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La musica inizia dentro di te: il mindset dei batteristi jazz

Il groove nasce prima delle bacchette: Enzo Zirilli spiega perché il vero studio parte dall'ascolto e dal corpo.

Il modo migliore per migliorare sulla batteria è stare lontano dalla batteria. Frase strana vero? ovvio, non va presa alla lettera, è una frase estremizzata per esprimente un concetto che deve essere complementare alla pratica giornaliera e al palco: prima di sederti al set, dovresti aver “già suonato”. Nella testa, con il corpo, con la voce. Se aspetti di capire cosa vuoi suonare quando hai già le bacchette in mano, sei già in ritardo.

Questo è il nucleo del suo videocorso Jazz Drum Mindset, e non è una filosofia astratta. È un metodo. Fatto di ascolto analitico, di groove cantati a voce. Una cosa concreta, a volte scomoda, che però spiega perché certi batteristi sembrano sempre dentro la musica, e altri sembrano sempre un mezzo tempo indietro, anche quando tecnicamente non sbagliano nulla.

Il problema di fondo

Puoi studiare rudimenti per anni. Puoi avere una coordinazione impeccabile, paradiddle a 200 bpm, un’indipendenza da fare invidia. E nonostante tutto questo, sederti al set con un quartetto jazz e sentirti perso. Non tecnicamente, ma musicalmente. Come se quello che stai suonando fosse corretto ma non stesse comunicando niente a nessuno.

Il punto, secondo Zirilli, è che la tecnica è l’ultimo anello di una catena che inizia molto prima. E quella catena parte dall’ascolto: non l’ascolto distratto da chi mette su un disco mentre fa altro, ma quello di chi cerca di decifrare ogni strato sonoro di un brano prima ancora di avvicinarsi allo strumento.
Lui stesso racconta di essersi avvicinato alla musica cercando di andare al di là della superficie della melodia, scavando sotto il canto per trovare la linea di basso, il comping del piano, i fiati, le risposte tra gli strumenti. Non per ossessione analitica, ma perché quella è la materia prima con cui poi si suona.

Ascoltare davvero, non ascoltare e basta

Prima di approdare al jazz, prendiamo All You Need Is Love dei Beatles, un brano che tutti conoscono, una canzone pop immediata. Ma quando ci entri davvero, scopri che la melodia principale va in 7/4, che nel finale gli archi suonano free, che c’è una citazione di In The Mood di Glen Miller quasi nascosta tra i tromboni, e che i Beatles si autocitano con una frase da She Loves You. La batteria, poi, è pensata quasi come una sezione d’archi molto ritmici, non come un semplice supporto al ritmo.

Tutto questo non lo senti se non stai ascoltando con quella qualità di attenzione che Zirilli considera il vero prerequisito al suonare.
E la stessa cosa vale per un disco di Bill Evans, per un brano di Dexter Gordon, per Thriller di Michael Jackson, che Zirilli analizza con la stessa cura, sottolineando come la scrittura di Quincy Jones sia essenzialmente jazz anche sotto i suoni campionati degli anni Ottanta. Quando ascolti davvero, trovi jazz ovunque. E quando trovi jazz ovunque, hai molto più materiale su cui lavorare di qualsiasi metodo stampato.

Il corpo come strumento zero

Qui arriva il passaggio che distingue davvero l’approccio di Zirilli da quello di altri insegnanti. Una volta che l’ascolto ha depositato qualcosa nella tua mente, il passo successivo non è andare alla batteria. È portare quel suono nel corpo. 

“Io non faccio altro che esplicitare un pensiero che ho interiorizzato e metabolizzato e che suono con me stesso e che poi traduco sullo strumento. Lo strumento è già dentro di noi, in realtà, e per i batteristi è ancora di più, perché noi abbiamo la possibilità di usare il nostro corpo” (Enzo Zirilli).

Il corpo del batterista ha dinamiche, ha peso, ha accenti naturali. Battere le mani su una coscia, tamburellare le dita sul tavolo, camminare a tempo su un groove mentale, non è un’attività di serie B. È studio vero, ed è il ponte necessario tra quello che hai ascoltato e quello che produrrai sullo strumento.
Se riesci a cantare un groove, a muoverti su quel groove, a sentirlo fluire prima nelle ossa che nelle mani, quando poi ti siedi alla batteria stai solo traducendo qualcosa che esiste già, non stai improvvisando sul nulla sotto pressione.

Questa dimensione fisica dell’interiorizzazione ha a che fare anche con il movimento: Zirilli parla di muoversi con ampiezza, di respirare insieme al respiro del brano, di costruire un’onda, non suonare misura per misura, ma sentire la musica come qualcosa di circolare, che si ripete e si rinnova come le onde del mare. “C’è un suono nel non suono”, dice. Il colpo nasce prima del colpo, nel modo in cui ci si muove verso di esso.

I batteristi sotto mentite spoglie

Uno degli aspetti più originali di questo approccio riguarda il modo in cui Zirilli guarda ai musicisti che non sono batteristi.
Dexter Gordon, Charlie Parker, Bud Powell, Thelonious Monk, Wynton Kelly, Charles Mingus, Herbie Hancock, Wayne Shorter: li chiama batteristi sotto mentite spoglie. La loro cifra ritmica era talmente fisica e precisa da farli pensare da batteristi, anche quando avevano in mano un sassofono o stavano seduti al piano.
Il compito del batterista jazz è fare esattamente il contrario: suonare la batteria ma pensare come un solista, capire la melodia, sentire l’armonia, sapere dove si trova all’interno della forma del brano.

Questo ribaltamento non è teorico. Ha conseguenze pratiche immediate su come si studia. Se prendi il brano di Michael BreckerDon’t Try This At Home dall’album omonimo del 1988, quello che stai ascoltando non è solo una linea melodica. È un rudimento di batteria mascherato da composizione.
Riconoscerlo, cantarlo, metabolizzarlo nel corpo, e poi portarlo al set: questo è il metodo. Non il libro dei rudimenti in sé, ma la musica dei musicisti che ami, usata come fonte primaria di vocabolario ritmico.

Come lavorarci subito: tre spunti pratici

Primo: scegli un brano che conosci bene – non deve essere jazz per forza – e ascoltalo tre volte di fila con un obiettivo diverso ogni volta. La prima, segui solo la linea di basso. La seconda, il piano o la chitarra di accompagnamento. La terza, la batteria. Ogni ascolto deve aggiungere un livello.

Secondo: prima di sederti al set, prendi quel brano e cantalo. Non il tema: il groove. Con la voce, le mani, il piede. Fintanto che non riesci a cantarlo con naturalezza, portarlo sullo strumento non farà che amplificare l’incertezza.

Terzo: mettiti a suonare pianissimo, a una dinamica che ti metta a disagio, quasi senza alzare le bacchette dalla pelle. Se il groove regge anche lì, è davvero tuo. Se crolla, c’è ancora lavoro da fare nella testa prima che nelle mani.

Prova a lavorare su uno di questi tre spunti questa settimana, anche solo dieci minuti al giorno senza batteria. Poi torna qui nei commenti e raccontaci cosa è cambiato nel tuo modo di suonare. Siamo curiosi.

>>> Dai un’occhiata al videocorso Jazz Drum Mindset di Enzo Zirilli su Musicezer.



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