Un nuovo studio pubblicato sull’International Journal of Forensic Sciences rimette in moto (di nuovo) la macchina delle ipotesi sulla morte di Kurt Cobain, sostenendo che diversi elementi non tornerebbero con la ricostruzione del suicidio.
Le autorità, però, restano ferme: per il Seattle Police Department e per il King County Medical Examiner’s Office il caso è chiuso e rimane un suicidio.
Cosa sta succedendo
A più di trent’anni dalla morte del leader dei Nirvana, un’analisi guidata dal ricercatore indipendente Bryan Burnett propone una lettura alternativa di autopsia e scena, ipotizzando una possibile “messa in scena” dell’evento.
Secondo quanto riportato, lo studio – intitolato “A Multidisciplinary Analysis of the Kurt Cobain Death” – prova a smontare i presupposti che portarono alla classificazione ufficiale del decesso come suicidio.
Gli autori mettono a confronto due ricostruzioni.
- La versione “ufficiale” (suicidio) prevede: Cobain assume eroina, resta lucido abbastanza da sistemare alcune cose e poi usa un fucile per spararsi.
- La versione alternativa (omicidio) propone invece: Cobain viene “neutralizzato” con una dose di droga, poi qualcuno gli spara e infine sposta e sistema il corpo e gli oggetti per far sembrare tutto un gesto volontario.
Tossicologia: il dato che viene usato come perno
Nel documento si insiste molto su un numero: nelle analisi viene riportata una concentrazione di morfina nel sangue pari a 1,52 mg/L, con un indicatore che suggerirebbe un’assunzione di eroina avvenuta poco prima della morte.
Secondo l’autore della parte tossicologica, con valori così alti diventa difficile credere che una persona riesca a fare con precisione una sequenza di azioni “ordinata” (riporre oggetti, spostarsi, gestire un’arma lunga) senza crollare rapidamente.
Qui gli stessi autori inseriscono anche una nota importante: i dati disponibili al pubblico potrebbero essere incompleti, e non è chiaro se all’epoca siano state fatte analisi più “raffinate” per separare le diverse forme in cui il corpo trasforma le sostanze.
Tradotto: il numero è centrale nel ragionamento, ma la qualità e completezza del dato, dall’esterno, non è verificabile fino in fondo.
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Arma e bossolo: l’argomento “meccanico”
Un’altra colonna del documento riguarda il fucile indicato nella ricostruzione: un semiautomatico Remington calibro 20 con un dispositivo in punta alla canna pensato per deviare i gas dello sparo.
Gli autori dicono, in modo molto diretto, che se al momento dello sparo una mano stringe la canna in un certo punto, il fucile potrebbe non funzionare come ci si aspetta: in particolare potrebbe non espellere il bossolo (il “guscio” della cartuccia sparata) come invece avviene normalmente.
Nel testo riportano test svolti con un’arma simile: con quella presa che ostacola il movimento, dichiarano di non aver visto una singola espulsione corretta del bossolo.
Da qui la loro conclusione: se sulla scena il bossolo era fuori dall’arma in un punto specifico, questo dettaglio – secondo loro – si sposa male con il suicidio così come viene raccontato e può suggerire una scena “aggiustata”.
Schizzi di ritorno e macchie: la parte più intuitiva (ma delicata)
Gli autori parlano di un fenomeno semplice da capire: quando si spara a contatto o quasi con la testa, spesso si creano schizzi di ritorno (sangue e materiale biologico che tornano verso l’arma e chi la impugna).
Nel documento si sostiene che sull’arma ci sarebbero tracce compatibili con questo “ritorno”, ma che la loro distribuzione non combacerebbe con la posizione che Cobain avrebbe avuto se si fosse sparato da solo.
In più, viene ripetuto un punto che, per il pubblico, è facile da visualizzare: se una mano è molto vicina alla bocca nel momento dello sparo, ci si aspetterebbe di vedere segni anche sulla mano; nelle immagini disponibili, dicono, questo non risulterebbe.
C’è anche un passaggio curioso su alcune immagini: il documento critica pesanti elaborazioni grafiche fatte in rete da terzi e sostiene che una presunta “macchia di sangue” vicino alla lettera, vista in una versione molto ritoccata, non si noterebbe in una foto di confronto.
È una parte che, più che “provare” qualcosa, serve a dire: attenzione, perché su immagini vecchie e rovinate è facile far dire loro ciò che si vuole.
Corpo spostato e lettera: due capitoli che non smettono mai di tornare
Gli autori propongono che il corpo sia stato spostato dopo lo sparo. Come indizi citano dinamiche di sanguinamento e dettagli dell’abbigliamento (strati sotto i jeans, pieghe, segni che interpretano come contatti successivi).
Arrivano anche a ipotizzare modalità di trasporto e una successiva sistemazione del corpo nella serra sopra il garage.
Sul fronte della lettera, il documento sostiene che le ultime righe (quelle più esplicite sul suicidio) avrebbero un tono e una scrittura che “staccano” dal resto.
Vengono citati pareri di esperti di grafia e documenti, ma con un punto fermo: circolano copie diverse e non è chiarissimo, per chi sta fuori dall’indagine ufficiale, come siano state gestite e conservate nel tempo.
La risposta delle autorità
Nelle dichiarazioni riportate, le istituzioni ribadiscono che l’autopsia fu completa e che la conclusione rimane suicidio, aggiungendo che si valuterebbero nuove evidenze credibili ma che, al momento, non c’è nulla che giustifichi una riapertura.
In pratica: lo studio fa rumore (soprattutto mediatico), ma sul piano ufficiale non cambia nulla.
Contesto e cautele (necessarie)
Cobain fu trovato morto nella casa di Seattle e la morte venne fissata al 5 aprile 1994, con classificazione come suicidio in seguito alle indagini.
Vale la pena ricordarlo: uno studio o una rilettura forense, anche quando “peer-reviewed”, ovvero valutato da altri esperti dello stesso settore, non equivale automaticamente a una riapertura del caso né a un ribaltamento della determinazione medico-legale, soprattutto se non introduce nuovi reperti o nuovi atti d’indagine ufficiali.











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