anni fu considerato un discepolo dello stesso Debussy. Ravel godette precocemente di grande fama, anche a causa del curioso episodio riguardante la sua mancata ammissione al Prix de Rome nel 1905. La notorietà perdurerà negli anni, consentendogli il lusso di vivere solo del mestiere di compositore.

Maurice Ravel, realismo folk

Maurice compì i primi passi estraniandosi dalla protesta e rivolta bohémiens, mostrando una riservatezza che avrebbe presto concesso al suo operato musicale l’aggettivo “artigianale”. A differenza di Debussy, l’arte di Ravel non andava in cerca di profonde e misteriose significazioni nascoste o esoterici rimandi alle altre forme d’arte.

Van Gogh, nel Giardino di Arles, vessava se stesso ricercando il modo per catturare la realtà che gli si poneva davanti agli occhi, nel tentativo di scrollarsi di dosso le calcificate convenzioni artistiche. Il pittore aveva fatto un tentativo nell’astratto ma ciò che aveva raggiunto era soltanto un muro invalicabile. Van Gogh lottava per mettere su tela la natura bruta, il colore del cielo e della terra, affermava che l’importante era “trarre nuovo vigore dalla realtà, senza piani precostituiti e pregiudizi parigini“.

Questa era l’essenza del naturalismo dalla seconda metà dell’800 e a cavallo tra XIX e XX secolo, affiorato non solo nella ricerca di Van Gogh, ma anche nelle balle di fieno di http://www.pittart.com/monet.htm Monet, nelle opere di Honoré Daumier, nelle nature morte di Cezanne, nei romanzi di Zola e naturalmente nel più sensuale e tahitiano Gauguin.

Maurice Ravel, realismo folk

Il realismo folk e l’eredità spagnola

Possiamo collocare Maurice Ravel in questo ambito culturale, anche se il compositore fu per molti versi un unicum nella storia della musica. Ravel nacque in un villaggio, Cibourne, nella contea basca francese. Studiò al conservatorio di Parigi, città in cui visse per gran parte della sua vita, tuttavia non perse mai la consapevolezza di provenire da un altro luogo.

Era un uomo particolare, dandy, estremamente raffinato e distaccato intellettualmente, proprietario di un gusto estetico assolutamente personale e spesso non condiviso. Tale articolata personalità trasparirà nelle opere, in cui il compositore riversò anche un enorme bagaglio di materiale folk appreso nei tanti viaggi per il mondo (influenze spagnole, basche, greche, ebree, giavanesi e giapponesi).

Per diverso tempo considerato il compositore più schiettamente francese, Ravel fu in realtà un vero meticcio culturale, figlio di madre basca e padre svizzero. La musica di Ravel è un compromesso tra i mondi dei genitori: i ricordi della madre di un passato popolare e i sogni di un futuro meccanizzato del padre (ingegnere).

Nei lavori del primo decennio del Novecento Ravel portò avanti una rivoluzione vellutata, rinnovando il linguaggio musicale senza però disturbare la quiete pubblica, inserendo fin da subito alcune caratteristiche che diverranno poi peculiari anche nello stile degli ultimi anni. L’evoluzione della musica di Ravel, dai primi lavori del 1898 alle ultime liriche di “Don Quichotte à Dulcinée” del 1932, può essere presa come immagine dell’evoluzione più generale della musica francese negli stessi anni.

Maurice Ravel, realismo folk

Le opere chiave: dal Boléro al Concerto per la mano sinistra

Il periodo più fecondo per Ravel fu quello tra i 1905 e il 1908 del quale è importante ricordare composizioni come “Pavane pour une infante defunte” (1905), “Rhapsodie espagnole” (1907) e “L’heure espagnole” con libretto di Franc-Nohain (1907). Nella lenta danza di “Pavane”, spesso accostata al Debussy più etereo, o nello spassoso intreccio de “L’heure espagnole”, tentativo del compositore di rinnovare la tradizione dell’opera buffa, si delinea quella personalissima concezione di Ravel totalmente estranea al clima simbolista o impressionista.
In questi anni il compositore darà sfogo alla sua abilissima mano, soprattutto nei brani pianistici ed orchestrali, sviluppando uno stile compositivo personale governato da una precisione tale da essere definito “meccanico”.

Il virtuosismo orchestrale per cui Ravel diverrà tanto famoso obbedisce all’idea di autonomo meccanismo. Tale meccanismo mescolato all’influenza folk e popolare, trova perfetta esibizione nel celebre “Boléro” del 1928. Fin dalle prime battute è intuibile che ad ogni ripetizione nuovi strumenti o porzioni orchestrali andranno accumulandosi progressivamente. Il “Boléro” giungerà nel 1928, a nove anni dalla morte del compositore, ma la struttura precisa e perfettamente governata era già stata annunciata ventuno anni prima in “Rhapsodie espagnole”.

La vita di Ravel fu caratterizzata da una grande attività concertistica, principalmente pianistica. È risaputo che le doti di pianista di Ravel, spingeranno lo stesso George Gershwin, in visita sul suolo europeo, a chiedere lezioni al maestro. Con molta eleganza e cordialità Ravel non esitò a rifiutare le lezioni. Grazie a tanto florida attività Ravel viaggerà in lungo e in largo, assimilando sonorità delle più svariate culture, non ultima quella americana di stampo jazz.

Il “Concerto per pianoforte in Sol” del 1929 è uno dei risultati di tale contaminazione. In una struttura e una forma tradizionale, il compositore riuscì a far convivere generi d’estrazione molto diversa, dalla musica basca al jazz per l’appunto.
Ravel fu indubbiamente un innovatore silenzioso. Fortemente radicato nelle forme della tradizione, riuscì però a estrometterle con istrioniche e multilinguistiche contaminazioni. Elegante preciso e poliedrico, fu uno dei personaggi più interessanti della Parigi d’inizio Novecento.

È giunto il momento di riposare e lasciarci cullare dalle note del “Boléro”, attendendo il prossimo incontro per fare la conoscenza di un altro importante francese, Erik Satie.

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L’eredità di Ravel nella musica del Novecento

Il lavoro di Ravel ha influenzato compositori, arrangiatori e produttori molto oltre la sala da concerto. La sua attenzione al timbro è una linea diretta che porta verso il jazz orchestrale del Novecento, la grande tradizione del cinema americano, gli arrangiamenti pop più sofisticati. Per chi studia musica oggi, ascoltare Ravel resta uno dei modi più efficaci per capire come un’idea sonora possa diventare struttura.

Per chi ha fretta: 5 risposte su Maurice Ravel

1. Chi era Maurice Ravel?
Un compositore francese nato a Ciboure nel 1875 e morto a Parigi nel 1937. È considerato, insieme a Debussy, il volto principale della modernità musicale francese di inizio Novecento.

2. Perché si parla di realismo folk?
Perché Ravel attinge a materiali popolari spagnoli, baschi e francesi e li rilavora con cura artigianale, senza nasconderne l’origine. La danza, il canto popolare, l’orchestrina da fiera entrano nella sua musica.

3. Qual è la sua opera più famosa?
Il Boléro del 1928, un esperimento di ripetizione e crescendo orchestrale. Ma anche Daphnis et Chloé, Gaspard de la nuit e i due concerti per pianoforte sono centrali nel suo catalogo.

4. Qual è la differenza con Debussy?
Debussy lavora sulla dissoluzione del materiale e sull’evocazione. Ravel parte dalle stesse libertà timbriche ma costruisce strutture nitide, quasi classiche, con tagli e linee precise.

5. Cosa lo lega al jazz?
Ravel ascoltò dal vivo il jazz negli Stati Uniti negli anni Venti e ne integrò il colore in pagine come il Concerto in Sol e il Concerto per la mano sinistra. È un ponte tra colto e popolare.

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