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Anime musicali differenti nel disco degli Highatta

Dove sta scritto che all'interno di un album si debba essere il più omogenei possibile? La varietà a volte funziona bene anche nel breve spazio di otto tracce.

Secondo l’avviso di chi scrive è infatti questo il caso degli Highatta, band capitolina nata nel 2017 che rientra di diritto nella categoria dei progetti di belle speranze (considerando anche un’età media tutt’altro che “stagionata”).

Il gruppo nasce dall’unione di sei artisti: Federico Murgia (chitarra), Aurelio Tarabella (basso), Emanuele Bono (tastiere), Luca Taurmino (batteria) e Flaminia Lobianco (voce), con il fonico Daniele Ferreri a completare la lineup ufficiale; un incontro realizzatosi all’interno del BDR Studio, dove il sestetto ha iniziato a suonare con l’obiettivo di consolidarsi musicalmente e di testare le rispettive influenze.

Breve è stato il passo che ha condotto gli Highatta a prendere la forma di una band vera e propria, che presto ha iniziato a calcare palchi romani anche di una certa importanza.
Altrettanto rapidamente è arrivata la voglia di concretizzare la propria produzione musicale, così che in seguito a un primo episodio interamente strumentale è stato infine pubblicato nel Dicembre scorso l’album omonimo.

Si parlava di rispettive influenze musicali e di varietà: cosa aspettarsi dunque da questo disco? È lo stesso gruppo a parlare di una comune passione per Jazz, Black Music e Psichedelia (elementi assolutamente rintracciabili all’interno di Highatta) e con encomiabile onestà intellettuale viene dichiarata l’assenza di un filo conduttore dietro la tracklist.
Risulta effettivamente palese la volontà di non creare un contenuto coerente in senso assoluto. Ma va riconosciuto che elementi lontani come lo swing e il rock psichedelico vengono ugualmente coniugati con apprezzabile efficacia, senza suscitare quel senso di spaesamento che un certo tipo di sperimentazione può provocare all’ascolto.

A fare da ulteriore collante c’è il livello musicale dei singoli interpreti (compresi gli ospiti Giulio Bozzo alla tromba e Vincenzo Lato alle percussioni), sviluppato in maniera decisamente importante, ma è soprattutto la coesione delle varie personalità in un flusso comune a colpire positivamente; in questo si riconosce il sicuramente consistente lavoro svolto in sala sotto forma di jam session, durante le fasi embrionali del progetto.

Si potrebbe dire, parafrasando un noto adagio, che “i ragazzi si faranno”: ma in realtà gli Highatta sono già ben consolidati e la concretezza dimostrata nel realizzare un progetto così variegato risultando comunque estremamente credibili è un biglietto da visita a prova di proiettile.

Ammetto a margine la grande curiosità di ascoltare una performance dal vivo della band, quando le condizioni generali lo consentiranno, perché l’impressione è che il contesto live possa esaltare ulteriormente la gradevolezza della performance: un motivo in più per augurarsi di poter tornare sul palco e sotto di esso quanto prima, e nelle migliori condizioni possibili.
Nel frattempo la Musica va avanti e gli Highatta hanno messo il loro mattoncino.

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