La bacchetta che ho in mano è davvero quella giusta? È una domanda fondamentale, però è il caso di porsela – e trovare la risposta – ben prima di salire su un palco!
Immagina questo: siamo a New York durante un periodo intensivo di studio, i migliori batteristi della scena mondiale ti passano davanti come se suonare fosse la cosa più naturale del mondo. Guardi, ascolti, poi decidi di capire cosa sta succedendo.
Ti metti a studiare il playing di Jojo Mayer, grazie al suo dvd Secret Weapons for the Modern Drummer, appunti inclusi, come fosse un corso universitario.
Abbiamo rubato questo piccolo racconto a un pezzo di vita vera del batterista Ruben Bellavia, che lo racconta nel suo videocorso didattico La Tecnica delle Mani nel Jazz.
Ebbene, in quel dvd a un certo punto il buon Mayer consiglia, per un esercizio di free stroke sul pad, di usare le metal stick. Bacchette di metallo. Ok, si fa.
Bellavia entra in un negozio di musica della Grande Mela, chiede le metal stick, il commesso annuisce convinto e tira fuori un paio di bacchette mastodontiche. Di legno. Bellavia le guarda perplesso, paga e va.
Solo dopo, probabilmente suonando con quei mattarelli e chiedendosi perché le mani non ne volessero sapere, capisce l’equivoco: quelle erano bacchette da heavy metal!! Il genere musicale. Non il materiale.
La cosa bella è che quelle bacchette enormi – che oggi ovviamente non usa più – hanno comunque fatto il loro lavoro. Studiare con qualcosa di più pesante, almeno nelle prime fasi, non è così sbagliato: i polsi si rinforzano, il controllo del movimento migliora, e il corpo costruisce una risposta muscolare più solida. È un po’ come allenarsi con lo zaino carico per poi correre leggero.
Attenzione però all’obiettivo live show: diremo dopo perché questo approccio non è consigliabile, intanto…
Punta della bacchetta: nel jazz non è la stessa cosa
Passata la fase delle bacchette-equivoco, il discorso si fa più sottile. Perché quando si parla di bacchette per il jazz, il dettaglio che cambia davvero il suono non è solo il peso o il materiale del legno: è la forma della punta.
La punta a oliva – quella allungata, la più comune nei kit base e nei negozi generalisti, funziona benissimo per rock, pop, tutto quello che richiede un attacco secco e definito. Sul ride di un jazz set, però, quella stessa oliva tende a produrre un suono più tagliente, più percussivo, meno caldo. Non è un problema di qualità: è una questione di carattere. E nel jazz il carattere del suono sul ride conta moltissimo, perché è lì che passa la maggior parte dell’informazione ritmica di un’intera serata.
La punta tonda, piccola e tondeggiante, fa una cosa diversa: lascia che il piatto vibri, lo lascia cantare un po’. Il suono diventa più rotondo, più legato, con quella morbidezza che distingue immediatamente un ride jazz da un ride rock. Non è magia, è fisica, e il risultato finale si sente.
Le bacchette su cui Bellavia è arrivato, dopo anni di ricerca, sono le Vater Classic Big Band (nessun messaggio promozionale nascosto, sono quelle che usa, potete vederne le caratteristiche e scegliere cosa vi pare, NdR), punta sferica piccola, bilanciate, leggere. Non le usa solo perché gli piacciono: le usa perché a fine concerto i colleghi di band gli chiedevano spontaneamente cosa avesse cambiato. Senza che lui dicesse niente. Il suono aveva già risposto per lui.
Il percorso di chi non si accontenta
Prima delle Classic Big Band c’era un altro capitolo. Per anni Bellavia aveva suonato con le Vater Gospel Fusion, bacchette sempre a punta tonda ma più grandi, più spesse, paragonabili a una Power 5A per chi ha un punto di riferimento nel settore.
Un modello che risponde bene quando serve più massa, più volume, più presenza fisica sul piatto, senza però rinunciare alla rotondità timbrica che la capocchia garantisce.
In parallelo, soprattutto per i tempi veloci, usava bacchette in acero (maple), molto più leggere degli equivalenti in hickory. Scelta tattica: quando il metrono sale e le mani iniziano a fare i conti con la fatica, avere meno peso da gestire per colpo non è un lusso, è una necessità pratica.
Bisogna lavorare di precisione, non di forza, e una bacchetta più leggera lascia margine tecnico che una più pesante si mangia. Chi ha trovato la sua bacchetta sa bene di cosa si tratta: quella sensazione per cui le mani vanno dove devono andare senza che tu debba pensarci.
L’autosabotaggio di chi studia con una bacchetta e suona con un’altra
C’è però un errore sottile in cui è facilissimo cadere, soprattutto quando si è in una fase di studio intensa: usare una bacchetta più pesante per la pratica sul pad – magari per sviluppare forza e controllo – e poi salire sul palco con un modello completamente diverso. Sembra una cosa ragionevole e all’inizio abbiamo anche detto che qualche risvolto positivo può esserci. Ma poi, bisogna ragionare con maggiore logica e con l’obiettivo del palco, non dello studio.
Il sistema muscolare si abitua a un certo peso, a una certa risposta elastica, a una specifica distribuzione del punto di equilibrio. Quando cambi tutto di colpo, le mani cercano qualcosa che non c’è più e reagiscono in ritardo. Non è una questione psicologica: è proprio la risposta neuromuscolare che va in tilt. E che lo faccia esattamente la sera del concerto importante, con l’ansia da palco già in circolo, è una garanzia.
Il consiglio di Bellavia è disarmante nella sua semplicità: studia con le stesse bacchette con cui suoni. Soprattutto quando il tempo a disposizione per il pad si riduce, ogni sessione deve essere coerente con quello che poi accade dal vivo. Nessuna sorpresa, nessun ricalibramento nervoso nei cinque minuti prima di salire sul palco.
Come capire se stai usando la bacchetta giusta (o no)
La risposta onesta è: lo senti. Non serve una griglia di valutazione, basta prestare attenzione a qualche indicatore concreto. Sul pad, ascolta se la bacchetta rimbalza in modo naturale o se devi controllarla attivamente a ogni colpo. Sul ride, sentì se il piatto suona o se semplicemente viene colpito. A tempo elevato, nota se le mani iniziano a irrigidirsi prima del previsto.
Se hai sempre usato la stessa bacchetta senza mai metterla davvero in discussione, potrebbe valere la pena fare un confronto diretto: prendi un modello a oliva e uno a punta sferica, suona lo stesso pattern di swing sullo stesso ride, e ascolta. La differenza non è suggestione. È lì, è acustica, e probabilmente ti farà venir voglia di sperimentare ancora un po’.
La ricerca della bacchetta giusta è una di quelle cose che probabilmente non finiscono mai del tutto. Ma è una ricerca che vale la pena fare con testa, perché quello strumento sottile che hai tra le dita non è un accessorio neutro. È già parte del tuo suono, prima ancora che tu abbia deciso cosa suonare.
Hai già trovato il tuo modello ideale, o sei ancora in mezzo alla sperimentazione? Racconta nei commenti: brand, modello, tipo di punta, e soprattutto cosa è cambiato da quando hai trovato quella giusta.












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