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Chitarra classica: cosa cambia se uso corde diverse?

Prima di parlare delle differenti tipologie di corde oggi in commercio bisogna guardare indietro al passato e conoscere quali fossero le corde utilizzate sulla chitarra “moderna” (nata con il liutaio spagnolo Antonio De Torres intorno all’anno 1860) prima dell’avvento del nylon nel primo dopoguerra, intorno agli anni cinquanta.

Questo articolo è scritto in collaborazione con Seiscuerdas, distributore di chitarre classiche e flamenco di liuteria spagnola.

Il materiale utilizzato per i 3 cantini era il budello naturale (principalmente di montone, capra, agnello, castrato o pecora) mentre quello per i tre bassi era la seta filata ricoperta da una spirale d’argento.

L’arte cordaia vede le sue origini in Italia e si sviluppa poi anche in Germania portando l’abilità di questi Maestri artigiani a livelli altissimi con una produzione molto raffinata e di grande qualità.

Ovviamente era una produzione totalmente manuale e questo faceva sì che ci fossero delle naturali micro differenze tra le corde di stesso calibro. Questo perché il fuso non poteva essere perfettamente lineare ma queste micro variabilità davano in qualche modo alle corde una sorta di carattere e di “anima” con cui i musicisti dovevano interagire per forza e regolarsi/adattarsi di conseguenza. 

Ovviamente vi erano corde quasi perfette e altre poco utilizzabili e quindi era normale prassi che si dividessero tra corde da studio, corde da “allenamento” per la performance sul palco e corde da concerto. L’abilità del chitarrista era quella di saperle riconoscere al tatto e alla vista prima ancora di montarle, così da selezionarle in anticipo, programmando il proprio percorso di studio ed esibizioni.

I cantini in budello avevano una superficie piuttosto satinata o se vogliamo “ruvida” e necessitavano di un attacco dell’unghia (tenuta sempre molto corta) e di un’impostazione della mano molto specifica per evitare un’usura repentina e/o la rottura.
A fronte di questa ruvidità però, sotto le sapienti mani dei grandi chitarristi del passato, queste corde producevano un suono con un’emissione quasi vocale e per un ascoltatore, già a brevissima distanza, risultavano prive di qualunque sensazione di graffio o attrito meccanico.

Lo stesso attrito era molto funzionale anche per la mano sulla tastiera perché obbligava il chitarrista a una costante leggerezza nei movimenti e allo stesso tempo garantiva grande stabilità delle posizioni.
Le registrazioni audio degli anni ‘30 fanno comprendere benissimo quale fosse la sonorità, anche se le incisioni venivano fatte attraverso un grammofono su disco di cera che oggi potrebbe sembrare assolutamente obsoleto.

In realtà questa modalità così totalmente analogica riesce ancora oggi a stupire. In questo esempio audio potete ascoltare Andres Segovia eseguire la “Serenata Spagnola” di Joaquim Malats.

A livello meccanico sia i cantini in budello sia i bassi di seta filata ricoperti d’argento erano corde quasi totalmente anelastiche, rendendo fondamentale che gli strumenti venissero realizzati tenendo fortemente conto di questo parametro.
Questo ha portato alla realizzazione di chitarre leggere e molto vibranti, capaci di compensare questa “rigidità’ delle corde, con una struttura molto elastica.

Questa tipologia di corde rimase in uso fino a tutta la prima metà del XX secolo e in questo periodo ci furono anche molte sperimentazioni da parte dei liutai che cercarono di ottenere maggiori sonorità, irrigidendo un po’ la struttura della chitarra attraverso l’aumento degli spessori del legno in differenti zone dello strumento o aumentando il numero delle catene interne o con altre strategie, ottenendo risultati spesso davvero notevoli o altre volte meno fortunati.

Arriva il nylon

Dopo la seconda Guerra mondiale, con l’avvento del nylon, anche le corde per chitarra cominciarono a essere prodotte con questo materiale grazie al binomio Andrés Segovia e Albert Augustine; il primo uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, il secondo un costruttore di chitarre ma soprattutto un grande inventore. 

Augustine ottenne forniture di nylon da uno dei maggiori produttori statunitensi dell’epoca, DuPont, mentre per la produzione si affidò per i primi tempi ad una ditta leggendaria che faceva capo ad una famiglia italiana: Mari (fondatori di La Bella Strings).

Indubbiamente queste corde furono accolte con grande entusiasmo perché, a differenza del budello naturale, questo nuovo materiale era indifferente all’umidità, al calore e al sudore e aveva una superficie al contatto con l’unghia molto più liscia. Parallelamente anche i bassi avevano come anima non più la seta filata ma lo stesso nylon.

Anche se queste corde per le loro caratteristiche ebbero immediatamente larga diffusione, allo stesso tempo però risultarono meno performanti sulle chitarre fino a quel momento realizzate, perché avevano un’elasticità molto maggiore rispetto al budello e non potevano sollecitare gli strumenti in maniera ottimale, oltre a non garantire al musicista una adeguata reattività sotto le dita.
Questo quindi portò con il tempo i liutai a realizzare chitarre più grandi e più rigide, spesso con il manico rinforzato da inserti longitudinali.

Più grandi perché aumentando il diapason della corda vibrante si poteva ottenere una maggiore rigidità della corda stessa e più rigide perché in questo modo offrivano un supporto più stabile a queste corde più elastiche.

In questo esempio audio possiamo ascoltare John Williams, nella metà degli anni ‘70, nell’esecuzione della “Sonata” di Mateo Albeniz registrata ancora in analogico ma con le bobine a nastro.

La novità firmata Savarez

Tutto questo rimase invariato fino però all’avvento di un nuovo ulteriore materiale, il fluorocarbonio o polimero polivinilidene fluoruro (PVFD). Il produttore di corde francese Savarez, ma con storia italiana e più nello specifico napoletana (i fratelli Savaresse ne furono i fondatori), è stato il primo a sviluppare questo tipo di corde.

Questo materiale ricalca un po’ le caratteristiche del budello sia perché è un materiale indubbiamente più anelastico rispetto al nylon sia perché ha una tensione o “tiro” più simile. A differenza del budello però, le corde in carbonio hanno un calibro mediamente più sottile e sono assolutamente lisce, quasi vetrose.

Le caratteristiche sonore delle corde in carbonio, come dicevamo, sono più assimilabili a quelle del budello che non certo al nylon, con la differenza però che l’emissione sonora del carbonio ha una componente percussiva con una transiente d’attacco più evidente che, invece, è praticamente assente nel budello. 

È molto difficile proporre un esempio audio per questa tipologia di corde perché la loro immissione sul mercato coincide con l’avvento del digitale e questo ha generato un periodo molto “confuso” relativamente alla qualità delle registrazioni.
Se da una parte il digitale ha semplificato moltissimo tutto il processo di registrazione, dall’altra parte però questa novità ha avuto bisogno di molti anni per essere messa a punto (almeno per quanto riguarda la chitarra classica).

Questo perché la dinamica della chitarra classica è incredibilmente ampia (seppur il volume massimo non sia paragonabile ad altri strumenti come il pianoforte o il violino ecc) e le caratteristiche tecniche del nastro permettevano di gestire facilmento questo aspetto, mentre con il digitale era molto più facile andare incontro a problemi di saturazione.

Così vennero utilizzati in maniera importante i compressori per ridurre notevolmente questi picchi ottenendo però l’effetto di un suono non realistico, piuttosto medioso e ovviamente con una dinamica molto ridotta, rendendo poco riconoscibile il suono reale dello strumento e del chitarrista.

Credo sia molto rappresentativa di quanto detto questa incisione di David Russel tratta da un CD dedicato al barocco in cui suona l’Allemanda dalla suite in SOL minore di Lloillet.

Nuovi materiali, nuove idee

Negli ultimi anni poi la varietà di tipologie di corde si è molto ampliata con materiali nuovi come il “titanio” che vuole inserirsi a metà fra il nylon e il carbonio o leghe plastiche come il “nylgut“, pensate per riprodurre il più fedelmente possibile le caratteristiche timbrico meccaniche del budello.

Quest’ultimo materiale è stato brevettato da Mimmo Peruffo dell’azienda italiana Aquila Corde Armoniche che negli ultimi venticinque anni ha sempre fatto una grande ricerca sui materiali e ha sperimentato moltissime mescole ottenendo risultati indubbiamente interessanti e particolari.

Novità invece molto recente e molto interessante è l’introduzione di una nuova tipologia di nylon denominata “White Nylon” prodotto dall’azienda spagnola RC (Royal Classic).

Questo materiale ha la peculiarità di avere un tiro equivalente a quello del nylon ma con una densità e una risposta elastica più vicine al carbonio, permettendo così di sfruttare al meglio le potenzialità dello strumento senza stressare il piano armonico, lasciandolo libero di vibrare al meglio.
Ovviamente però bisogna sempre considerare che non esiste la corda perfetta o la corda migliore in assoluto ma che dipende sempre dal connubio strumento-chitarrista, perché le variabili sono moltissime e mutabili nel tempo.

La stessa corda sullo stesso strumento, toccata da due chitarristi diversi che hanno forma e struttura di unghia differente (oltre ad una naturale differenza di fisicità), può risultare profondamente diversa all’ascolto, oltre che nella percezione tattile di chi la utilizza.

Può essere interessante ascoltare una registrazione attuale su bobina a nastro con un registratore Studer A80 degli anni ‘70 (ovviamente poi riversata in digitale per una questione di fruizione) con una chitarra copia di un modello storico “Santos Hernandez 1917” montata con corde in budello, per un confronto sonoro (ovviamente del tutto relativo) nell’arco di un secolo.

Il brano è La Maja de Goya di Enrique Granados nell’esecuzione di Gabriele Curciotti (album completo a questo link).

Questione di tensione

A chiusura di questo articolo c’è però un ulteriore aspetto molto interessante da approfondire ed è quello legato alla tensione delle corde. Ogni chitarra ha un suo determinato range di tensione a cui deve essere sottoposto il piano armonico, attraverso il tiraggio delle corde, che permette alla struttura di muoversi e vibrare partendo da uno stato ottimale di pretensionamento.

Se si utilizzano corde troppo tese si va a “soffocare” il piano armonico e la risposta dello strumento sarà quindi quasi tutta rivolta all’aspetto percussivo, facendo scomparire invece le componenti di cantabilità e vibrabilità. 
Al contrario, se si usa invece una corda troppo morbida, lo strumento risulterà poco performante ed elasticamente inefficiente nel rimbalzo della corda sotto le dita.

È doveroso specificare che la tensione delle corde deriva esclusivamente dal loro calibro perciò, a parità di materiale, più la corda è sottile più avrà tensione minore e viceversa. Ovviamente con differenti materiali questo rapporto cambia ma la logica è sempre la stessa.

Le corde in nylon sono sempre più “cicciotte” rispetto a quelle in carbonio per natura stessa dei materiali. È importante però stare attenti ad una cosa: quando sulle confezioni c’è scritto “tensione leggera, media, forte o extra forte” bisogna sempre considerare se si sta parlando di nylon, carbonio o altri materiali perché questa terminologia è sempre relativa al materiale specifico e non è un valore assoluto.

Una tensione media in nylon ha un tiraggio decisamente più basso rispetto ad una in carbonio e sarà ancora diversa da corde realizzate con altri materiali. Quindi se la scelta della tipologia di corda, relativamente ai diversi materiali, rimane legata al gusto personale, quella relativa alla tensione deve essere ponderata rispetto al progetto costruttivo dello strumento e alle caratteristiche tecniche con cui è stato realizzato.

Buona Musica!



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