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I dischi delle ossa, storie di musicofili contro il regime

Sono tante le storie che raccontano i tentativi di libera circolazione della cultura sotto dittature, autarchie, regimi. Quella dei dischi delle ossa ha un macabro fascino senza tempo...

Il secolo scorso, a pensarci oggi, sembra per certi versi lontano mille anni, soprattutto se si pensa a quanti Paesi si sono liberati dalle strette e dolorose catene di dittatori o sistemi di governo che ben poco lasciavano al libero pensiero e alla circolazione di tutto ciò che fosse ritenuto “contro”.
Da autori di romanzi e saggi, a giornalisti, artisti di vario genere fino anche alla musica e ai musicisti, sin dall’antichità coloro che attraverso i canti potevano effettivamente smuovere folle e far passare messaggi “non graditi”.

Chi è nato nel nuovo millennio non ha idea delle sensazioni provate nel primo dopoguerra o durante le varie rivoluzioni culturali giovanili in tutto il mondo, ma neanche di quelle che molti di noi quarantenni hanno come immagini vivide negli occhi, il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda.

Se da un lato ricordiamo spesso la tristissima fase dei cosiddetti Bücherverbrennungen, cioé i roghi di libri che nel 1933 vennero organizzati in tantissimi luoghi della Germania nazista per incenerire tutto ciò che non fosse corrispondente alla sua ideologia, forse meno note sono le tantissime altre violenze – intellettuali e fisiche – perpetrate anche molti decenni dopo da governi e capi di stato in ogni parte del mondo (e ancora oggi in tante zone del pianeta è ancora così purtroppo…).
Basti pensare anche a un nostro vicino di casa europeo, la Spagna che fino al 1975 dovette sopportare il tremendo franchismo…

Ebbene, in uno scenario che oggi viene spesso ricordato da film di spionaggio per lo più americani (quasi tutti fatti con lo stampino a dire il vero), nella vecchia e fredda URSS prima del crollo del suddetto muro certo non si respirava aria di libertà a pieni polmoni.
Tuttavia, come la storia insegna, non si può mai totalmente spegnere la fiamma che alimenta la resistenza all’oppressione, soprattutto in ambito culturale.

Se da un lato quindi nascono i samizdat, cioé libri (romanzi, saggi, ecc.) e stampa a diffusione clandestina, dall’altro anche la musica tenta di infiltrarsi come acqua trattenuta da un diga, cercando il buchetto o la crepa a proprio vantaggio.
Questo squarcio del velo non può avvenire con la fruizione dei classici dischi in vinile, accuratamente filtrata dai potenti, ma trova compimento in una pratica che ancora oggi è a metà tra il macabro e l’affascinante, tra l’ingegnoso e la triste testimonianza di un’epoca di oscurantismo.

In russo rëbra o rentgenizdat, oggi li chiamiamo “dischi delle ossa” oppure anche “musica delle costole” o “musica a raggi X” e il perché è presto detto.
Dobbiamo innanzitutto risalire agli anni ’50, proprio quando negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo il nuovo genere Rock’n’Roll era sulla cresta dell’onda, come lo erano anche il Jazz e il Blues, tutti spesso considerati troppo “a stelle e strisce” per la propaganda sovietica.

In questo panorama di luci e ombre, due giovani intellettuali, Ruslan Bogoslovskij e Boris Tajgin, si incontrarono in un negozio di dischi di Leningrado (l’attuale San Pietroburgo) in cui, attraverso un vecchio Telefunken tedesco trafugato in guerra, venivano fatte ascoltare di nascosto le musiche vietate.
Ma come riuscire a condividere queste opere anche al di fuori di quel luogo segreto?

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Qui scattò il lampo di genio. I due si accorsero che gli ospedali gettavano di frequente le lastre delle radiografie non più utili (e anche pericolose poichè facilmente infiammabili) e che queste erano adatte all’incisione di tracce musicali.
Ci riuscirono attraverso un torchio modificato e le lastre venivano proprio tagliate a forma di disco. Il foro al centro che permette la rotazione sul giradischi fu spesso ottenuto tramite la bruciatura di una sigaretta.

Chiaramente rispetto al vinile la loro usura era velocissima, ma ben si prestavano a circolare in segreto grazie soprattutto al fatto di poter essere nascoste anche sotto i vestiti, essendo molto flessibili.

Si generò così un fenomeno che ben presto assunse proporzioni enormi e dette modo non solo di ascoltare tanta musica proveniente dall’estero, ma anche di far circolare opere di artisti russi messi all’indice per le loro idee, inclinazioni sessuali o altro.
Questo contrabbando durò decenni, dal Rock’n’Roll e dai Beatles, Stones, Elvis e grandi star dell’epoca si passò ben presto a dischi di Pink Floyd, Black Sabbath, Iron Maiden, ma anche opere di artisti più pop o dance come Donna Summer o Village People oppure ancora un vasto catalogo jazz tra cui Ella Fitzgerald, Charlie Parker, Duke Ellington, ecc.

L’aspetto ovviamente più affascinante di questi “dischi” è l’osservazione in controluce, tramite cui si vedono ancora le radiografie alle ossa e agli organi dei pazienti degli ospedali.
Un’idea che oggi farebbe felici tutti gli appassionati dei generi più “dark”, ma non solo.

Il tutto però non era così semplice come sembra. Bogoslowskij venne ripetutamente arrestato e il regime si rese conto presto di questa diffusione illegale e fece di tutto per contrastarla. Ma come per la mitologica Idra, al taglio di una testa ne nascevano altre e il movimento non si arginò mai.
Anche perché questa circolazione non si limitava alla Russia, ma a tutti i Paesi sotto il giogo dell’Unione Sovietica, e spesso i marinai di altre nazioni come Svezia o Finlandia davano una mano a tracciare le rotte clandestine, un po’ come degli antichi pirati.

Negli anni ’80 iniziarono a diventare molto più comuni le musicassette, le redini governative si stavano progressivamente allentando e non ci fu più bisogno a un certo punto di questi “supporti audio” così particolari.
Indubbiamente, è una storia curiosa e bellissima da raccontare, ma che descrive anche anni e sistemi autarchici e oppressivi a cui non bisognerebbe davvero mai più aspirare.

La cultura non si ferma. La musica, meno che mai!

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