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La mano destra: il vero segreto del fingerstyle sulla chitarra acustica

Postura, articolazione, dinamica: la mano destra è il cuore del fingerstyle e si costruisce con metodo.

Hai mai ascoltato due chitarristi suonare lo stesso accordo, con la stessa chitarra, e sentito una differenza abissale di suono? Non è magia, non è il legno, e quasi mai è la marca delle corde.
La differenza, nella stragrande maggioranza dei casi, nasce da una sola cosa: quello che succede nella mano destra. Eppure è proprio la mano destra il lato più trascurato nello studio della chitarra acustica, quella parte del corpo che i chitarristi danno per scontata fin dal primo giorno e che invece richiede anni di lavoro paziente, metodico, quasi maniacale.

Chi ha avuto modo di seguire il corso Everything About Acoustic Guitar di Ciro Manna sa bene da dove parte il percorso didattico: non dagli accordi, non dalle scale, non dall’armonia, ma proprio da lì, da quegli esercizi apparentemente semplici con corde a vuoto che sembrano roba da principianti assoluti e che invece nascondono una profondità tecnica notevole.

Il polso, la postura e il “colpo”

Il punto di partenza, quasi sempre ignorato nei tutorial online, è la postura del braccio e del polso. Non è un dettaglio estetico. Con il polso piegato, le dita non riescono ad articolarsi in modo naturale: il movimento si fa rigido, il colpo sulla corda diventa irregolare, e il suono che ne risulta è sporco, discontinuo.

Il polso deve essere dritto, il braccio rilassato, la mano che posa sullo strumento senza tensione. Il pollice si posiziona sulla quinta corda come punto di riferimento, mentre indice, medio e anulare coprono rispettivamente la terza corda (Sol), la seconda (Si) e la prima (Mi cantino). Questa è l’impostazione di partenza, quella da cui poi si apre tutto il resto.

Ma c’è un altro aspetto che Manna sottolinea con forza, e che ha un impatto immediato e percepibile sul suono: il punto di articolazione delle dita. Le dita non devono muoversi dalla falangetta, l’ultima falange, quella punta che viene quasi spontaneo usare.
Il movimento corretto parte dalla falange intermedia: il dito deve comportarsi come una molla, entra verso la corda, la colpisce, e torna nella posizione iniziale. È una differenza sottile da vedere, enorme da sentire. Chi ha provato sa di cosa si parla: quel suono incerto, come se si stesse “toccando” la corda invece di suonarla, nasce quasi sempre da un’articolazione sbagliata.

Poi c’è il capitolo unghie, che in certi ambienti fa storcere il naso ma che sulla chitarra acustica – come su quella classica – è semplicemente una questione tecnica. L’unghia deve essere levigata nel punto in cui impatta sulla corda. Una superficie irregolare produce un attacco ruvido, un suono che gratta invece di scorrere.

È lo stesso principio del plettro: chi lo usa perpendicolare alla corda ottiene un suono, chi lo inclina leggermente ottiene qualcosa di completamente diverso, più morbido, più musicale. E anche il punto dove si colpisce la corda – più vicino al ponte o più verso la buca -cambia radicalmente il suono. È una variabile su cui vale la pena sperimentare consapevolmente, spostando la posizione della mano di qualche centimetro e ascoltando cosa accade.

La classica insegna l’acustica

Questa frase vale oro, e spiega perché il corso parte da esercizi che potrebbero sembrare elementari. La chitarra classica viene suonata spesso da sola: non c’è basso, non c’è batteria, non c’è nessun elemento che copra le imperfezioni. Hai un pezzo di legno, delle corde, e le tue dita. O sei preciso nell’esecuzione, oppure ogni sbavatura viene a galla con una chiarezza implacabile.

La chitarra acustica funziona esattamente nello stesso modo, che tu stia registrando in studio, che tu stia suonando in un contesto con altri strumenti, o che tu stia semplicemente improvvisando da solo in casa. Il controllo della dinamica, il bilanciamento del volume tra le dita, la pulizia del colpo: queste cose non si sviluppano per magia con gli anni di pratica. Si sviluppano con esercizi specifici, fatti col metronomo, a velocità gradualmente crescente.

Il lato metodico della chitarra classica mi piace tantissimo, perché ti insegna non solo la parte meccanica, ma ti imposta mentalmente verso questo tipo di percorso e come essere preciso, come essere accurato, come essere pignolo nel curare certi dettagli. (Ciro Manna)

Un problema comunissimo, che Manna nomina esplicitamente, è il dislivello dinamico tra le dita: l’indice tende a essere più forte, il medio un po’ meno, l’anulare spesso ha un suono più debole o meno definito.
Se non ci si lavora in modo consapevole, questo squilibrio si incista nel modo di suonare e diventa praticamente impossibile da correggere anni dopo.
Gli esercizi su corde singole – prima con l’indice da solo, poi col medio, poi con l’anulare, poi a coppie, poi a terzine con tutte le combinazioni possibili – servono esattamente a questo: far sì che ogni dito produca lo stesso volume, lo stesso colore di suono, lo stesso controllo del colpo. Non è noia, è lavoro di precisione.

Il colpo netto: quella cosa che separa chi suona da chi fa rumore

C’è un fenomeno che chi studia da solo difficilmente riesce a identificare: il rumore dell’unghia sulla corda. Accade quando il colpo non è deciso, quando il dito esita, quando non impatta la corda in modo diretto ma quasi la sfiora mentre sta ancora vibrando.
Il risultato è un sottile fruscio che sporca la nota, la rende incerta, la svuota di proiezione. Questo piccolo difetto, moltiplicato per ogni nota di un arpeggio, produce un suono complessivamente poco convincente e la frustrazione del chitarrista che non capisce perché non suoni come quel disco che ha ascoltato mille volte.

Il colpo deve essere netto e deciso. La corda va colpita con intenzione, non accarezzata. La differenza si sente immediatamente, ma si ottiene solo dopo aver lavorato su questa consapevolezza in modo esplicito. Non basta suonare tanto, serve suonare con attenzione al gesto, ogni volta.

Dalle figurazioni agli arpeggi: quando la tecnica diventa musica

Una volta che le basi della mano destra sono solide – postura corretta, articolazione giusta, colpo netto e uniforme tra le dita – si apre un mondo di possibilità. Manna porta il discorso dagli esercizi su corde a vuoto fino alle figurazioni più articolate: duine, terzine, quartine in tutte le permutazioni possibili tra pollice, indice, medio e anulare.
Non è un elenco accademico: ogni combinazione produce una figurazione ritmica e timbrica diversa, e imparare a gestirle tutte significa avere a disposizione una tavolozza sonora molto più ricca di quanto si immagini.

Ed è proprio quando queste figurazioni vengono applicate su progressioni di accordi reali che la tecnica smette di sembrare uno studio e diventa musica. Un arpeggio ispirato a Man in the Mirror di Michael Jackson, con il Sol che si ribatte sulla terza corda a vuoto mentre il basso scende, funziona in modo convincente solo se la mano destra è già allenata a gestire colpi simultanei, come indice e anulare insieme, con la stessa precisione di colpi singoli. Senza quel controllo, l’arpeggio si inceppa, i volumi sono sbilanciati, il basso pizzicato dal pollice copre tutto il resto.

Lo stesso vale per un groove in stile R&B con percussioni integrate nella mano destra: colpire le corde per simulare una ghost note, poi riprendere l’arpeggio senza perdere il tempo, richiede che tutto il meccanismo della mano destra funzioni in modo indipendente e fluido. Non è virtuosismo fine a sé stesso, è il livello di controllo necessario per affrontare un brano in una sessione professionale.

Siate pignoli, non abbiate fretta e curate nel tempo il tocco, il suono, la dinamica della mano destra, perché è fondamentale per eseguire al meglio queste parti. (Ciro Manna)

Come allenarsi davvero: metronomo, registrazione e pazienza calcolata

Il metronomo è lo strumento più odiato e più necessario dello studio chitarristico. Manna non lo suggerisce come opzione: è il punto di riferimento fisso di ogni esercizio, dalla prima corda a vuoto suonata con l’indice fino agli arpeggi più complessi. La logica è semplice: il timing non si sviluppa suonando a velocità libera, perché il cervello tende a compensare i punti di difficoltà accelerando o rallentando inconsciamente. Con il metronomo, quei punti emergono con chiarezza e si può lavorarci.

La progressione corretta è quella della velocità crescente graduale: si parte da un BPM confortevole, si consolida il controllo, si sale di qualche tacca alla volta. Non appena la mano inizia a perdere precisione o il suono diventa sporco, si torna indietro. È un lavoro lento, a tratti noioso, ma è l’unico che porta risultati stabili nel tempo.

Un altro strumento spesso sottovalutato è la registrazione. Mentre si suona, l’attenzione è distribuita tra la posizione degli accordi, il plettro, il tempo, ed è quasi impossibile valutare oggettivamente la qualità del proprio suono in tempo reale. Ascoltarsi dopo, anche su uno smartphone, cambia completamente la prospettiva: quello che sembrava fluido e preciso può rivelare sbavature impreviste, dinamiche sbilenche, note mute. La registrazione è il coach più onesto (e spietato) che si possa avere.

Metti alla prova la tua mano destra: qualche spunto pratico

Se vuoi capire davvero dove sei con la tua tecnica, prova questo: prendi un singolo accordo, ad esempio Sol maggiore in prima posizione, e suonalo con l’arpeggio più semplice che conosci. Registra trenta secondi col metronomo a 60 BPM. Poi ascoltati.
Chiedi a te stesso: ogni nota ha lo stesso volume? L’anulare suona come l’indice? C’è qualche rumore di unghia? Il tempo è davvero stabile? Queste domande non sono critiche, sono diagnosi. Individuare con precisione dove si perde la pulizia è il primo passo per lavorarci.

Poi prova a cambiare il punto di attacco sulla corda e ascolta cosa cambia. Comincia a fare di quel parametro una scelta consapevole, non un’abitudine casuale. Infine, metti la stessa figurazione su una base ritmica, anche un loop semplice, e suonala per almeno dieci minuti di fila senza fermarti. Più suoni su una base, più entri nel ritmo, più lo suoni in modo rilassato. Ed è lì, in quel momento di scioltezza conquistata, che la tecnica smette di essere un esercizio e comincia a essere musica.



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