Imparare a leggere, a scrivere, da bambini, è stato come aprire una finestra su un mondo totalmente nuovo. All’inizio si seguiva ogni lettera con il dito, si inciampava tra le parole, si ripeteva piano, quasi in silenzio. Poi le lettere iniziavano ad unirsi, apparivano riconoscibili, diventando frasi, pensieri.
Senza accorgersene, con il passare del tempo, tutto cominciava a far parte della quotidianità; subentrava perfino la necessità di annotare pensieri, idee, storie e stati emotivi.
Non per esercizio, ma per esistere; per fare un’istantanea del nostro pensiero, concretizzare un qualcosa di astratto.
Questa esatta situazione l’ho vissuta per una seconda volta con la musica.
Dopo averla ascoltata, aver iniziato a muovere i primi passi sullo strumento, essere stato un timido esecutore di note già esistenti, sentivo che potevo non essere soltanto uno spettatore dell’arte ma che, al contrario, qualcosa poteva essere detta. Poteva nascere da me.
Non sapevo suonare ancora assoli, neanche muovermi tra le scale; sapevo al massimo muovermi tra un accordo aperto e l’altro, eppure fu proprio così che scrissi una delle mie prime idee.
Fui soddisfatto di quello che venne fuori, la suonai per la prima volta vicino alla finestra, mentre guardavo la pioggia. Trovai, per la prima volta, un modo di spiegare quella sensazione che mai riuscivo ad esporre a parole.
Ogni accordo che suonavo, seppur semplice, riesumava un briciolo di quello scenario che mi ritrovai a descrivere in note. Fu proprio lì che capì la potenza del linguaggio musicale; che capì di aver trovato una direzione alternativa a quelle stesse parole che rendevano mute alcune delle mie emozioni.
A quel punto diventò un’abitudine annotare idee, canticchiare qualsiasi nota e registrarla sul cellulare in qualsiasi luogo. Alcune idee erano troppo complesse per il mio livello tecnico sullo strumento, non sapevo come eseguirle eppure, in testa, erano chiarissime, erano assieme agli altri strumenti, tanto che dicevo: “Questa dovrei farla suonare a…” – citando il nome di qualche amico che suonava da molto più tempo di me e che, probabilmente, sarebbe stato capace di eseguirla.
Non lo feci mai, aspettai, senza alcuna imposizione verso me stesso, di maturare e di rendere mie quelle idee. Alcune iniziai a svilupparle molto tempo dopo, ma erano ancora lì, in quella registrazione, pronte ad essere utilizzate.
Ho capito come comporre musica sia un grande spunto per la stessa crescita musicale perché, al suo interno, vi è un viaggio culturale, tecnico e attitudinale; culturale perché siamo spinti a ricercare ispirazione in nuovi generi, artisti; a studiare nuovi approcci alla musica, da culture familiari o lontane dalla nostra, ci immergiamo dentro la storia che ci porterà fino a quella nota che abbiamo pensato in quel determinato brano.
Ovviamente l’aspetto tecnico non può che essere una conseguenza di tutto questo; arricchire il proprio bagaglio culturale, il proprio vocabolario musicale, presuppone uno studio non indifferente che se condito con la curiosità, con la voglia di scoprire, non può che rendere meraviglioso questo viaggio.
Consiglio sempre di cimentarsi nella composizione di brani, idee, anche per esercizio; non necessariamente con l’unica intenzione di portarli in studio di registrazione. È un’ottima occasione per conoscere se stessi, accrescere le proprie abilità ed iniziare a lavorare in un vero e proprio team, assieme agli altri componenti della band.
Parlo di “altra” gente perché, seppur tutto questo possa avvenire tra le mura del nostro studio, o cameretta che sia, l’interfacciarsi con una o più persone diverse da noi stessi è un potentissimo strumento sociale che può dare spunti inaspettati alle nostre idee; talvolta ci serve anche a capire in quale direzione non vogliamo assolutamente andare.













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