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Il setup del tastierista moderno

Cari amici di MusicOff, benvenuti in questa nuova rubrica dedicata al mondo delle tastiere. Ci occuperemo di analizzare fin nei dettagli le svariate famiglie che compongono questa categoria di strumenti musicali, confrontandone caratteristiche e peculiarità, scoprendone punti di forza e debolezza, ipotizzando quali si

In sintesi: Costruire il setup di un tastierista moderno significa pensare a livelli: lo strumento principale (synth o stage piano), il computer come motore di suoni VST, un controller dedicato, il sistema di monitoraggio (in-ear o monitor da palco) e il rig di cavi MIDI e audio che tiene tutto in sincrono. La differenza tra un rig affidabile e uno fragile sta nei dettagli più noiosi: alimentazione, gestione cavi, ridondanza.

Cari amici di MusicOff, benvenuti in questa nuova rubrica dedicata al mondo delle tastiere. Ci occuperemo di analizzare fin nei dettagli le svariate famiglie che compongono questa categoria di strumenti musicali, confrontandone caratteristiche e peculiarità, scoprendone punti di forza e debolezza, ipotizzando quali siano gli abbinamenti più utili per un determinato scopo e valutando gli aspetti salienti del ruolo del tastierista e dei suoi strumenti in contesti di studio e dal vivo.

In questa prima parte faremo una panoramica su ciò che il mercato offre attualmente, suddividendo gli strumenti a tastiera in categorie a secondo delle loro caratteristiche peculiari.

La prima categoria che andiamo a vedere, manco a dirlo, è quella dei pianoforti, che possiamo considerare un ramo principale da cui poi si sono sviluppati altri tipi di strumenti.
Per ragioni di coerenza tematica, in questa sede non ci occuperemo analizzare le peculiarità del pianoforte acustico (verticale o a coda), di cui peraltro è possibile trovare una vastissima e ben più accreditata letteratura in giro per il web. Basti dire che nella seconda metà del XX secolo grazie al progresso tecnologico soprattutto in campo elettronico è stato possibile realizzare strumenti che potessero svolgere la funzione musicale che prima vedeva utilizzato il piano acustico.

Alcuni di questi strumenti, che in origine erano stati ideati per sostituire il pianoforte anche nel suono, hanno poi invece avuto grande successo grazie alla loro diversità rispetto all’originale: è il caso degli elettromeccanici come i Rhodes e i Wurlitzer, che si sono ritagliati ruoli importantissimi nello sviluppo musicale dagli anni ’60 in poi grazie ad un utilizzo a larghissimo spettro.
La generazione sonora dei due strumenti citati si affida a barre armoniche o “tines” nel primo caso, e ance nel secondo, percosse da martelli azionati dai tasti; in entrambi i casi il suono viene poi catturato da una serie di pickups per l’amplificazione.

La tecnologia però ha fatto i suoi progressi, e con l’avvento dell’era digitale e delle tecniche di campionamento (e grazie al progressivo calo dei prezzi dei dispositivi di memorizzazione, ovvero le “memorie”) è stato possibile abbandonare gradualmente i vecchi sistemi elettromeccanici in favore di soluzioni più piccole, leggere, basate su circuiti elettronici sempre più performanti.
Così da qualche decennio vediamo il proliferare di modelli di pianoforti digitali basati sul campionamento, declinati sia in versione “home”, ovvero integrati in un mobile che ricordi la forma di un pianoforte acustico (verticale o a coda) e dotati di amplificazione, sia in versione “stage”, più adatti alla vita da palco quindi con chassis più piccoli e spesso connessioni e funzionalità adatte ad interfacciarsi con il resto della strumentazione a disposizione del musicista.

Tuttavia anche il campionamento sembra ormai aver esaurito la propria parabola, e negli ultimi anni sono stati presentati degli strumenti che utilizzano tecniche digitali di modellazione numerico/fisica, mirate alla riproduzione fedele di tutte le sfumature che un suono acustico può contenere; grazie alla sempre crescente potenza dei processori utilizzati, che hanno il compito di creare in tempo reale il suono (e non leggerlo da una memoria come avviene con il campionamento) è stato possibile raggiungere un dettaglio di realismo finora inedito.
Non sono inoltre mancati modelli ibridi che attingono da entrambe le tecniche (campionamento e modellazione).

Per quanto riguarda il pianoforte inteso come sonorità, il mondo dei software non è certo stato a guardare. Da molti anni ormai diverse software house hanno in catalogo strumenti virtuali di varia natura, basati sia su campionamento sia su modelli fisici, ed offrono il vantaggio di poter contare su piattaforme (i nostri personal computer) mediamente molto più performanti rispetto alla dotazione hardware media degli strumenti musicali veri e propri.
Parleremo però in dettaglio di hardware e software in un articolo dedicato più avanti.

In ultima analisi, ci sono un paio di caratteristiche che risultano praticamente esclusive (o quasi) della categoria dei pianoforti, ed hanno a che fare con la tastiera.
Tant’è che spesso lo stesso strumento viene proposto in diversi tagli, differenti tra loro appunto solo per le caratteristiche della meccanica. 

In particolare ci sono due aspetti da considerare: il primo è la pesatura. Un pianoforte acustico, a causa dei cinematismi che permettono ai martelli di colpire le corde, avrà una certa inerzia sotto i tasti, che si traduce in maggior sforzo da fare con le dita, ma anche in un controllo dinamico molto maggiore rispetto alle meccaniche basate solo su molle.
Il secondo aspetto è l’estensione della tastiera, che per un pianoforte digitale sarà nella grande maggioranza dei casi di 88 tasti, come per gli acustici. Meno frequente (ma in crescita negli ultimi tempi) è un’estensione da 73/76 note, che rende lo strumento più trasportabile, mentre al di sotto di questa misura esistono solo rari casi di meccaniche pesate a 61 tasti.

Abbiamo visto una veloce panoramica sulla prima categoria di strumenti a tastiera, ci vediamo al prossimo appuntamento per una carrellata su un’altra categoria fondamentale: gli organi.

Lo strumento principale: workstation, stage piano o synth?

La prima decisione è quale tastiera occupa il centro del rig. Per un tastierista pop, una workstation come la Yamaha Montage, la Korg Nautilus o la Roland Fantom resta la scelta più versatile: integra pianoforte, synth, organi e librerie campionate in un solo strumento. Per chi vuole il miglior tocco e una resa autentica del pianoforte, lo stage piano (Nord Stage, Yamaha CP, Roland RD) è spesso la priorità. Il chitarrista trapiantato alla tastiera che cerca solo synth analogici punterà invece a strumenti dedicati come Moog Sub 37 o Korg Minilogue. La conoscenza della tastiera resta il prerequisito a prescindere dallo strumento scelto.

Il computer come motore di suoni VST

Negli ultimi quindici anni il computer è diventato parte integrante del rig di moltissimi tastieristi. Software come Omnisphere, Kontakt, Pianoteq o Arturia V-Collection coprono librerie che nessun hardware racchiude più in un singolo strumento. La scelta tipica è un laptop con processore moderno (Apple Silicon M2/M3 o Intel Core i7/i9 di ultima generazione), almeno 16 GB di RAM, un’ interfaccia audio a bassa latenza (RME, Focusrite, Universal Audio) e un host live come MainStage, Cantabile o Ableton Live. Su Musicoff ci siamo occupati spesso di come gestire l’ hardware esterno nella DAW e di workflow live.

Controller, stand e monitoraggio

Il controller MIDI è spesso una seconda tastiera, magari più leggera (Native Instruments S-Series, Roland A-49, Arturia KeyLab), oppure un controller a pad/encoder per gestire i parametri dei VST senza staccare lo sguardo dal pubblico. Per lo stand serve qualcosa di robusto: gli stand a X economici vanno bene per la sala prove, ma per il palco serve un sistema a Z o a colonna stabile (K&M, On-Stage, Quik-Lok). Il monitoraggio in-ear con MixOne, PSM o sistemi simili è ormai standard nei tour seri: per chi suona in club e si appoggia ai monitor da palco, conviene investire in un wedge dedicato. L’ organo nel setup è un caso particolare che vale un capitolo a parte.

Cavi, alimentazione e ridondanza

La parte meno glamour ma più importante. Per il MIDI conviene usare cavi schermati di qualità e rispettare la lunghezza massima (5 metri è il limite affidabile). Per l’ audio, cavi bilanciati TRS o XLR e una power conditioner (Furman, ART) sul rack. Per il palco, la regola d’ oro è sempre la stessa: un secondo cavo audio sempre nel flightcase, un secondo cavo MIDI, una pila per il pedale di sustain se la tastiera ne ha uno wireless. Le app companion delle moderne tastiere aggiungono comodità, ma sono un’ aggiunta, non una sostituzione, del workflow fisico.

Esempi di rig: dal home studio al palco

Per un home studio essenziale: workstation o stage piano + controller MIDI 49 tasti + laptop + interfaccia audio + monitor da studio + cuffia chiusa. Per il piccolo live: stage piano + laptop con MainStage + interfaccia + un paio di in-ear. Per il tour: stage piano principale + controller di backup + laptop con sistema di failover + scheda audio MADI o Dante + sistema in-ear professionale. I controller portatili sono utili per chi viaggia spesso o suona in situazioni dove la disponibilità di una tastiera principale non è garantita.

Per chi ha fretta: 5 cose da sapere sul setup del tastierista moderno

  1. Workstation o stage piano? Workstation per la massima versatilità (pop, cover, multistrumento), stage piano se la priorità è il tocco e il suono di pianoforte autentico.
  2. Serve il computer nel rig? Quasi sempre sì, perché i VST coprono librerie e timbri che nessun hardware ha più in un singolo strumento. Laptop con M2/M3 o i7/i9, 16 GB di RAM, interfaccia audio a bassa latenza.
  3. Quale stand scegliere? Per il palco uno stand a Z o a colonna stabile (K&M, On-Stage, Quik-Lok). Gli stand a X economici restano in sala prove.
  4. In-ear o monitor da palco? In-ear per il tour serio (gestione precisa del mix personale, isolamento dal palco). Monitor da palco per club e situazioni intermedie.
  5. Qual è l’ errore più comune? Sottovalutare cavi, alimentazione e ridondanza. Un rig spesso si rompe sulla parte meno glamour: la regola d’ oro è un secondo cavo audio sempre nel flightcase.

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