Dai Nirvana alla chitarra classica, passando per lavori alienanti (benzinaio, assemblatore in catena di montaggio, scaricatore di bancali) e una scuola di liuteria a Milano frequentata quasi per caso: Fabio Schmidt è un liutaio che non cerca risposte facili.
Il suo percorso lo ha portato a ribaltare ogni principio costruttivo fino a sviluppare un modello unico, progettato intorno alla nota lupo.
Attivo dal 2008 in mostre e festival di liuteria in tutta Italia, con bottega a Lodi, Fabio Schmidt ha costruito negli anni una filosofia costruttiva che rifiuta le copie storiche e insegue un’identità spiccata, anche a costo di essere divisivo.
Presente alle edizioni passate di Roma Expo Guitars, rappresenta una voce fuori dal coro nel panorama italiano.
Dai Nirvana alla chitarra classica
Fabio, come sei arrivato alla liuteria?
In casa mia c’era una chitarra. La imbracciai verso i quattordici anni per emulare le gesta dei miei idoli del panorama alternativo dell’epoca: le canzoni dei Nirvana furono le prime che riuscii a mettere insieme. Ci misi qualche mese a dar vita a una band di adolescenti della mia età. Usavamo la musica come pretesto per sentirci ribelli e anticonformisti, in realtà però avevamo solo scelto una moda invece che un’altra.
Terminate le superiori, però, la musica non è diventata subito un mestiere.
No: mi ritrovai con poche ambizioni e ancor meno voglia di studiare. Finii a lavorare nelle più alienanti realtà del mondo del lavoro: feci il benzinaio, l’assemblatore in catena di montaggio, lo scaricatore di bancali e altri lavori certamente non entusiasmanti. Ci misi due anni a capire che la mia vita non poteva proseguire in quel modo, un’esistenza vissuta così era semplicemente inaccettabile.
E la svolta?
Non avendo idea di dove rivolgere i miei sforzi per cambiarla, presi al volo l’occasione che mi si manifestò quando un mio collega mi parlò di una scuola a Milano dove si insegnava a costruire strumenti musicali. La prospettiva di non dover più lavorare, né tanto meno di tornare a studiare era tanto allettante che mi iscrissi senza neanche sapere bene cosa stessi andando a frequentare.
Alla Civica di Milano è successo qualcosa di importante.
Sì: fu durante gli anni della scuola di liuteria che finalmente iniziai a esplorare un repertorio per uno strumento che neanche immaginavo si potesse suonare così: la chitarra classica. Fu amore a prima vista. Il fascino e l’eleganza che uscivano dal tocco flebile delle dita sulle corde di nylon era l’esatto opposto della rabbia che esprimeva la musica che fino ad allora avevo ascoltato. Non vi fu modo di arginare questa nuova travolgente passione: chiusi la chitarra elettrica nel fodero e non lo riaprii mai più.
Essere umano = essere unico
Cosa ti rende unico come liutaio?
La risposta ovvia, almeno per come intendo questo lavoro, sta semplicemente nell’essere un essere umano. Nessuno, neanche volendolo con tutte le sue forze, potrebbe essere me, così come io non potrei essere nessun altro. Siamo tutti unici come persone, come non potremmo esserlo come lavoratori?
È una prospettiva radicale.
Credo che in fondo sia questa la differenza ideologica che intercorre tra una chitarra costruita in catena di montaggio e una creata dalle nude mani di una singola persona. Ogni elemento delle mie chitarre riflette me. Chi acquista uno strumento di liuteria porta a casa anche un pezzo di vita di chi l’ha costruita, con le sue idee e la sua sensibilità.
Non parli di qualità, quindi.
No: non intendo parlare né di qualità, né di prezzo. È più che lecito che una chitarra di fabbrica possa piacere più di una costruita a mano. La prima però rappresenterà il prodotto di una moltitudine di persone e di contingenze, mentre la seconda sarà manifesto dell’espressione umana di un singolo.
La crisi: «Non riconoscevo le mie chitarre»
Ci hai parlato di una crisi sulla consapevolezza del tuo lavoro…
All’inizio dei miei anni dedicati a questo lavoro, mi bastarono poche prove casalinghe per giungere alla deludente conclusione che non ero in grado di distinguere i miei strumenti da quelli degli altri. Per spiegarlo in modo chiaro è come se un musicista non riconoscesse una sua registrazione o se uno scrittore non fosse in grado di distinguere un suo romanzo.
Dev’essere stata una presa di coscienza pesante.
Con questa angosciante consapevolezza non solo venne a meno l’idea che mi ero fatto del mio lavoro, ma anche il senso stesso di continuare a farlo. Fu per altre ragioni che approdai al mio progetto attuale, ma mi piace immaginare che sia stata proprio questa presa di coscienza a guidarmi verso la ricerca della mia identità.
Una chitarra «divisiva e provocatoria»
Come hai ribaltato la situazione?
Mi misi al lavoro, ribaltando ogni principio che fino ad allora mi aveva sorretto: niente più copie, niente più cambi continui di direzione, niente più menzogne. Nel giro di qualche anno perfezionai il modello di chitarra che ancora costruisco, strumento che riesco oggi a distinguere con discreta sicurezza tra gli altri.
Qual è la caratteristica distintiva di questo modello?
Si tratta di una chitarra che ha fatto di un problema il suo elemento distintivo. La prima corda a vuoto e all’ottava superiore suona con grande volume, caratteristica data dal fatto che l’intero strumento è progettato per sviluppare la nota lupo (una nota corta e potente) alla frequenza di Mi. Mettere a punto questa caratteristica mi è costata anni di studio.
La nota lupo di solito si cerca di evitarla, tu invece l’hai cercata.
Esatto: avere in mano il progetto per una chitarra con una caratteristica così invasiva non mi mette certamente al riparo da critiche. Lo strumento che propongo è divisivo e provocatorio, un po’ come mi sento di essere io. Del resto ho smesso da tempo di inseguire concetti soggettivi come il bello e il brutto. Quel che conta per me è avere un’identità spiccata che dia senso e coerenza a quello che faccio ogni giorno.
Come definiresti il suono che cerchi?
Inseguo un suono che mantenga il fascino della chitarra tradizionale ricercando però nello stesso tempo l’efficienza propria degli strumenti di ultima generazione. Nelle mie chitarre mi sono ispirato all’antica liuteria spagnola, ma nel complesso il progetto è moderno e personale. Costruisco un solo modello in abete e palissandro indiano, solo su specifiche particolari utilizzo altri legni.
La bottega a Lodi e il legame con i musicisti
Dove lavori oggi?
Vivo e lavoro a Lodi, in viale Rimembranze. Ho lavorato in Lombardia, Puglia e Piemonte intrecciando in ogni luogo una stretta collaborazione con eccellenti chitarristi delle zone. Dal 2008 partecipo regolarmente a molti festival e mostre di liuteria in tutta Italia.
Che rapporto hai con i musicisti?
Solo un musicista può comprendere l’importanza che ha uno strumento musicale nel momento in cui diviene il mezzo per esprimere la propria arte. Ciò che si crea tra strumento e musicista diviene ben presto un rapporto molto umano, pregno di quel sentimento che le persone vivono quando condividono un’emozione.
Da ciò evince la grande responsabilità del liutaio che, attraverso il suo lavoro, mette in gioco se stesso nel personalissimo percorso che ogni musicista vive con il proprio strumento.
Roma Expo Guitars e la scena liuteriale italiana
Fabio Schmidt ha partecipato alle passate edizioni di eventi e mostre di liuteria in tutta Italia, inclusi appuntamenti importanti come il Roma Expo Guitars, dove ha avuto modo di confrontarsi con colleghi e musicisti.
Quest’anno non sarà presente alla manifestazione, ma il suo lavoro continua a essere un punto di riferimento per chi cerca chitarre dall’identità forte, costruite senza compromessi e con una visione personale del suono.














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