C’è un suono che negli anni ‘Settanta’70 almeno una volta ha fatto cascare la mascella a qualunque chitarrista. Un suono che sembra quasi un paradosso: brillante ma non tagliente, potente ma non sporco, con un sustain lunghissimo e una voce di medie frequenze che sembra quasi umana.
È il suono di Ritchie Blackmore. E ancora oggi, dopo cinquant’anni, rimane uno dei riferimenti timbrici più riconoscibili dell’intera storia della chitarra elettrica.
Blackmore non è mai stato un fan degli effetti. Il suo approccio era chirurgico: una Fender Stratocaster modificata, un Marshall Major da 200 watt portato fino a 280 grazie alle modifiche dei tecnici Ken Flegg e Ken Bran, e in mezzo, per un certo periodo, un registratore a bobine AIWA TP-1011 usato come pre-amplificatore.
Una Strat che non era più standard
La sua Stratocaster era tutt’altro che stock. Il pickup centrale? Sostituito da un dummy coil passivo per eliminare il ronzio senza alterare il tono. I tasti? Scavati (scalloped), per modulare le note con una pressione variabile delle dita e creare micro-inflessioni di intonazione impossibili su un manico normale.
I controlli di tono erano ricablati per un controllo indipendente tra bridge e neck pickup. E il pickup al ponte suonava libero, senza condensatori di tono che ne attenuassero le alte frequenze, selvaggio e sferragliante, come piace a chi vuole mordere le note, non accarezzarle.
Ma c’era qualcosa in più. Qualcosa che Blackmore aveva introdotto nel 1978, quando la sua ricerca del suono si era spinta dentro la cavità della chitarra stessa: il Master Tone Circuit, un circuito passivo che agiva sui pot del tono in modo radicalmente diverso da un normale treble-cut.
Il circuito che pochi sapevano replicare
Il Master Tone Circuit (MTC) non è un boost, non è un equalizzatore attivo, non è un effetto nel senso convenzionale del termine. È una rete LCR passiva – induttore, condensatore e resistore – cablata all’interno di una Stratocaster standard, che agisce sul controllo di tono trasformandolo in qualcosa che si avvicina più al comportamento di un wah fisso che a un semplice filtro passa-basso.
Chi lo ha descritto dice che con l’MTC i pot del tono iniziano a lavorare come un wah wah: portandoli a zero il suono diventa quello di un wah chiuso.
Per decenni quell’approccio è rimasto patrimonio dei pochissimi che avevano accesso agli originali degli anni Settanta. Poi è arrivato Bernd C. Meiser, fondatore di BSM (la stessa azienda nota per i suoi treble booster), che aveva studiato quattro unità MTC originali e nel 2017 aveva rilasciato la sua re-ingegnerizzazione del circuito: la BSM Spice Box.
Un oggetto costruito interamente a mano, punto a punto, senza PCB, con parti selezionate per garantire la massima fedeltà timbrica all’originale.
Purtroppo, Bernd Meiser è scomparso nel luglio del 2024, dopo una lunga malattia. Poiché le Spice Box erano prodotte interamente da lui su ordinazione, alla sua morte non esistevano unità in stock e il circuito era semplicemente sparito dal mercato.
Singlecoil riporta in vita la Spice Box
Ora la storia ha un seguito. Singlecoil Guitars ha rilanciato la produzione della Spice Box, ribattezzandola “Singlecoil Spice Box à la Bernd“ in omaggio al suo creatore. Il processo produttivo è rimasto identico all’originale: cablaggio punto a punto al 100%, nessun PCB, nessun componente pre-assemblato. Anzi, Singlecoil ha alzato l’asticella sulla selezione dei componenti, usando condensatori con tolleranza all’1% e resistenze con tolleranza allo 0,1%, per garantire che ogni unità prodotta sia acusticamente identica alle altre.
Nel kit è incluso anche il foglio di istruzioni originale di Bernd Meiser, con il suo schema di cablaggio disegnato a mano, un dettaglio che vale più di qualsiasi nota tecnica aggiuntiva. Il prezzo è $172 USD / €149 più spedizione.
La Singlecoil Spice Box non è per tutti. È un upgrade invisibile, che non si vede dall’esterno e non impressiona nessuno durante il soundcheck. Ma per chi insegue da anni quella voce mediana, quella risposta dinamica particolare che aveva la Strat di Blackmore sui palchi dei Rainbow, è probabilmente uno degli interventi più filologicamente corretti che si possano fare su una Stratocaster.
Certo, poi servirebbero anche delle mani in grado di domare questo suono così particolare, perché gli stessi ingredienti in mano a cuochi diversi… beh, avete capito!













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