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Equatore pentatonico: i consigli di John Mayer per uscire dai soliti box

L'equatore pentatonico di Mayer è un sistema visivo per smettere di alternare pentatonica minore e maggiore saltando qua e là sul manico e lasciando territori inesplorati.

Tutti a un certo punto abbiamo avuto la sensazione di girare in tondo dentro lo stesso box della pentatonica, suonando più o meno sempre le stesse frasi. A volte sembra una trappola e quando senti altri chitarristi tirar fuori quella frase “effetto wow” con le stesse note… è un calcio nelle p***e alla propria autostima…

In breve: non è questione di tecnica, non è solo quante ore al giorno su quei box, è innanzitutto la “mappa mentale” che deve essere potenziata ed espansa, un po’ come quando si dovevano ancora caricare nuove mappe nei navigatori stradali (i più giovani forse non lo ricordano, per fortuna…).

Un viaggio all’equatore

John Mayer, che certo non ha bisogno di presentazioni, ha realizzato qualche tempo fa un video che è rapidamente diventato punto di riferimento per migliaia di chitarristi. Nel video ha dato un nome preciso a qualcosa che i grandi bluesman fanno istintivamente da decenni: il pentatonic equator, l’equatore pentatonico.

Premessa importante: l’equatore pentatonico non è una scoperta scientifica, e Mayer non ha mai preteso di aver inventato qualcosa dal nulla. Quello che ha fatto è dare un nome e un’immagine a un modo di pensare la tastiera che i suoi colleghi bluesman del passato e del presente – e lui stesso – usano da sempre. Per il chitarrista che suona live, registra in home studio o semplicemente vuole uscire dal loop del solito box, è uno strumento mentale concreto: una bussola visiva, non un’altra scala da imparare. A volte cambiare il modo in cui si guarda la tastiera vale più di mille ore di esercizi tecnici.

Il punto di partenza, quindi, è semplice quanto efficace: partendo dalla nota tonica (primo grado della scala), nel suo esempio il Do, viene immaginata una linea dell’equatore che attraversa orizzontalmente il manico (in pratica, il barrè).
Sia “sopra” che “sotto” l’equatore abbiamo due territori ricchissimi di opportunità da esplorare, alcuni conosciuti sin da neofiti, altri forse meno utilizzati d’istinto, ed è un peccato!

Bisogna ricordare un punto fondamentale della teoria: tre tasti sopra il box della pentatonica minore si trova la pentatonica maggiore nella stessa tonalità, costruita con le medesime forme sul manico. Sono due scale con le stesse note ma con una diversa nota di riferimento: cambiano la tonica e il punto di risoluzione, e quindi cambia completamente il colore emotivo.

L’idea di Mayer non è quella di alternare meccanicamente minore e maggiore, ma di fare qualcosa di più sottile: suonare la pentatonica minore nello stesso spazio fisico dove normalmente vive la pentatonica maggiore, ovvero sopra l’equatore.
Stessa area del manico, stesso tipo di scala, ma fisicamente posizionata dall’altro lato della tonica. Il risultato è che il chitarrista ha la pentatonica minore disponibile sia sopra che sotto l’equatore, coprendo una zona del manico che di solito veniva saltata o ignorata.

L’ergonomia come fattore creativo

Uno degli aspetti più interessanti, e meno discussi, del concetto è quello legato all’ergonomia della mano. Quando si sposta il box minore sopra l’equatore, tutti gli hammer-on e i pull-off che sotto funzionano – oramai per memoria fisica, che all’inizio sarà il principale ostacolo, ovvero dover riabituare mano e mente – in un certo modo si invertono. Le stesse dita, sulle stesse corde, producono sequenze di note in ordine diverso, con impulsi fisici diversi.

Questo non è un dettaglio secondario: gran parte di quello che i chitarristi suonano è determinato da ciò che le dita trovano comodo fare, non da scelte armoniche consapevoli.
Spostare il box sopra l’equatore rompe quelle abitudini motorie e costringe a trovare frasi nuove, perché i lick memorizzati semplicemente non si adattano alla nuova posizione.

Mayer cita Albert Collins come esempio storico di questo effetto: Collins suonava spesso in accordature alternate, il che cambiava la disposizione degli hammer-on e dei pull-off rispetto allo standard, e quel suono caratteristico, quella sensazione “underground”, era in parte il risultato di quella diversa ergonomia (parentesi: questo è un altro, interessantissimo, metodo di ampliare la vostra creatività).

C’è un altro vantaggio pratico, più strutturale, che Mayer illustra con chiarezza: non c’è più un salto netto – sul manico – tra le due pentatoniche, lasciando così dei “vuoti” e facendo una sorta di “su e giù” continuo. Di solito questo causa l’effetto “faccio una frase intera di pentatonica minore e una intera di maggiore”, come fossero due argomenti diversi in un discorso parlato.

Se però si “ricostituisce” la zona della pentatonica minore su quella della maggiore, il risultato è una maggiore fluidità nel collegare le note. Utilizzando la stessa metafora dell’arte oratoria, non sono più due frasi/argomentazioni diverse, diventa invece uno stile per parlare della stessa cosa, con effetti emotivi diversi.

Ovviamente questo concetto può essere poi applicato a qualsiasi box e in qualsiasi punto del manico, con l’obiettivo di muoversi più orizzontalmente che verticalmente e avere tutte le note che servono sempre immediatamente sotto le dita.

Attenzione: questo non esclude assolutamente non andare più a suonare nel box classico della pentatonica minore. Ma lo farai per motivi diversi, ovvero non per motivi di “note”, ma per motivi di tocco, esattamente per ciò che abbiamo detto poco prima su hammer-on, pull-off ma anche bending e tutte quelle sfumature sonore che casca su posizioni e su dita diverse.
Pensa quanto questo può espandere il tuo fraseggio senza cambiare neanche le note che suoni!

Quando iniziare a sperimentare

Beh, quando volete! Non ci sono controindicazioni, certo è che il concetto si rivolge principalmente a chitarristi di livello intermedio che hanno già interiorizzato il box classico della pentatonica minore e si sentono bloccati in quella posizione.
Non è probabilmente un punto di partenza per un principiante assoluto, che farebbe bene a consolidare prima la forma di base, ma del resto la maggior parte dei padri del blues non ha avuto linee guida accademiche e forse anche questo ha dato origine a stili così diversi (basti pensare ad Albert King e B.B. King, che in comune avevano il cognome e il genere musicale, ma a livello di tocco certo non suonavano simili).

Il limite principale, se vogliamo chiamarlo così, è che l’equatore pentatonico da solo non offre una visione completa della tastiera: è uno strumento potente per la zona centrale del manico, ma va integrato con la conoscenza degli altri pattern della pentatonica per avere vera libertà su tutto il manico.
Mayer stesso lo definisce chapter one, il primo capitolo di un discorso più ampio, non l’intero manuale.

Vuoi andare più in profondità?

Se l’equatore pentatonico ti ha aperto una porta, vale la pena entrare davvero. Su Musicezer trovi alcuni videocorsi che potrebbero aiutare molto la tua crescita artistica.

Se è già qualche anno che suoni, La Pentatonica nella Chitarra Contemporanea di William Stravato darà probabilmente un bel boost al tuo fraseggio: affronta la pentatonica non come una formula da ripetere, ma come un linguaggio da costruire, con un occhio preciso al fraseggio espressivo e al suono personale.

Ottimo anche Oltre il Blues, a cura di Osvaldo Lo Iacono, alla scoperta della chitarra Blues, dalle basi all’outside playing, grazie a uno degli assoluti Maestri della sei corde italiana!

Se invece non sei ancora a un livello intermedio/avanzato ma stai ancora costruendo le tue fondamenta, Blues for Everyone di Osvaldo Di Dio porta il concetto direttamente nel blues, che è poi il territorio in cui l’equatore pentatonico di Mayer funziona meglio e in modo più immediato.

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