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Steve Howe e la chitarra classica: le radici del chitarrista degli Yes

Steve Howe degli Yes ha costruito il suo stile unico sulle fondamenta della chitarra classica, da Segovia al flamenco.

Quando si parla degli Yes, la mente corre subito alle architetture progressive degli anni Settanta, ai muri sonori del Mellotron, alle strutture ritmiche impossibili. Eppure, uno dei segreti meglio custoditi di quella band sta nelle mani di un chitarrista che, prima ancora di imbracciare un’elettrica, aveva già fatto i conti con la chitarra classica spagnola e con il fingerstyle acustico.
Quel chitarrista è Steve Howe, e un video lo racconta meglio di qualsiasi biografia.

Un duo improbabile, una musica senza tempo

Nel 1975, mentre gli Yes erano ancora al culmine della loro parabola creativa, Steve Howe pubblicò il suo primo album solista, Beginnings.
La title track è un brano strumentale che mette insieme due mondi apparentemente lontanissimi: la chitarra classica di Howe e il clavicembalo di Patrick Moraz, il tastierista svizzero che aveva appena inciso con la band Relayer.​

Il clavicembalo non è un pianoforte nel senso moderno del termine. È un suo antenato diretto, ha un suono secco, tagliente, quasi percussivo, e dialogare con una chitarra classica su quel timbro richiede una sensibilità musicale che va ben oltre il rock.
Eppure Howe ci riuscì con naturalezza, e il risultato è un pezzo che, ancora oggi, sorprende chi lo ascolta per la prima volta.

La performance di “Beginnings” è uno di quei rari documenti musicali in cui tutto si chiarisce senza bisogno di spiegazioni.
Si vede – e si ascolta – un chitarrista di rock progressivo che tratta la chitarra classica non come un momento di pausa tra le distorsioni, ma come il suo linguaggio principale. Si vede un musicista che ha studiato, che ha interiorizzato una tradizione, e che la usa liberamente senza doverla dimostrare.​

Per chi si avvicina alla chitarra classica oggi, magari dopo anni di elettrica, questo video è anche una lezione implicita: il background conta, e a volte quello che rende unico un chitarrista rock non è la velocità o l’effettistica, ma ciò che ha imparato molto prima di salire su un palco con un amplificatore.

Le radici che nessuno si aspetta

Steve Howe nasce musicalmente nella Londra degli anni Sessanta, tra blues, R&B e psichedelia, ma fin dall’inizio il suo approccio alla chitarra è anomalo rispetto ai colleghi dell’epoca. Mentre tutti guardavano a Clapton e Page, lui studiava la chitarra classica spagnola, il jazz e le tecniche di fingerpicking. Non era semplicemente un appassionato: era un musicista con un vocabolario tecnico che attingeva alla musica d’arte europea, al flamenco, al country picking americano.

Pur tuttavia, Steve Howe non ha mai ricevuto una formazione classica nel senso accademico del termine. «Il modo in cui ho imparato è stato puramente a orecchio», racconta lui stesso in una lunga intervista del 1992 in Giappone. «Ho provato a studiare la notazione convenzionale, ma non era per me. Devo essere libero dalla carta per suonare.»

Eppure, circa tre anni dopo aver iniziato a suonare, suo fratello – che nel frattempo era passato dal jazz alla musica classica – gli disse una frase destinata a cambiare il corso della sua carriera: «Ti rendi conto che esiste un’intera letteratura di musica classica per chitarra?».
Howe racconta che non aveva davvero ascoltato fino a quel momento. Poi suo fratello gli fece sentire un disco – forse Segovia, forse Julian Bream, non ricorda con certezza – e fu, per usare le sue parole, «sbalorditivo».​

Segovia, Bream e il liuto: tre porte aperte insieme

La scoperta di Andrés Segovia e Julian Bream non aprì una sola porta, ma tre in una volta sola. La prima era la chitarra classica in senso stretto. La seconda era il liuto: Bream era uno dei più grandi interpreti del repertorio liutistico rinascimentale, e attraverso di lui Howe arrivò a John Dowland, compositore inglese del XVII secolo, che considerò da subito «l’influenza più antica che si possa prendere per la musica folk».​

La terza porta era il flamenco. «Quando mi resi conto che c’era tutto il flamenco, capii che sarebbe stato molto importante per me», racconta Howe. La sua prima guida in quel territorio fu Sabicas, il chitarrista gitano che all’epoca era ancora un punto di riferimento assoluto nel flamenco tradizionale.
Poi, racconta con entusiasmo evidente anche nella trascrizione, arrivò la rivelazione di Paco de Lucía«D’un tratto, Paco de Lucía. Ah, sai, questa è la versione romantica, moderna, potente della chitarra flamenca».​

Due brani che lasciano il segno

Tutto questo confluisce, in modo molto diretto, in due dei pezzi più celebri del repertorio acustico di Howe negli Yes.
Il primo è “Clap”, registrato dal vivo al Lyceum Theatre di Londra il 17 luglio 1970 e pubblicato su The Yes Album nel 1971: uno strumentale di country-picking che Howe compose vagando per i campi con la sua chitarra Martin 00-18 del 1953 durante le sessioni di scrittura dell’album in una fattoria della campagna inglese. 

«Mi sconvolse», ricorda Howe, «improvvisamente ero diventato una persona indipendente» e quel senso di libertà si sente in ogni nota. Era talmente legato a quella chitarra che nel 1999 la Martin rilasciò il modello firmato 00-18SH Steve Howe basato esattamente su quello strumento.​

Il secondo è “Mood for a Day”, incluso in Fragile: un pezzo a corde nylon con influenze flamenco e folk celtico, costruito attorno a un frammento che Howe stesso ammette di non riuscire nemmeno a identificare con certezza. «Parte di Mood for a Day l’ho presa da un pezzo… non so come si chiama, è più come un frammento», racconta nell’intervista del 1992.

Due brani strumentali, due anime diverse della stessa formazione: il picking americano da una parte, la chitarra classica spagnola dall’altra.

Il segreto di uno stile inimitabile

La domanda che molti si sono posti nel tempo è: perché Steve Howe – elettrico – suona così? Perché il suo stile sulle sei corde è così difficile da classificare, così refrattario alle categorie? La risposta sta esattamente in questo percorso.
Un chitarrista che ha costruito il suo orecchio su Segovia, Sabicas, Paco de Lucía, John Dowland e Julian Bream, e che solo successivamente ha integrato blues, jazz e rock, sviluppa un senso melodico e una concezione dell’accordo che non assomiglia a nessun altro.​

«Avevo un’influenza molto forte dalla mia famiglia, che non amava il rock e mi metteva davanti i grandi chitarristi jazz. E poi mio fratello è passato alla classica, e ha aperto quella porta.» 
È quella porta che spiega tutto il resto.​



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