L’improvvisazione porta con sé un paradosso piuttosto evidente a chiunque abbia passato ore a memorizzare diteggiature e licks: più accumuli formule pronte, più rischi che siano le mani – e non l’orecchio – a guidare la musica. Quando ciò accade, si smette di ascoltare davvero ciò che si sta suonando, e l’improvvisazione perde il suo carattere più autentico.
Dario Deidda, bassista e contrabbassista tra i più apprezzati della scena europea, sintetizza questo concetto con una frase semplice ma estremamente operativa: “L’orecchio è ciò che collega il cuore alle mani”. Non un aforisma da appendere al muro, ma la base concreta di un metodo costruito da autodidatta, mattone dopo mattone, dentro il linguaggio del jazz.
Da dove nasce l’approccio di Deidda
La lezione da cui partiamo racconta un percorso lontano da qualsiasi accademismo: nessun bagaglio tecnico formale all’inizio, solo l’esigenza di capire come costruire un’improvvisazione coerente quando il vocabolario jazzistico è ancora acerbo. Deidda mostra come il suo stile sia nato da una pratica quotidiana che punta prima all’ascolto interiore, poi allo strumento.
Per chiarire i passaggi, lavora su un terreno familiare: “Autumn Leaves”. Lo usa non come campo di gara armonico, ma come palestra in cui misurare il rapporto fra tema, orecchio e controllo (o non-controllo) delle mani.
Dal tema agli accordi: chi guida davvero?
Uno dei punti centrali della lezione riguarda l’idea – spesso trascurata dagli studenti – che improvvisare sul tema può essere più efficace che inseguire gli accordi. Il motivo è semplice: il tema mantiene la musica dentro una narrazione, mentre la pura armonia rischia di trasformarsi in un elenco di caselle da compilare.
Da qui il suggerimento di Deidda: cantare internamente ciò che si vuole suonare. Non c’è nulla di mistico: è il modo più diretto per impedire alle mani di prendere il comando. Se la linea non nasce dalle dita ma dall’orecchio, l’improvvisazione resta viva e personale, anche con un vocabolario tecnico limitato.
Quando arriva l’errore: fermarsi o proseguire?
Nella videolezione, Deidda affronta anche il tema tabù degli errori. Mostra un inciampo in diretta e spiega perché la scelta più utile sia continuare a suonare, accogliendo l’imprevisto come parte del flusso.
L’errore diventa così un punto di appoggio, non un freno. Con un po’ di ironia, ammette che a volte è proprio quella nota “fuori” a suggerire un’idea nuova.
Dalla struttura alla libertà
Superati i primi ostacoli – ascolto interiore, lavoro tematico, gestione degli errori – arriva il passaggio finale: trasformare un’improvvisazione ancora legata alla melodia originale in un discorso più libero. Non è un salto nel vuoto, ma un’evoluzione naturale: quando il tema è interiorizzato e l’orecchio guida davvero, si può osare senza perdere identità.
L’idea finale è chiara: l’improvvisazione non è un traguardo, ma un percorso. E, come ogni percorso, cresce soltanto se l’ascolto rimane il vero motore.
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