La casa editrice Hoepli ha chiuso. Dopo oltre 150 anni di attività, la storica realtà milanese fondata nel 1870 ha abbassato definitivamente le serrande, portandosi via un pezzo di storia editoriale italiana che difficilmente vedremo riemergere. Non si tratta di un fallimento improvviso ma del risultato di conflitti familiari irrisolti e appetiti immobiliari, ma anche di un mercato del libro che ha smesso di premiare la qualità e la specializzazione.
La decisione è arrivata dopo mesi di tensioni tra i soci della famiglia Hoepli, incapaci di trovare un accordo sul futuro dell’azienda, e dopo che le trattative con potenziali acquirenti – tra cui Feltrinelli e Mondadori – sono naufragate una dopo l’altra.
Circa 100 dipendenti sono stati messi in cassa integrazione, mentre il destino del catalogo editoriale e della Libreria Internazionale Hoepli (in via Hoepli) – con i suoi oltre 500mila volumi – resta ancora incerto.
Una storia lunga un secolo e mezzo
Fondata dall’editore svizzero Ulrico Hoepli nel 1870, la casa editrice milanese si era costruita una reputazione solida pubblicando manuali tecnico-scientifici, dizionari, testi specialistici e un catalogo sterminato che spaziava dall’ingegneria alla filosofia, dalla musica all’architettura. Per generazioni di studenti, professionisti e tecnici italiani, “l’Hoepli” è stato sinonimo di affidabilità: se cercavi un manuale serio, probabilmente lo trovavi lì.
La libreria in centro a Milano, a pochi passi dal Duomo, era diventata un’istituzione: uno spazio dove potevi perdere ore tra scaffali imprevedibili, scoprire volumi rari, trovare quello che cercavi e soprattutto quello che non sapevi di cercare. Un luogo che ha attraversato monarchie, guerre mondiali, regimi e trasformazioni urbane senza mai smettere di fare il suo lavoro: vendere libri seri a persone curiose.
I conti non erano il problema
Il paradosso è che la Hoepli non è morta per ragioni economiche. I bilanci al 30 giugno 2025 mostravano un rallentamento – con 133 novità pubblicate contro le 138 dell’anno precedente e copie prodotte in calo del 21% – ma nulla che giustificasse una chiusura immediata. Il vero problema è stato il conflitto tra i diversi rami della famiglia Hoepli, incapaci di trovare una linea comune sul futuro dell’azienda e paralizzati in una guerra interna che ha impedito qualsiasi decisione strategica.
Il nodo centrale era l’immobile di via Hoepli, il cui valore nel cuore di Milano è schizzato alle stelle negli ultimi anni. Alcuni soci avrebbero preferito vendere l’intero pacchetto – palazzo incluso – incassando una plusvalenza immobiliare da capogiro piuttosto che investire nel rilancio di un’attività editoriale sempre più complicata da sostenere. Una scelta comprensibile in un mercato dove i libri arrancano e il mattone del centro rende rendite milionarie.
Un settore senza ossigeno
La chiusura della Hoepli non è un caso isolato. L’editoria italiana ha perso migliaia di librerie indipendenti negli ultimi anni, schiacciata dalla concorrenza dell’e-commerce, dagli sconti aggressivi di Amazon e da una distribuzione sempre più concentrata nelle mani di pochi grandi gruppi. Mondadori controlla circa il 30% del mercato, mentre tre colossi (Mondadori, Feltrinelli e GeMS) coprono quasi il 70% della narrativa e saggistica venduta in Italia.
I piccoli editori indipendenti sopravvivono con margini risicati, mentre le librerie fisiche – soprattutto quelle nei centri urbani – devono fare i conti con affitti insostenibili e clienti ormai abituati a ordinare online con un click. Il dato più preoccupante è quello sui lettori: solo il 39% degli italiani ha letto almeno un libro nell’ultimo anno (dati ISTAT 2023), uno dei tassi più bassi d’Europa. Difficile sostenere un’industria editoriale seria quando quattro persone su dieci non aprono nemmeno un libro in dodici mesi.
La collana musicale: un patrimonio che se ne va
Per chi lavora nel mondo della musica, la chiusura della Hoepli lascia un vuoto particolarmente doloroso. La casa editrice milanese aveva costruito negli anni una collana musicale di altissimo livello, con volumi dedicati a jazz, rock, musica classica, black music e biografie di artisti leggendari.
Noi di Musicoff abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Hoepli recensendo diversi volumi della loro collana musicale – opere solide, ben documentate e scritte con competenza, che ogni musicista dovrebbe conoscere. Tra le tante recensite, segnaliamo La storia del rock, La storia di hard rock e heavy metal, La storia del jazz e La storia del rock in Italia: libri pensati non solo per appassionati ma anche per professionisti, studenti e chiunque volesse approfondire seriamente la cultura musicale.
Il catalogo Hoepli dedicato alla musica includeva anche manuali di music business, biografie di band e artisti, storie di strumenti musicali, analisi di movimenti come l’indie, saggi sui concept album e sul rapporto tra rock e cinema. Un patrimonio editoriale che rischia di finire disperso, perdendo quella coerenza e quella cura che ne avevano fatto un progetto unico nel panorama italiano.
Cosa abbiamo perso
Con la chiusura della Hoepli, Milano perde uno dei suoi simboli culturali più iconici. La Libreria Internazionale Hoepli non era solo un negozio: era il luogo dove generazioni di studenti, professionisti, musicisti e curiosi andavano a cercare risposte, scoprire novità, perdersi tra scaffali imprevedibili. Un posto dove potevi entrare per un manuale di economia e uscire con un libro sul jazz o sulla storia dell’architettura giapponese.
Una libreria fisica non è solo un punto vendita ma un laboratorio di scoperta casuale, dove nessun algoritmo decide cosa devi leggere e dove l’imprevisto è parte del gioco. Mentre Milano si trasforma sempre più in una vetrina per il turismo di lusso e per i flagship store delle catene internazionali, la cultura viene espulsa dai centri urbani, considerata ormai un accessorio e non un investimento.
La Hoepli ha attraversato monarchie, guerre, regimi e trasformazioni urbane senza mai smettere di fare quello che sapeva fare meglio: vendere libri seri a persone curiose. Un mestiere semplice e rivoluzionario che oggi, in un Paese dove la cultura – e in particolare quella musicale – non è più sostenibile. E questa è forse la notizia più triste di tutte.















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