C’è chi diventa liutaio per vocazione studiata, per percorso lineare, per scelta consapevole. Romano Gambacorta, romano non solo di nome, 73 anni, ci è arrivato perché la vita prima gli ha tolto la chitarra di mano e poi gliene ha messa un’altra… in testa.
Prima fu l’incidente del padre – quattro dita perse su una fresatrice, lui che a vent’anni diventa capofamiglia e lascia le lezioni di chitarra classica – poi fu proprio quel padre, falegname, a instradarlo verso la liuteria.
Da lì, un libro in inglese tradotto da solo una parola dopo l’altra, una stanzetta ricavata in casa, la falegnameria di famiglia come unico laboratorio disponibile.
Autodidatta convinto, ha costruito 114 strumenti nel corso di quasi cinquant’anni, ha insegnato liuteria, ha visto una sua chitarra suonare nella Sala della Lupa al Parlamento italiano e ha contribuito alla costruzione dell’Italica, la chitarra realizzata da venti liutai per il Roma Expo Guitars.
Un incidente che cambiò tutto
Romano, come sei entrato nel mondo della liuteria?
È difficile spiegarlo in modo lineare, perché la mia storia è piena di interruzioni, di riprese, di coincidenze. Tutto è cominciato a 12-13 anni, quando vidi un mio cuginetto che strimpellava una chitarra: rimasi folgorato, non so come spiegarlo, fu qualcosa di immediato.
Mio padre suonava il mandolino da giovane, andava a fare concerti per le proposte di nozze; me lo comprò, mi insegnò qualche passaggio, qualche nota, e con un piccolo manuale iniziai da solo.
Raggiunta la maggiore età, siamo negli anni ’73-’74, decisi di andare a lezione privata di chitarra classica da un maestro, Angelo Lombardo. Tre anni di studio, stavo andando bene, mi piaceva molto, volevo comporre.
Poi arrivò la disgrazia: mio padre ebbe un incidente gravissimo su una fresatrice, perse quattro dita di una mano. Ero maggiorenne, diventai capofamiglia, andai a lavorare e dovetti lasciare la chitarra.
Ma lo strumento non mi aveva lasciato: continuavo ad ascoltare dischi, cassette, qualsiasi cosa.
E come sei arrivato a costruirle?
Fu mio padre stesso a dirmelo, quando riprese a lavorare nel suo laboratorio di falegnameria a Roma: “Se non puoi più studiare la chitarra classica, la puoi costruire”.
Avevo già dimestichezza con i legni, le macchine da falegname: facevo porte, finestre, tavoli, sedie. Poi presi la voglia di costruire questo strumento.
Il primo passo fu comprare un libro di Irving Sloan, trovato in un negozio di musica. Problema: era scritto tutto in inglese, con misure in pollici, nessun millimetro.
Ci ho messo sei mesi a tradurlo lettera per lettera, parola per parola, convertendo tutte le misure. Conservo ancora quella traduzione manoscritta, probabilmente vi manderò alcune foto.
Nel 1978 nacque la mia prima chitarra, ispirata a un progetto Torres: era brutta, molto semplice, fatta di mani inesperte, ma è ancora qui, con la sua rosetta in mosaico approssimativo.
Un maestro incontrato per caso
C’è stato un momento in cui hai capito che potevi continuare?
Sì, fu la quinta chitarra. Venne un avvocato romano abbastanza noto, la sentì suonare e la volle comprare. Non immagini cosa significhi per un autodidatta che lavora in una stanzetta di casa: è la conferma che stai facendo qualcosa che vale.
Lavoravo intanto, costruivo le chitarre di sera e nel fine settimana, sezionavo i pezzi nella falegnameria di mio padre.
E poi ebbi la fortuna di incontrare Luis Arban – nome d’arte, si chiamava Luis Germando Banchetti o qualcosa di simile – che lavorava a Castiglion Fiorentino. Per cinque settimane di fila, sabato e domenica, andavo da lui.
Mi insegnò alcune cose fondamentali, ma soprattutto mi disse una cosa che porto nel cuore ancora oggi: “Caro Romano, segui sempre il tuo cuore e il tuo istinto, mantenendo i principi base della costruzione”.
Parole semplici, ma quelle giuste.
L’interruzione e la ripresa: dal 1984 al 2010
La tua storia ha avuto una lunga pausa. Come è andata?
Purtroppo sì. Ho dovuto smettere intorno al 1984-85: il lavoro, la famiglia, le priorità. Ho lavorato per anni nel settore alberghiero, e nel 2010, con il prepensionamento, ho ripreso da dove avevo lasciato.
Dal 2010 a oggi ho prodotto chitarre in modo continuativo, ho sperimentato progetti diversi, ho ripreso a studiare i legni, le incatenature, le tavole armoniche.
Se avessi potuto continuare senza quella interruzione, probabilmente ne sarei uscito un costruttore più completo. Ma la vita ha deciso diversamente e mi sono adattato.
Il liutaio che segue l’istinto: tavole, essenze e sperimentazione
Come lavori oggi? Hai un metodo preciso?
Non sono un liutaio con basi di fisica acustica, lo dico apertamente. La mia conoscenza viene dall’esperienza diretta, dal toccare il legno, dal misurare l’umidità, dal capire con le mani se una fibra è stretta o larga, densa o porosa.
Se la fibra è densa devo fare la tavola sottile; se è più aperta posso permettermi spessori maggiori. Queste cose non si imparano sui libri, o almeno io non le ho imparate così.
Amo sperimentare i legni: ho usato essenze rarissime, ho costruito chitarre in tasso – un legno impiegato già nel Settecento per gli strumenti antichi e quasi introvabile oggi in liuteria – con il mio collega Leonardo De Gregorio, con cui condivido attualmente il laboratorio.
Ho fatto chitarre in ciliegio, una completamente in abete, sto esplorando le frequenze, sto cercando di capire come eliminare le cosiddette note lupo. Con Leonardo stiamo portando avanti anche un progetto di Torres Double Top che sta dando risultati interessanti.
Non faccio mai “copia e incolla”, come amo dire: ogni strumento ha un suo nome, una sua storia, un suo carattere. Dare un nome agli strumenti fa parte del mio carattere, non posso farne a meno.
Le medaglie sul petto: Modugno, il Parlamento e l’Italica
Hai storie di strumenti particolari che ti stanno a cuore?
Le chiamo “medaglie sul petto”. La più importante è una chitarra che ho costruito in 42 giorni, notte e giorno, su richiesta del maestro Vito Nicola Paradiso.
Doveva esibirsi in un concerto dedicato al centenario della nascita di Domenico Modugno, il 9 gennaio 2019. Mi fu commissionata a novembre 2018: quarantadue giorni, non un giorno di più.
La chitarra – in mogano, con uno stile anni ’70 – l’ho chiamata La Meravigliosa, in omaggio al brano più famoso di Modugno.
Il concerto si tenne nella Sala della Lupa, al Parlamento italiano, la stessa sala in cui fu firmata la Costituzione. Per un liutaio autodidatta, che ha imparato da un libro tradotto a mano, è stato qualcosa di indescrivibile.
Ho un’altra chitarra che amo molto: quella dedicata a Roma, commissionata dal compositore e jazzista Claudio Aghiello. La rosetta, vista dall’alto, riproduce le liste del Colosseo; sulla paletta è incisa l’aquila romana; i legni richiamano le mura antiche della città. Sono un romano di Roma, e quella chitarra lo dice senza equivoci.
E poi c’è La Primavera, suonata dal maestro Nicola Orrenna in un concerto del 2017 a Roma. Ogni strumento che esce dal mio banco porta con sé qualcosa di mio.
Il REG, l’Italica e il mercato americano
Hai partecipato al Roma Expo Guitars per quattro edizioni. Cosa ha significato per te?
Ogni volta ho venduto tutto quello che portavo: quattro mostre, quattro risultati positivi. Per un autodidatta che si definisce “di seconda mano” rispetto ai colleghi formatisi alla Civica di Milano, ogni riconoscimento vale doppio.
Ai miei colleghi posso portargli l’acqua con le orecchie, come diciamo a Roma: riconosco la mia limitatezza, ma so anche il mio valore.
Un’altra medaglia importante è stata la partecipazione alla costruzione dell’Italica (qui sopra in foto, NdR), la chitarra realizzata da venti liutai per il Roma Expo Guitars. Fare parte di quel progetto collettivo, insieme a colleghi di altissimo livello, è stata una soddisfazione enorme.
Ho insegnato liuteria per tre anni in una scuola all’Spinaceto: alcuni allievi hanno prodotto strumenti ottimi. E di recente si è aperto un piccolo mercato negli Stati Uniti, tramite una persona cara: continuerò a lavorare con umiltà, pazienza e amore.
Viva la liuteria italiana, lo dico sempre: fa parte del patrimonio del mondo intero.



















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